45. non starò mai bene

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lunedì 11 gennaio

Jisung si portò una mano sul petto per assicurarsi che il suo cuore battesse ancora. Sotto lo strato del giubbotto e quello della felpa percepiva i suoi battiti sordi e regolari. Ciononostante, lui si sentiva morire. O forse si trattava soltanto del suo più grande desiderio.

Per un attimo si ritrovò sugli scogli di Busan, ma Minho non era con lui. Era completamente solo, in piedi in cima alla scogliera, sulla pietra più alta. Il mare sotto di lui, le cui onde disperate si scontravano contro l'ostacolo che impediva loro di andare oltre, le gocce d'acqua che raggiungevano violentemente il suo viso, il suo corpo immobile. Sotto di lui vedeva gli scogli appuntiti che la distesa d'acqua salata nascondeva. Saltò e cadde. L'acqua riempì i suoi polmoni. Provò a urlare, ma nessun rumore lasciò le sue labbra. Si agitava, apriva la bocca per parlare, chiedere aiuto, gridare, ma il mare continuava a riempirlo. E come un sasso cadeva, cadeva e cadeva ancora, sempre più in basso, fino a che sopra di lui non vedeva altro che buio. La luna era scomparsa; le stelle erano diventate invisibili.

Laggiù, sul fondale del mare, più nulla lo raggiungeva. Nessuna luce illuminava la strada che avrebbe dovuto percorrere per uscire dall'acqua. Il suo corpo era stanco di combattere, di cercare di sopravvivere. Perciò si arrese. Smise di sbracciare nel vano tentativo di liberarsi dalle alghe che avevano circondato i suoi arti. Sentì le gambe fermarsi, il suo corpo toccare la sabbia dura. Questa sabbia che lentamente, a causa dei movimenti delle onde, lo ricopriva, come faceva con quello che rimaneva delle meduse morte. Eccolo, sepolto in fondo al mare, dove nessuno avrebbe potuto trovarlo, compiangerlo, sperare di riaverlo indietro. Il mare, in fondo, rubava – che fossero metri di costa, o il relitto di una barca – senza dare nulla in cambio.

Divenne un tutt'uno con l'oceano; avrebbe aiutato Minho in quel modo, accogliendo il suo dolore e la sua rabbia e trasformandolo nell'arte che lui, in vita, non era mai stato. Si sarebbe riversato nelle parole che avrebbero scritto i poeti, nei quadri che avrebbero dipinto i pittori soltanto guardandolo, ispirati dall'immensità del suo dolore. Avrebbe toccato spiagge sconosciute, accarezzato mille corpi diversi; avrebbe cullato il dolore degli altri, accogliendolo dentro di sé, aggiungendolo a quello che lo aveva dilaniato e ucciso. Così sarebbe stato utile a qualcuno. Così non sarebbe stato un peso. In questo modo, forse, la sua fragilità avrebbe trovato un senso.

Eccolo lì, che navigava mischiandosi alla spuma, che si scontrava contro gli stessi scogli a cui aveva smesso di aggrapparsi; contro il legno delle navi che lo solcavano e dividevano e ferivano ancora – se c'era ancora altro da ferire, in fondo non era più nulla.

Ciononostante, non avrebbe più visto la luce. La luna si infrangeva sulla sua superficie, illuminandola, ma avrebbe avuto gli occhi chiusi, baciati e adorati dalla morte che aveva aspettato invano per anni ma che finalmente era arrivata, salvandolo da una vita che non aveva più la forza per sopportare. Il momento era giunto.

O forse no? Era lui il ragazzo immobile, in piedi sul marciapiede, che guardava oltre la vetrina di un bar il suo cuore essere spezzato e calpestato ancora? Era lui che voleva piangere ma nessuna lacrima abbandonava i suoi occhi? Era lui che boccheggiava perché c'era qualcosa che gli impediva di respirare, ma non era colpa del mare in cui si era gettato senza battere ciglio? Era quella Seoul? Non era la spiaggia di Busan, o di New York, o dell'isola d'Elba? Era ancora in mezzo agli umani, eppure così lontano da loro, come se fosse stato un alieno?

Chiuse gli occhi. Adesso non si gettava più in mezzo al mare, ma dentro un vulcano. Vedeva la lava ribollire. Era il suo dolore, quello, che sminuzzava il suo corpo in mille pezzi, ancora e ancora, facendolo diventare un nulla, un guscio vuoto. Nonostante il vuoto dentro di sé, percepiva qualcosa muoversi e agitarsi, qualcosa che lo obbligava a tentare di urlare ancora e ancora per poter essere sentito e salvato. Possibile che ancora non capisse che non c'era più nulla da fare? Ci aveva provato, provato e riprovato. Semplicemente la vita non faceva per lui, non era adatto ad affrontare quel gioco pieno di persone che continuavano a prendersi gioco di lui e dei suoi sentimenti, di quel destino che lo metteva di fronte a prove continue, sempre più difficili.

IKIGAI, minsungLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora