26. The Path to Righting Wrongs

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Aiden

«Ma come ti è saltato in mente?» Glenda abbandonò la sua tazza di caffè sul tavolo e si alzò con le mani salde sui fianchi. «Aiden, ti avevo chiesto solo una cosa, cioè quella di non fare casini!»

Se il buongiorno si vede dal mattino...

«E quella telefonata...», sussurrò tra sé e sé, continuando a camminare avanti e indietro per la stanza.

Era arrabbiata e delusa per come avevo reagito alle provocazioni di Oliver, ma anche sconvolta e preoccupata per il sempre più evidente coinvolgimento di Harris in tutta quella storia.

«Troverò... una soluzione», risposi tra uno sbadiglio e l'altro.

Non era stata una buona idea partecipare alla festa che aveva organizzato Riggs a casa sua, sapendo che mi sarei dovuto svegliare all'alba.

Per quanto mi sforzassi di mostrarmi lucido e dispiaciuto per il casino che avevo fatto alla clinica, non riuscii a nascondere la mia evidente stanchezza.

«Oh, ne sono certa.» Puntò gli occhi sull'orologio attaccato alla parete. «Ma adesso basta discutere e andiamo, o arriveremo in ritardo.»

Il tragitto da Greenwich alla prigione di Belmarsh fu breve. Dopo quindici minuti, arrivammo di fronte a un imponente edificio, circondato da alte mura in cemento e recinzioni metalliche con filo spinato.

Lentamente superammo il cancello principale, lasciandoci alle spalle la guardia a cui avevamo consegnato i documenti, e ci avvicinammo all'ingresso.

Alzai lo sguardo verso le torri di controllo e le telecamere di sorveglianza posizionate lungo tutto il perimetro. Sentii la stanchezza lasciar posto a uno strano senso d'inquietudine, che non fece che aumentare una volta entrati all'interno della struttura.

Glenda consegnò l'autorizzazione al personale amministrativo, poi una guardia ci scortò al punto in cui venivano svolti i controlli e le perquisizioni.

«Nessun apparecchio elettronico.» La donna in divisa afferrò un sacchetto di plastica trasparente. «Niente telefoni, tablet o computer.» Mise i cellulari all'interno di una busta, poi con l'indice ci indicò l'ultimo step.

Una volta superato lo scanner a raggi X, finalmente raggiungemmo le stanze degli interrogatori.

Restammo seduti intorno al tavolo al centro della stanza priva di finestre, per un tempo che sembrò infinito. La tensione nell'aria era palpabile, resa ancora più pesante dalle urla provenienti dalle celle.

Molte persone, nel corso degli anni, mi avevano ripetuto che un giorno sarei finito dietro le sbarre, che quello sarebbe stato il mio futuro.

Mi ero sempre limitato a rispondere con un sorriso, con la strafottenza tipica di chi credeva di poter sopravvivere a qualsiasi situazione, ma quando la serratura scattò e vedemmo Aroon, ogni certezza sembrò svanire nel nulla.

La guardia al suo seguito lo fermò per togliergli le manette strette attorno ai polsi, poi fece un cenno con la testa all'ufficiale di custodia, richiudendo la porta alle spalle.

Si sedette di fronte a noi e a niente servì il sorriso che ci rivolse, il suo volto parlava chiaro: erano passati solo due giorni dal suo arrivo ed era già allo stremo delle forze. Lo sguardo appesantito e le marcate borse sotto gli occhi stonavano con il pallore della sua pelle. Aveva i capelli in disordine e la barba ispida.

«Ciao, Aroon. Come stai?» si preoccupò subito Glenda.

Quest'ultima estrasse dei documenti dalla valigetta e li posizionò sul tavolo, mentre entrambi aspettavamo la sua risposta.

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