Sotto lo sguardo vigile del team infermieristico mi sedetti a uno dei tavoli presenti nella sala ricoperta di graffiti e attesi le undici per la prima seduta con il dottor Harris.
Dopo il caos iniziale causato da quella visita indesiderata, Oliver si premurò di raggiungermi per fornirmi le ultime informazioni su come si sarebbero svolte le giornate all'interno della struttura. La sveglia suonava per tutti alle sette e mezza, affinché ci fosse tempo sufficiente per sistemarsi e assumere le prime terapie; poi seguiva la colazione, e dopo di essa le attività riabilitative e le sedute private. Dopo pranzo, i pazienti venivano accompagnati nelle proprie camere per riposare, prima di tornare nelle varie stanze comuni.
Rimasi ad ascoltare la sua voce pacata, rivolgendogli sorrisi forzati. Percepivo tutto l'amore che provava per il suo lavoro, e una parte di me si sentì in colpa quando, non appena si allontanò per assistere un altro paziente, sospirai esasperata al pensiero di quanto sarebbero state noiose le giornate lì dentro.
«Ciao Evelyn!»
Alzai la testa dal foglio bianco su cui stavo disegnando linee casuali e osservai il ragazzino con le spesse lenti sedersi davanti a me.
«Ciao Jack.» Ricambiai il saluto.
«Piaciuto il giro turistico della struttura?» Disse allineando i pennarelli dal colore più chiaro a quello più scuro con una precisione maniacale.
«Il giardino è molto bello.» Mi limitai a rispondere, troppo concentrata sulle sue dita affusolate, che continuavano a solleticare i colori per posizionarli tutti alla stessa altezza.
«Non ti piace disegnare vero?» Chiese dando uno sguardo veloce al mio foglio pieno di scarabocchi. Notai un certo nervosismo quando i suoi occhi caddero sul materiale da disegno che stavo utilizzando. Si morse il labbro inferiore e la gamba iniziò di nuovo a ballare al di sotto del tavolo.
«Non sono molto brava in effetti.» Ammisi rilasciando una risata.
«Posso?» Chiese allungandosi verso di me, senza attendere una mia risposta. Prese i gessetti e li posizionò con cura al di sopra dell'orribile opera d'arte a cui avevo dato vita.
«Così va meglio.» Concluse soddisfatto.
Jack doveva avere tredici anni, forse quattordici. Non ero mai stata brava a capire l'età delle persone, ma il suo volto pulito e la voce da bambino mi indusse a pensare che ancora non fosse entrato nella vera e propria fase della pubertà. Iniziò a delineare linee precise, chinandosi quasi completamente sopra il pezzo di carta ed estraniandosi dal mondo circostante.
Tornai a impugnare il nero e ad ammirare il complesso di figure al di sotto del mio naso. Vi erano solo spirali indefinite, che si accavallavano l'una sull'altra dando una mera rappresentazione di quello che erano i miei pensieri in quel preciso momento: un groviglio di fili nel quale non si poteva scorgere l'inizio o la fine; una confusione che avevo provato a respingere, ma che a un certo punto era diventata casa. L'idea di iniziare a sciogliere quei nodi mi metteva paura.
Non ero pronta a parlare, non ero pronta a ripercorrere la notte dell'incidente di mia madre, come la sera del tentato suicidio. Non ero pronta ad andare avanti. Ero a conoscenza del fatto che dopo quella prima seduta, si sarebbe decisa la mia terapia e il pensiero di tornare ad assumere antidepressivi mi provocava rabbia e tristezza al contempo. Ci ero già passata, sapevo gli effetti che aveva la cura, sapevo che mi avrebbe permesso di tornare a sorridere almeno un po'. Ma come puoi spiegare la bellezza di una giornata di sole a chi ha smesso da tempo di seguire la luce?Tutto ciò però non dipendeva da me e quando l'infermiere gentile richiamò la mia attenzione, mi alzai lentamente e salutai Jack. Oltrepassai gli altri pazienti e mi accostai a Oliver, pronta a tornare in quell'ufficio spoglio.

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Feelings Hunt
FantasyA Portland, in una sera di fine maggio, una diciassettenne tenta il suicidio tra le mura della sua cameretta. Tuttavia, il piano della giovane fallisce e, una settimana dopo, si ritrova a volare oltreoceano con il padre per farsi ricoverare in una d...