CAPITOLO 17: IF YOU DARE, COME A LITTLE CLOSER
Little do you know
How I'm breaking while you fall asleep
Little do you know
I'm still haunted by the memories
Little do you know
I'm trying to pick myself up piece by piece
Little do you know
I need a little more time
Underneath it all I'm held captive by the hole inside
I've been holding back for the fear that you might change your mind
I'm ready to forgive you but forgetting is a harder fight
Little do you know
I need a little more time
Non hai idea
Di quanto mi senta spezzata mentre dormi
Non hai idea
Di quanto sia ancora tormentata dai ricordi
Non hai idea
Sto ancora cercando di raccogliermi pezzo dopo pezzo
Non hai idea
Ho bisogno di un altro po' di tempo
Sotto la superficie sono tenuta prigioniera da tutto ciò che ho dentro
Sono stata trattenuta dalla paura che tu potessi cambiare idea
Sono pronta a perdonarti ma perdonare è una battaglia difficile
Non hai idea
Ho bisogno di un altro po' di tempo
Clarke non sapeva di preciso da quanto tempo non andasse a comprare un vestito come quello. Probabilmente dall'ultimo ballo della scuola a cui aveva partecipato, prima della morte di suo padre.
Adesso però un abito nuovo era necessario, perché a quanto aveva visto con Bellamy, il "Timeless Restaurant" era uno di quei posti che richiedeva un certo tipo di abbigliamento. Un po' era una doppia fregatura, avrebbe dovuto spendere una montagna di soldi per un vestito che probabilmente non avrebbe più usato e un'altra somma non indifferente per la cena.
Ad ogni modo avrebbe pagato lei, non voleva che Bellamy buttasse al vento tutti quei soldi per darle una mano in quella storia.
Dopo un giro per i negozi di Staten Island, optò per un tubino nero che le arrivava appena sopra il ginocchio con scollo a V e bretelle in pizzo. Di scarpe ne aveva un paio che sarebbero state perfette.
Erano quasi le sette quando tornò a casa e questo voleva dire appena mezz'ora per farsi la doccia e truccarsi. Non ce l'avrebbe mai fatta.
Cercò di impiegare il minor tempo possibile, ma quando vide che mancavano solo cinque minuti e lei era appena uscita dal box doccia, mandò un messaggio a Bellamy dicendogli di prendere le chiavi di riserva che teneva in un sottovaso in giardino ed aspettarla in salotto.
Si truccò in fretta e furia, facendo il meglio che poté e poi scappò in camera dove aveva lasciato scarpe e vestito, infilandoli al volo.
Raccolse i capelli con un fermaglio, faceva davvero troppo caldo per lasciarli sciolti sulle spalle, era pur sempre un'estate caldissima.
Scese le scale alle otto meno un quarto e, quando arrivò in salotto, trovò un Bellamy tutto intento ad osservare lo schermo del suo cellulare, con i pantaloni di un completo neri e una camicia bianca. Il cuore di Clarke perse un battito, stava davvero benissimo.
Lui non si era accorto del suo arrivo e, quando alzò lo sguardo, lo vide spalancare leggermente gli occhi, deglutire e irrigidirsi sul divano.
«Caspita Clarke... sei davvero... stupenda» disse e la ragazza pensò che non dovesse essere in pieno possesso delle sue facoltà mentali, perché una frase del genere non era decisamente da Bellamy Blake.
Lei gli si avvicinò.
«Grazie. Anche tu non sei male» disse cercando di usare un tono leggero per smorzare quella tensione che si era venuta a creare e il moro si aprì in un sorriso.
Lui le porse un braccio.
«Andiamo» e, detto ciò, i due si avviarono all'auto di Bellamy.
Un certo nervosismo riempiva l'abitacolo e Clarke continuava a sistemarsi il vestito già perfetto in preda ad un attacco ossessivo-compulsivo.
«Principessa, finirai con sgualcire quel povero abito se continui a tormentarlo in quel modo».
La verità era che la sua agitazione stava raggiungendo livelli ridicoli e non era certa che la colpa fosse da attribuire solo alla loro indagine.
La presenza di Bellamy al suo fianco la innervosiva, forse per il fatto che, in qualche strano modo, quella era la loro prima cena fuori senza che tra i due ci fosse realmente qualcosa, forse perché, ora come ora, aveva paura di lasciarsi andare, di cosa quella cena voleva dire veramente.
Bellamy guidò per quasi un'ora, passarono davanti al porto e lei si perse nell'osservare i riflessi argentei mandati dalla luna a rispecchiarsi su quella tavola nero pece che era l'acqua. Calma, immobile.
Quell'immagine la acquietò e lei finalmente riuscì a prendere un respiro profondo. Doveva concentrarsi, non pensare a Bellamy e focalizzare la sua attenzione sul vero motivo per cui erano andati lì quella sera. Le loro ricerche. Suo padre. "Timeless", qualsiasi cosa volesse dire. Cosa voleva dire?
Passando davanti al porto aveva avuto una strana sensazione, come un ricordo. Oppure il ricordo di un ricordo, appartenente ad un tempo che sembrava di un'altra vita.
Pensa Clarke... pensa.
"Timeless".
Un luogo? Una password? Un codice? Maledizione.
Strizzò gli occhi colpendosi un paio di volte la fronte con la mano.
«Clarke... che ti prende?».
La voce di Bellamy arrivò alle sue orecchie chiara e nitida, distraendola. Probabilmente doveva sembrargli pazza.
«Non lo so. Si tratta di "Timeless", credo che mi ricordi qualcosa, ma non so cosa. È così frustrante».
Il ragazzo si fece interessato e a Clarke parve anche leggermente sollevato, come se quel cambio d'attenzione in qualche modo lo avesse aiutato.
«Ti suona familiare?».
«Penso di averlo già sentito, ma non saprei a cosa collegarlo».
«Tuo padre. Concentrati su tuo padre, Clarke».
Lei chiuse gli occhi, schiacciando la testa contro il sedile. Cosa poteva significare? Cosa?
E poi d'un tratto tutto sfumò, quella sensazione, quel presentimento. E fu di nuovo al punto di partenza.
«Merda».
«Questo sì che è parlare da Principessa» cercò di alleggerire la tensione Bellamy, ma Clarke lo fulminò con un'occhiataccia.
«Mi diceva qualcosa, ma è come se avessi un blocco. Non riesco a ricordare».
«Non preoccuparti Clarke... se è qualcosa che ha a che vedere con il ristorante lo scopriremo».
«E se non c'entrasse nulla? Se fosse un colossale buco nell'acqua?».
«Beh... in tal caso avremo messo qualcosa nello stomaco e alleggerito il portafogli».
«Bellamy... ti ho detto che pagherò io con i soldi che mi ha lasciato mio padre. Non li ho toccati per quasi sette anni. Credo che il modo giusto per spenderli sia finanziare queste indagini, perciò il tuo portafogli resterà esattamente com'è adesso, d'accordo?».
Lui non rispose.
«D'accordo?» ripeté lei. Il moro le lanciò uno sguardo obliquo, riportando poi gli occhi sulla strada e annuì.
Finalmente, arrivarono davanti ad un cancello in ferro battuto che dava sul grande parco che avevano visto sul monitor del computer appena poche ore prima. Ormai erano quasi le nove di sera e lo stomaco di Clarke cominciava a reclamare cibo.
Quella giornata si stava rivelando infinitamente lunga.
Un uomo vestito elegante si fece avanti, indicando loro il parcheggio e, quando smontarono dall'auto, Bellamy gli lasciò una mancia.
«Permettimi almeno questo, Principessa» la anticipò quando vide che stava per protestare. Dopodiché le porse nuovamente il braccio e si avviarono all'interno.
Camminarono lungo un sentiero lastricato immerso nel verde e, nel mezzo, videro la spettacolare fontana ad orologio che avevano già notato in foto qualche ora prima.
La parte più infondo del parco, quella vicina all'ingresso del ristorante, era occupata da gazebi ordinati sotto i quali venivano serviti gli antipasti, la cena vera e propria si sarebbe svolta dentro.
All'interno, una ragazza in completo scuro li accolse, chiedendo se avessero una prenotazione.
Clarke stava per rispondere che no, non ce l'avevano, quando Bellamy prese parola dicendo: «Sì, ho telefonato qualche ora fa. A nome Blake».
Lei lo osservò leggermente sorpresa e il ragazzo le fece l'occhiolino, seguendo la giovane che li guidò in una saletta più piccola rispetto alle altre.
L'ambiente circostante era un trionfo di bianco e celeste, su ognuna delle quattro pareti era appeso un orologio che segnava un orario diverso, nessuno dei quali corrispondeva all'ora esatta e, dal soffitto, pendeva un lampadario di cristallo che avrebbe fatto invidia a quello di una reggia francese.
In tutto quello sfarzo Clarke si sentì quasi soffocare e, a giudicare dall'espressione di Bellamy, per lui non doveva essere tanto diverso.
Prese un respiro profondo e si sedette al tavolo da due con sopra il biglietto con scritto "Blake", imitata dal moro.
Quando la ragazza si fu allontanata, Bellamy si sporse verso di lei, chiedendo a bassa voce: «Credi davvero che tuo padre potesse avere a che fare con tutto questo?».
Lei si strinse nelle spalle.
«Non saprei. Ma devo ammettere che in un posto del genere non avrei neanche idea da dove cominciare a cercare. E soprattutto non so cosa stiamo effettivamente cercando».
Lui sospirò e, qualche minuto dopo, un ragazzo alto e biondo a sua volta vestito di scuro consegnò loro i menù, dicendo che per l'antipasto avrebbero dovuto andare fuori, sotto i gazebi.
Passando, Clarke aveva dato una rapida scorsa, pensando che soltanto con la quantità di cibo che si trovava su quelle tre tavolate si sarebbe potuta saziare tranquillamente.
Lei ordinò un primo, mentre Bellamy primo e secondo, accompagnati da un vino bianco dal momento che il ristorante puntava sul pesce, essendo anche vicino al porto.
Si alzarono per andare a prendere gli antipasti e si misero in coda, chiacchierando del più e del meno nel frattempo. Adesso la tensione che si era creata in macchina sembrava allentata e i due risero e scherzarono mentre la fila scorreva rapidamente e loro presero ciò che capitava dai piatti, senza esagerare. O meglio... Clarke non esagerò, Bellamy fu in grado di riempirsi il piatto sistemando il cibo in modo così strategico che riuscì ad incastrarlo anche dove Clarke non credeva che riuscisse ad entrarcene oltre.
Sarebbe davvero riuscito a mangiare tutta la roba che aveva preso? Quel ragazzo era un tritarifiuti umano.
Quando tornarono al tavolo, il vino era già versato in parte nei loro calici, mentre la bottiglia era stata posata in un secchio pieno di ghiaccio alla sinistra di Bellamy, che le stava seduto di fronte.
«Sarà meglio che vada ad ordinare dell'acqua per me».
Fece per alzarsi, ma Bellamy posò una mano sulla sua, bloccandola.
«Mi assicurerò che tu non ci vada giù pesante Principessa, ma per una sera puoi fare uno strappo alla regola. Non ti lascerò perdere il controllo, fidati di me».
Clarke lo osservò intensamente per un lungo istante prima di annuire. Sì, si sarebbe fidata. Si sarebbe fidata perché si trattava di Bellamy e sapeva che di lui poteva fidarsi. Forse era l'unico, soprattutto dopo i recenti sviluppi, ma decise che fidarsi, per quella sera, era la scelta migliore che potesse fare.
Il moro alzò il calice, osservandola a sua volta.
«A questa serata, Principessa... e che possa portarci a qualcosa di buono».
Lei gli lanciò uno strano sguardo e accantonò l'improbabile impressione che aveva avuto, pensando che quelle parole fossero semplicemente riferite alle loro indagini. Dovevano riferirsi alle loro indagini. Ricambiò il gesto e i loro calici tintinnarono, cozzando leggermente, poi portò il suo alle labbra, bagnandole appena. Non voleva cominciare a bere fin da subito, soprattutto essendo a stomaco vuoto.
Chiacchierarono, cominciando a mangiare i loro antipasti e, quando ebbero finito, Clarke si alzò per andare in bagno.
Approfittò del momento per cominciare a darsi un'occhiata intorno, ma tutto ciò che saltava agli occhi era il portentoso splendore di quel posto, con i tavoli adornati di tovaglie ricamate e intonse e i centrotavola sistemati con cura maniacale. Una candela bianca e oro era posata nel mezzo esatto di ogni tavolo e mandava un leggero aroma di vaniglia. Il profumo era appena accennato e dava quell'effetto piacevole che sarebbe scivolato nel fastidioso se fosse stato più accentuato.
Tutto sembrava essere studiato nei minimi dettagli e Clarke cominciò ad essere assalita dallo sconforto. Non era certo lì che avrebbe trovato le sue risposte.
A passo svelto si avviò verso la porta con scritto "Toilette" e la oltrepassò.
Le piastrelle del bagno erano in marmo bianco, mentre i lavandini, dello stesso materiale, erano di un nero ossidiana, con i rubinetti intagliati e impreziositi di decorazioni argentee.
Clarke credeva che nulla avrebbe mai potuto superare lo splendore di casa Jordan, ma quel posto la fece ricredere ed ebbe paura di quanto effettivamente quella cena lì le sarebbe costata.
Si lavò le mani e rinfrescò i polsi ed il collo. Anche con il climatizzatore comunque era caldo, poi tornò al tavolo.
I piatti degli antipasti erano stati portati via e Bellamy era seduto con le spalle contro lo schienale della sedia, le gambe allungate sotto il tavolo e l'aria rilassata di chi stava davvero cominciando a godersi la serata, forse aiutato anche dal vino.
Sorrise quando lei riprese posto e Clarke cercò di ricambiare.
«Che succede Principessa?» si accorse subito che qualcosa in lei non andava e Clarke ebbe come l'impressione che quel ragazzo stesse imparando a conoscerla più di quanto le piacesse ammettere.
Da quando aveva eretto la sua barriera, aveva permesso soltanto a Thalia di valicarla e neanche completamente. Le aveva lasciato vedere giusto il necessario per poter arrivare a chiamarla "amica".
Ma Bellamy... con lui era tutta un'altra cosa e non sapeva nemmeno spiegarsi come fosse riuscito ad entrarle così nel profondo. Prima che potesse rendersene conto, quel ragazzo l'aveva spogliata poco a poco di tutte le sue protezioni, di tutte le barriere che aveva eretto contro il mondo e in qualche modo le era entrato dentro.
Era dalla morte di suo padre che non sentiva un tale senso di protezione, di sicurezza. Aveva imparato a proteggersi da sola negli ultimi sei anni, aveva dovuto imparare per forza di cose a bastare a sé stessa, a restare forte, a non crollare. Ora però Bellamy le aveva dimostrato che, se ne avesse avuto bisogno, poteva crollare. Che ci sarebbe stato per aiutarla a rialzarsi. E lei si sentiva debole da una parte, ma sollevata dall'altra.
Finalmente dopo sei anni aveva qualcuno su cui contare, anche se doveva ancora capire se quel fatto le piacesse davvero o no. Senza alcun dubbio avere qualcuno con cui parlare apertamente senza dover pesare precisamente tutto ciò che diceva era bello, ma a volte si sentiva sul serio come una principessa in difficoltà e questo le piaceva molto meno.
Si era chiusa a riccio per anni, riaprirsi adesso era molto più difficile.
«Niente... » disse infine, cercando di apparire naturale.
Ecco che stava di nuovo scappando e questo fatto la fece ridere amaramente dentro di sé. A chi voleva darla a bere? Chi voleva prendere in giro? Di sicuro non Bellamy, che la osservò dubbioso con un sopracciglio inarcato.
«Piantala di dirmi balle» ora sembrava molto meno rilassato rispetto a prima, anzi, era quasi seccato. E lei lo capiva; quel ragazzo le aveva detto mille volte che avrebbe potuto fidarsi di lui e Clarke voleva farlo, ma sentiva come se ci fosse un ultimo freno tra di loro, qualcosa che non sapeva spiegarsi, ma che la tratteneva.
Sospirò.
«Non lo so. Bellamy, mi dispiace. Mi dispiace di averti coinvolto, mi dispiace di averti trascinato fin qui, è stato tutto maledettamente inutile e... ».
Lui allungò le mani sul tavolo fino a prendere le sue.
«Clarke... calmati. Non mi pare che tu mi abbia costretto con una pistola puntata alla tempia, io sono qui perché volevo esserci. Di mia iniziativa, è chiaro? E non ho intenzione di ripeterlo altre volte, quindi ora smettila di fare la paranoica e dimmi cosa succede».
«Semplicemente... credo che questa serata sia stata totalmente inutile. E non so da dove partire, non so cosa cercare e...».
Bellamy le strinse nuovamente le mani.
«Prendi aria. Un passo alla volta, Clarke. D'accordo? Ok, forse questo non era il posto giusto in cui cercare, ma insomma... guardati intorno. Credi di aver veramente buttato via la serata?».
Suo malgrado, Clarke sorrise. Un sorriso genuino finalmente.
«Ecco qui la mia Principessa».
A quelle parole Clarke sgranò gli occhi... e anche Bellamy. Come se si fosse reso conto con un attimo di ritardo delle parole che aveva pronunciato.
Fortunatamente, quel momento di imbarazzo venne interrotto dall'arrivo di un cameriere che portò i loro primi ed entrambi si avventarono sul cibo per evitare di accennare a ciò che era appena successo. Tutti e due preferivano ignorarlo.
Beh, pensò Clarke non appena mise in bocca la prima forchettata, qualunque conto le avessero messo davanti a fine serata probabilmente sarebbe stato accettabile se comparato ad una simile qualità. Era squisito e a giudicare dall'espressione soddisfatta di Bellamy per lui doveva valere la stessa cosa.
La tensione si sciolse, probabilmente anche grazie al vino, che Bellamy le versava di tanto in tanto con una certa moderazione. Non mentiva a inizio serata quando aveva detto che non le avrebbe permesso di perdere il controllo. Clarke aveva fatto attenzione, aveva notato come, in qualche modo, la controllava e quanto misurasse ogni bicchiere che le versava. Quel fatto la tranquillizzò, ulteriore prova che non aveva motivo per non fidarsi di lui.
La serata trascorse fra chiacchiere e risate e, quando la cena giunse al termine, si alzarono sazi e leggermente assonnati per la quantità industriale di cibo.
Stavolta fu Bellamy ad andare in bagno, mentre Clarke si avvicinò alla cassa per pagare e, esattamente come aveva calcolato, la spesa fu alta sì, ma alla portata della somma lasciata da suo padre.
Quando il ragazzo tornò, salutarono con cortesia i camerieri che erano stati così gentili con loro e si riavviarono al parcheggio.
Bellamy le aprì la portiera dell'auto e Clarke rimase sorpresa da quel gesto, ringraziandolo. L'unico che lo avesse mai fatto prima di allora era stato Wells.
Nell'abitacolo della macchina, il clima era molto più disteso rispetto a quello dell'andata e Clarke si rilassò contro il sedile. Spostò lo sguardo fuori dal finestrino: le ombre illanguidivano la notte, velandola con la loro trapunta scura illuminata dalle stelle e dalla luna, che mandavano bagliori opachi e argentei, in un gioco di luci e oscurità. Clarke in quel momento desiderò avere un foglio bianco e un carboncino.
La notte le era sempre piaciuta, in qualche strano modo la faceva sentire al sicuro, nascosta tra quelle ombre, poteva quasi diventare invisibile. O almeno così le piaceva credere. Si era sempre sentita un animale notturno.
Si voltò ad osservare Bellamy, concentrato sulla strada davanti a sé. Un raggio di luna filtrava dal finestrino, illuminando il suo incarnato e rendendolo perlaceo, facendo risaltare i suoi occhi bui proprio come quella notte, penetranti.
Lui le lanciò un'occhiata fugace.
«Perché mi fissi Principessa?».
Lei distolse subito lo sguardo, imbarazzata di essere stata colta in flagrante.
«Non starai mica arrossendo?» un angolo della bocca di Bellamy era inarcato in uno dei suoi soliti sorrisetti arroganti e Clarke pensò che avrebbe voluto farglielo sparire volentieri... sul modo era combattuta.
In ogni caso, finché il ragazzo era impegnato nella guida era meglio evitare.
Era quasi mezzanotte quando Bellamy imboccò Sloane Avenue, la via di Clarke, fermandosi al numero 119.
La ragazza allungò le gambe per sgranchirle un po' prima di aprire lo sportello dell'auto.
«Ti accompagno alla porta» disse lui, scendendo a sua volta dalla macchina.
Clarke cercò di soffocare il sorriso che stava per nascerle sulle labbra, che ad ogni modo morì quando vide un'ombra muoversi sulla sua veranda.
Le luci erano spente, non riusciva a vedere chi fosse e il cuore le balzò in gola, lei s'irrigidì.
«Ehi, stai bene?» Bellamy non doveva essersi accorto di nulla.
«C'è qualcuno» mormorò tirandolo lievemente per la camicia.
Il ragazzo si fece immediatamente vigile, facendo un passo avanti a lei.
«Resta dietro di me».
«Bellamy... non sono una dannata principessa!».
Ma lui la zittì. Il silenzio regnò sovrano per qualche istante, poi una voce.
«Clarke? Sei tu?».
Quella voce era così familiare e, quando capì, Clarke divenne un blocco di marmo.
Finn.
Che diamine ci faceva Finn davanti alla sua porta a quell'ora?
Bellamy cercò di trattenerla, ma lei gli passò oltre, andando ad accendere le luci del portico e trovandosi faccia a faccia con il nuovo arrivato.
Lui la squadrò da capo a piedi con uno sguardo che non le piacque neanche un po', si sentì nuda e a disagio.
«Clarke... sei un incanto».
Poi però la sua attenzione venne attirata anche da chi la stava accompagnando.
«Bellamy? Che cosa ci fai qui?».
La tensione sul viso di Bellamy era ben evidente, o almeno lo era per Clarke e per un momento ebbe paura che potesse fare qualcosa di stupido.
«Dovrei essere io a farti questa domanda... Spacewalker».
La ragazza ricordava il nomignolo che Bellamy aveva affibbiato a Finn ancora ai tempi dei liceo, ma non riusciva a ricordarne il motivo. Probabilmente quel soprannome esisteva da prima che lei arrivasse a Fort Hill.
Osservò i due guardarsi in cagnesco per qualche istante, sempre più convinta del fatto che se non fosse intervenuta sarebbero stati perfettamente capaci di arrivare alle mani, quindi si mise in mezzo.
«Finn, perché sei qui?».
«Perché sono qui? Clarke, ti volevo parlare, sai... dopo l'altra sera. Ma tu... insomma, esci con lui?».
«Con chi esco non sono affari tuoi. Tu non sei più un affare mio. Torna a casa Finn... per favore. Semplificherai le cose a tutti».
Il ragazzo la guardò con gli occhi sgranati.
«Ma Clarke... ».
«Hai sentito che cosa ha detto. Sparisci Collins».
«Mi dispiace Finn, ma io non ho più nulla da dirti» concluse lei, cercando di mantenere un tono freddo e distaccato.
Lui le lanciò un ultimo sguardo confuso prima di allontanarsi senza aggiungere altro.
Dopo che il ragazzo si fu allontanato, sulla veranda di casa Griffin aleggiò il silenzio per qualche istante prima che Clarke lo interrompesse, voltandosi a guardare Bellamy.
«Vuoi entrare?».
