EVELYN
Diciotto anni. Un numero che molti associano all'inizio di una nuova vita: quella del mondo degli adulti, delle responsabilità, ma anche della tanto agognata libertà. Potevo affittare una casa, votare e anche acquistare alcolici... almeno in Inghilterra, dove non c'era il vincolo dei ventun anni come in America.
Svegliarsi con la consapevolezza di non essere a Portland non fu semplice.
A quindici anni sognavo i diciotto come forma di ribellione contro i miei genitori.
A sedici li desideravo per sentirmi più grande.
A diciassette volevo fermare il tempo, perché quel giorno si stava avvicinando troppo e io non avevo nessuno.
Niente festa o torta. Non c'erano candeline, né desideri, ma solo un nuovo mazzo di fiori adagiato sopra una lapide in marmo.
Avevo trascorso così il mio diciassettesimo compleanno: seduta di fronte alla foto di mia madre. Io parlavo, ma in quel cimitero, non c'era traccia della sua voce.
Chissà se qualcuno avrà pensato a portarti dei fiori da quando sono partita.
Sistemai il terreno nella cassetta e controllai quelle vicine, dove stavano già iniziando a germogliare i primi fiori.
Quella mattina non persi tempo: dopo colazione mi recai immediatamente alla serra, indossando il mio sorriso migliore.
Avevo atteso la mezzanotte con lo sguardo rivolto verso la finestra, nella speranza di sentire vicine le persone che non potevano essere presenti. Oltre a mia madre, pensai a mio padre, che da quello che sapevo era stato trasferito in un carcere di massima sicurezza nel sud-est di Londra.
Nonostante la loro assenza e la consapevolezza che avrei festeggiato il mio compleanno in una clinica psichiatrica, quella notte, allo scoccare di un nuovo giorno, avevo trovato conforto nelle braccia di Rose.
Lei che amava dormire presto.
Lei che odiava stravolgere la propria routine.
Lei che inizialmente sembrava detestarmi, era rimasta sveglia per non farmi sentire sola.
Afferrai il manico della scopa e iniziai a ripulire il terriccio dal pavimento, raggruppandolo in un unico punto.
Il sole filtrava attraverso i vetri; era una bella giornata. Mi passai una mano sulla fronte per asciugare il sudore e rivolsi lo sguardo al giardino.
Molti dei pazienti avevano deciso di restare all'interno della struttura e di godere dell'aria condizionata. Altri, se ne stavano seduti all'ombra degli alberi a parlare o a leggere.
Tra di loro c'era Grace, l'unica che non mi aveva ancora rivolto parola. Anche Allison, che stava ancora combattendo contro gli effetti collaterali dei farmaci, aveva trovato la forza di scendere dal letto e farmi gli auguri.
Avevo provato ad avere un confronto con lei nei giorni successivi alla lite, ma era stato tutto inutile. Lei sembrava convinta delle sue parole, io invece, avevo iniziato a nutrire dei dubbi, soprattutto dopo averne parlato con Rose.
«Evelyn, la versione di Grace non mi convince molto. Insomma, se Aiden avesse davvero provato ad abusare di quella ragazza, credi che Harris lo avrebbe preso a lavorare qui?»
«C'eri anche tu quando ha picchiato Oliver. È evidente che abbia dei problemi a gestire la rabbia.»
Più volte lo avevo visto reduce da una rissa, con le nocche spaccate e qualche ferita sul volto. In fondo, l'avevo conosciuto proprio durante uno dei suoi momenti peggiori. I suoi occhi grandi e verdi spesso sembravano assorbire tutta l'oscurità del mondo.
«Lo so, non è stata una bella scena, ma ti sei mai accorta di come ti guarda? Quando è andato via dalla clinica era arrabbiato, ma anche distrutto. Sapeva di averti dato un altro motivo per credere alle parole di Grace.»
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Feelings Hunt
RomanceA Portland, in una sera di fine maggio, Evelyn raggiunge il limite. È ancora troppo giovane, eppure dentro di sé custodisce un buio che non dovrebbe appartenerle. In preda alla disperazione, tenta il suicidio nel silenzio della sua cameretta. Il ges...
