6. Another shitty day

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AIDEN

Finsi di ascoltare le parole del direttore, mentre Aladdin accanto a me continuava ad annuire come una scimmia ammaestrata a ogni sua minima raccomandazione. Mi grattai la testa distrattamente, sperando che qualcuno piombasse in quel corridoio per mettere fine a quel monologo di cui non me ne fregava un cazzo.

«Aiden mi stai ascoltando?»

«Scusa capo, mi distraggo facilmente», risposi sarcastico e quest'ultimo continuò con il suo sproloquio infinito.

La ragazzina era sparita dentro la mensa con la solita espressione accigliata di qualche giorno prima.  I suoi occhioni marroni sprizzavano disgusto e antipatia, due sentimenti che non mi dispiacevano per niente, soprattutto da una come lei. Indossava il suo atteggiamento sicuro come un abito dalle misure sbagliate: qualsiasi persona si sarebbe concentrata sulle curve del suo carattere ribelle, finendo per cadere nella rete dell'attrazione, io invece ero riuscito a scorgere le sue debolezze. Una zip invisibile, che conteneva a fatica un'insicurezza sorda, ma pur sempre presente.

«Okay... ho delle visite adesso», annunciò il proprietario della clinica con un tono poco convinto.«Oliver finirà di spiegarti come sono organizzate le giornate qui dentro. Passa pure dal mio ufficio più tardi, se hai altre domande.»

Dopo quel primo dialogo con il mio nuovo dirigente di lavoro, l'infermiere dall'animo buono si preoccupò di farmi fare l'intero giro della struttura, cercando di fornirmi una panoramica completa delle regole e di quello che era permesso o meno fare ai dipendenti, ma anche ai pazienti. Lo seguii, superandolo molte volte, incapace di stare dietro a qualcuno.

«Qua i corridoi si dividono, il destro porta alle camere delle ragazze e quello a sinistra invece, beh a quelle dei ragazzi», spiegò l'infermierino con sufficienza.

Non ricordavo molto del primo piano, era trascorso troppo tempo dall'ultima volta che ci avevo messo piede insieme a mia madre. Notai però alcuni cambiamenti, soprattutto nell'arredamento, come per esempio l'orrendo bancone color lilla posto poco dopo l'ingresso, dove un'infermiera se ne stava incurvata a leggere alcune cartelle mediche.

Che diavolo di problemi avevano con gli altri colori? Mi sentii nauseato dalla combinazione bianco-viola, nel mezzo alla quale ogni tanto spiccava qualche complemento marrone.

«Niente incontri?» chiesi con una punta di malizia.

«I pazienti si ritrovano nelle aree comuni e durante i pasti, ma nelle camere delle ragazze non sono ammessi ragazzi e viceversa», rispose seccato, immaginando forse la natura della mia domanda.

«Okay, qua dentro non sono ammesse scopate. Me lo terrò bene a mente.»
Finii per infastidirlo e mi superò velocemente, salutando una delle sue tante colleghe.

«Devo sapere qualcosa in particolare su questi pazzi? Tipo se rischio la vita con qualcuno di loro?» domandai, non riuscendo però a rimanere serio.

«Smettila di chiamarli così», mi redarguì con un finto tono autorevole.

Con una falcata più decisa, lo afferrai per una spalla, costringendolo a voltarsi.

«Chiariamoci», iniziai mantenendo un tono aspro, «per quanto il discorso del nostro capo sia stato motivazionale, non ho intenzione di prendere ordini da nessuno, tanto meno da te.»

«Non sei in uno dei tuoi fottuti bar, ma in una clinica medica, non puoi fare come vuoi.»

La sua affermazione bastò per far riaffiorare il mio atteggiamento da stronzo presuntuoso.

«Hai fatto ricerche su di me?» lo derisi, guardandolo con una certa soddisfazione.

«Non c'è bisogno di fare ricerche su di te. Cotswolds è piccola e le voci girano in fretta, soprattutto tra le mura di questo edificio», ribatté sprezzante, come se mi conoscesse da sempre.

Non avevo mai frequentato realmente quella piccola cittadina. Non c'era niente, se non antichi castelli da esplorare, laghi selvaggi da attraversare in kayak e infiniti sentieri da percorrere a piedi o in bicicletta. Trascorrevo la maggior parte delle mie giornate a Londra o nei dintorni.

Feelings HuntDove le storie prendono vita. Scoprilo ora