Il moro rimase fermo per un istante senza dire nulla, poi annuì. A quel punto Clarke ripescò le chiavi di casa dalla borsa e le infilò nella toppa.
La casa era immersa nell'oscurità e nel silenzio e la bionda si avviò verso la cucina per controllare le ciotole di Yeti. Accese una luce e Bellamy la seguì.
«Spero tanto che quel mostriciattolo assatanato sia uscito per la caccia notturna».
«Ehi! Non parlare così del mio gatto Blake!» disse lei colpendolo con il cartone del latte.
Lui si aprì in una risata, la prima da quando avevano visto Finn. L'astio fra quei due era percettibile come una nuvola scura e densa carica di pioggia; da quanto ne sapeva Clarke, era sempre stato così.
«Posso offrirti qualcosa?».
«Principessa, abbiamo mangiato fino a scoppiare e mi offri qualcosa?».
Lei gli si piazzò davanti, puntandogli minacciosamente un dito contro il petto.
«Senti Blake... devi davvero smetterla con questo diavolo di soprannome. Hai capito?».
Sorpreso, lui scoppiò a ridere, facendo un passo avanti e squadrandola dall'alto della sua statura.
«Altrimenti... Principessa?».
«Altrimenti... » e qui anche lei avanzò di un passo «... ti ritroverai davvero in un mare di guai».
«Sto tremando di paura» la canzonò lui con un sorriso strafottente.
Per un momento, Clarke non parlò, poi riprese: «Dimmi la verità, Blake... si può sapere qual è il tuo problema?».
Bellamy allargò il suo ghigno che tanto la mandavano in bestia.
«La verità è che io ho un grosso problema con te, Principessa» il moro le stava proprio di fronte, tanto che Clarke poteva sentire il suo respiro fresco sulla pelle del collo lasciata scoperta dai capelli raccolti.
«Che genere di problema?» fece lei guardandolo dritto negli occhi con una determinazione di cui quasi si sorprese lei stessa.
Bellamy prese delicatamente il suo mento tra pollice e indice, costringendola ad alzare lo sguardo.
«Un problema che non so davvero come risolvere, forse più una tentazione che un vero e proprio problema».
Ormai probabilmente c'era mno di un metro a separarli. Clarke si trovava fra il bancone della cucina ed il ragazzo, la mente di una lucidità quasi impossibile e il cuore che batteva più velocemente del normale.
«Una tentazione?» ripeté lei, continuando a guardarlo intensamente.
Gli occhi di Bellamy erano lucidi, quasi liquidi, accesi di una luce che la ragazza non gli aveva mai visto prima e, notò lei, quegli occhi scivolarono senza neanche tanta discrezione sulle sue labbra.
«Sì, una tentazione» si spostò in avanti di un altro passo e a quel punto accorciò ulteriormente la distanza tra i loro corpi.
«Beh, chi è stato a dire che l'unico modo per liberarsi di una tentazione è cedervi?».
Ci fu un attimo di pausa.
«L'ha detto Wilde».
Lei lo osservò sorpresa e lui sorrise.
«Te l'ho detto... non sono un ignorante».
Altro momento di pausa.
«Mmm... e a questo punto cosa dovremmo fare Blake?». Un nuovo passo in avanti.
«Beh Principessa... io un'idea ce l'avrei».
Clarke deglutì.
«Certo... questo sempre a condizione che tu abbia abbastanza coraggio per farlo».
Il ghigno di Bellamy si allargò.
«Mi sembra che già una volta tu mi abbia accusato di non avere le palle e sappiamo entrambi com'è andata a finire».
Una sorta di trepidante attesa mista a panico s'impadronì di Clarke, che deglutì a vuoto e fissò gli occhi di Bellamy, che la guardavano di rimando.
«Principessa... ».
«Mhm?».
«Che cosa vuoi che faccia?».
Lei gli posò una mano sul petto, proprio al centro, sulla linea che separava i suoi pettorali.
«Se osi, vieni un po' più vicino».
A quel punto Bellamy annullò qualsiasi distanza tra di loro, racchiudendole la nuca con una mano e posando la fronte sulla sua.
«Finalmente... Clarke».
E allora Clarke seppe. Seppe che quella era l'ultima difesa, che quello era il perdono di cui aveva bisogno, per sé stessa e per il resto del mondo dal quale era fuggita in quegli ultimi anni. E si lasciò sommergere da quel tumulto di sentimenti che le scoppiavano nel petto.
