Capitolo 29

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Capitolo 29

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Capitolo 29


Stuart Anderson aveva tenuto duro per un mese, che gli era sembrato es­sere un anno o forse addirittura un secolo.

Aveva lavorato con precisione e puntualità, mentre il vecchio Frank Novak aveva continuato a scrutarlo da sopra i suoi occhiali da lettura, con quello sguardo chiaro e agghiacciante capace di far tremare anche le ossa più calcificate. Non si era mai detto soddisfatto del lavoro di Stu, ma non gli aveva mai mosso alcuna critica. Al contrario, dopo la prima settimana aveva constatato con piacere che il gio­vane aiutante aveva già imparato le sistemazioni – rigorose, inalterabili – delle varie cassette di frutta e verdura.

Novak aveva scoperto, quasi per caso, che Stuart dormiva in auto. Era rimasto impassibile, continuando a spuntare e vistare l'elenco dei prodotti consegnati quella mattina e aveva gettato lì, con noncuranza, l'invito a stare attento.

«Brownsville non è il miglior quartiere di New York, moccioso, e io non pos­so permettermi di aver investito dei soldi su un collaboratore che rischia di fare una brutta fine.»

Stu aveva assicurato, tra un grugnito e l'altro, che avrebbe prestato la massi­ma attenzione. Solo dopo molte ore capì che quelle parole erano l'unico modo che Novak conoscesse per mostrare preoccupazione e inte­ressamento nei suoi confronti.

Il giorno dopo, magicamente, il vecchio Frank aveva corrisposto a Stu la paga giornaliera stabilita e un sacchetto di carta frusciante. Allo sguardo interrogativo del ragazzo, disse soltanto che non voleva mica che il suo apprendi­sta morisse di fame. Da quel giorno, tutti i giorni – esclusa la domenica – Novak faceva trovare una busta marrone a Stu, con dentro qualche frutto di stagione sempre diverso e sempre buonissimo.

Una decina di giorni dopo ancora, Novak l'aveva trattenuto in negozio, dopo la consegna mattutina. Stu si era accigliato, ma il vecchio non sembrava neanche essersene accorto. Aveva spulciato l'elenco della merce ritirata, aveva rinchiuso i fogli in un cassetto a chiave dentro al bancone egli si era rivolto con la sua solida ru­dezza.

«Il figlio di un mio conoscente ha bisogno di un aiuto per il trasloco di una sua amica, che ha appena cambiato casa. Ho pensato che po­trebbe interessarti arrotondare.»

Novak aveva sciorinato quella proposta con indifferenza. Stu non ave­va perso tempo e aveva accettato con slancio quella nuova mansione. Il vecchio Frank gli aveva allora porto un bigliettino giallo sgualcito con il nome John scritto in stampatello, seguito da un numero di telefono. «Digli che sei il ragazzo che aiuta Novak» aveva specificato il negoziante, prima di por­gere i venti dollari e il sacchetto con la colazione al ragazzo.

Stuart aveva telefonato quella stessa mattina. Aveva parlato con una voce giovane e dinamica, profonda, che gli aveva ripetuto la necessità di un aiuto per il montaggio di alcuni mobili. Il ragazzo aveva accettato e il suo interlocutore gli aveva dato appuntamento il giorno se­guente, all'angolo tra la Rockaway Ave e la D Avenue. Pur arrivando in an­ticipo, Stu aveva trovato ad attenderlo un colosso d'uomo dalla pelle scura, coi capelli rasati e gli occhi gentili. Si era presentato come John Hobson, ex trasportatore ed ex facchino. Johnny spiegò a Stu che, disoccupato, aveva deciso di avviare una piccola impresa personale, grazie alla quale assem­blare mobili acquistati nei discount di arredamento che non prevedevano il montaggio incluso nel prezzo.

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