I'm not bullet proof when it comes to you
Maybe I'll crash into you
Maybe we would open up these wounds
We're only alive if we bruise
So I lay down this armor
I will surrender tonight
Before we both lose this fight
Take my defenses
All my defenses
I lay down this armor
I lay down this armor
I lay down this armor
I do what it takes to make this right
Non sono a prova di proiettile quando viene verso di te
Forse mi infrangerò in te
Forse riapriremo queste ferite
Ma siamo vivi se bruciamo
Quindi lascerò cadere la mia armatura
Mi arrenderò stanotte
Prima che entrambi perdiamo questa battaglia
Prendi le mie difese
Tutte le mie difese
Lascio cadere la mia armatura
Lascio cadere la mia armatura
Lascio cadere la mia armatura
Farò ciò che è necessario per renderlo giusto
Quando Bellamy premette le labbra su quelle di Clarke, il corpo della ragazza ebbe un tremito, prima di afferrarlo per il bavero della camicia bianca e schiacciarlo ulteriormente contro di sé. Lui le circondò la vita con le braccia e schiuse le labbra per approfondire quel bacio che prima di allora aveva tanto immaginato. Con sua sorpresa, pensò in un ultimo sprazzo di lucidità, la realtà ebbe nettamente la meglio sulla fantasia.
Sospirò sulle labbra di lei, come se si fosse improvvisamente liberato di un peso e sentì Clarke sorridere sulle sue labbra.
Per un istante, un lungo e intenso istante, si guardarono dritto negli occhi, poi fu lui a prendere parola.
«Allora... c'è altro di cui vorresti mettermi alla prova, Prin... Clarke?».
Ma invece di rispondere, Clarke si alzò sulle punte dei piedi, baciandolo di nuovo e Bellamy rispose con irruenza, ma anche con gentilezza, stringendola a sé ma non tanto da farle male. Sfogò in lei qualsiasi cosa. Il desiderio che aveva cercato di soffocare nelle ultime settimane, l'angoscia per quella situazione in cui stavano andando a cacciarsi senza sapere come sarebbe andata a finire, il dolore.
Sì, in qualche modo Clarke lo aiutò ad alleviare quel dolore che negli ultimi anni aveva imparato a nascondere al mondo, perfino a sé stesso, tanto che a volte si illudeva che non esistesse nemmeno, eppure c'era.
Sapeva che con Clarke poteva far cadere quell'armatura che si era cucito addosso come se fosse una seconda pelle, perché anche lei conosceva quel dolore, che sordo non lasciava scampo, non gli permetteva di respirare. Era il loro fardello, ma adesso potevano condividerlo.
La baciò con passione, facendo scivolare le sue mani sulla schiena, a palmo aperto e schiacciandola contro il suo torace.
Voleva di più, avrebbe voluto tutto, ma sapeva che non poteva.
Scese, affondò il viso nell'incavo del collo di lei, posandovi le labbra, lasciando una scia di baci su quella pelle morbida e inspirando a fondo il suo profumo, e Clarke inarcò la schiena, premendo ulteriormente il suo corpo contro quello di lui. Bellamy fremette.
Era vero, era stato con tante ragazze, soprattutto durante gli anni della sua adolescenza, ma una tale passione, una tale eccitazione... quelli non li aveva mai provati prima di allora.
«Bellamy... » ansimò lei affondando le unghie nel tessuto leggero della sua camicia, sulla schiena.
Il ragazzo tornò sulle sue labbra, baciandola di nuovo e sospingendola un po' più indietro, contro il bancone in mogano alle spalle di lei.
Intrecciò le mani fra i suoi capelli, sciogliendoli da quel fermaglio e lasciandoli ricadere in morbide onde chiare sulle sue spalle.
Era bellissima.
Quella sera, appena poche ore prima quando era entrata nel salotto, aveva creduto che il suo cuore per un momento si fosse fermato. Non si era reso conto di ciò che le aveva detto e poi fu troppo tardi per rimangiarsi quelle parole, ma... a quale scopo? Aveva detto che era stupenda ed era esattamente ciò che pensava.
Doveva fermarsi. Doveva fermarsi, altrimenti avrebbe finito col prenderla lì e non poteva farlo. Teneva troppo a Clarke per rovinare tutto con il sesso; lei non sarebbe diventata una delle sue avventure.
Si staccarono, ansanti e lei gli posò una mano sul viso.
«A meno che la cosa non sia nel mio interesse... non credo che mi convenga metterti alla prova un'altra volta» disse sorridendo, ancora accaldata.
«Vuoi dire che questo non è stato nel tuo interesse?» rispose a tono, incrociando le braccia al petto e inarcando un sopracciglio con aria divertita.
Lei gli rivolse un sorrisetto che la diceva lunga.
«Ti sembra ancora inutile questa serata?».
La bionda scosse la testa.
»Direi proprio di no».
«Lo spero bene».
A quel punto il ragazzo guardò l'orologio, che ormai segnava l'una meno venti.
«È meglio che adesso vada. Chiuditi a chiave e fila a letto, è tardi. E domani riprenderemo le ricerche. Porto via i documenti, vieni tu da me. Ti aspetto dopo pranzo».
«Dopo pranzo?! Sprecheremo tutta la mattinata!».
«Clarke, devo essere io a ricordarti che tra appena un mese avrai l'esame di ammissione alla specialistica? Tu devi entrare a chirurgia per poter fare l'internato all'Ark Medical Center e io invece devo preparare l'esame da tenente, che fra parentesi è tra meno di venti giorni. Ci vediamo dopo pranzo».
A quelle parole, lei annuì.
«Hai ragione. Buonanotte» disse accompagnandolo alla porta.
«Buonanotte» e, detto ciò, si sporse verso di lei per darle un bacio leggero sulle labbra, che lei ricambiò.
Era incredibile... ora che aveva cominciato, era come se non riuscisse più a smettere e la cosa lo elettrizzò.
Uscì di casa senza voltarsi a guardarla, altrimenti temeva che potesse caricarsela in spalla e portarla in camera da letto senza tante esitazioni.
Salì nuovamente in macchina e guidò rilassato fino a al numero 11 di Manor Road, quando arrivò si avviò subito in camera sua, togliendosi di dosso quei vestiti e lasciandoli su una sedia, chiuse a chiave i documenti nel solito cassetto e, dopodiché, andò in bagno per sistemarsi prima di andare a letto.
La stanchezza gli piombò addosso come una coperta accogliente che lo avvolse, facendolo scivolare in pochi istanti in un sonno profondo, la mente annebbiata e il profumo di Clarke ancora addosso.
Quando la mattina dopo si svegliò, si accorse di essere rilassato come poche altre volte gli era capitato negli ultimi anni.
Si stiracchiò sopra il lenzuolo e saltò giù dal letto, avviandosi in cucina per fare colazione. Preparò il caffè e tirò fuori dalla dispensa un pacco di biscotti da mezzo chilo, dopodiché andò in salotto dove aveva lasciato il libro per la preparazione al test e lo portò in cucina.
Cominciò a leggere con la tazza di caffè tra le mani e lo sguardo perso e assorto tra quelle righe. Tornare a studiare gli fece uno strano effetto, in qualche modo gli ricordò i primi tempi all'accademia e... non era certamente stato un periodo semplice per lui, quello. Ciò che era accaduto a sua madre all'epoca era ancora troppo fresco, soprattutto per il fatto che Melinda era morta in un incendio; adesso invece riusciva ad affrontare la cosa con più serenità e senza quell'opprimente senso di responsabilità che provava nei confronti di Octavia ora che la ragazza si era fatta una sua vita ed era indipendente.
Bevve il caffè con lentezza, sgranocchiando un biscotto di tanto in tanto e, verso le undici, sua sorella gli scrisse per chiedergli se avesse voglia di andare a pranzo da lei e Lincoln. Il ragazzo accettò di buon grado e si alzò per prepararsi.
Stava per uscire di casa quando il suo telefono prese a squillare.
«Ehi Atom!» salutò l'amico quando vide il suo nome comparire sul display.
«Ciao Bell! Come stai?».
«Tutto a posto, grazie. Tu?».
«Non mi lamento a parte il fatto che non vedo l'ora di andare in ferie anch'io. Volevo chiederti... hai da fare stasera?».
«Stasera? No, direi di no».
«Bene! Che ne dici allora di una birra al pub verso le nove?».
«Ci sto. A stasera allora!».
«Buona giornata amico».
Non sapeva a che ora avrebbe finito con Clarke, ma credeva che un pomeriggio intero per quel giorno sarebbe stato sufficiente.
Poi pensò alla ragazza e la consapevolezza di vederla tra poche ore lo elettrizzò.
Patetico. Si comportava come un liceale al primo appuntamento.
Uscì spensierato e, quando arrivò davanti casa della sorella, non fece nemmeno in tempo a scendere dall'auto che un turbinio di capelli scuri e un groviglio di braccia gli furono addosso, lasciandolo interdetto.
«Octavia?» disse cercando di allontanarsi per osservarla in volto e capire cosa stesse succedendo, ma la stretta era così ferrea che non gli permise di muoversi, poi la ragazza parlò, o meglio... urlò.
«Ci sposiamo! Lincoln mi ha chiesto di sposarlo!».
Bellamy rifletté un momento... era il 5 agosto, non si era sbagliato. Quello era il loro anniversario.
Più rilassato, strinse a sé la sorella e uno strano senso di orgoglio, ma anche di malinconia si impadronì di lui. Era veramente arrivato il momento di lasciarla andare, di lasciare che vivesse appieno la sua vita, di lasciare che camminasse sulle sue gambe senza più tenerla per mano.
Ci sarebbe sempre stato per sua sorella, questo era ovvio, ma adesso sarebbe stato tutto un po' diverso.
Posò le labbra sulla guancia della sorella, dandole un lungo bacio. Era così fiero di lei.
Lincoln li raggiunse poco dopo, dandogli un pacca sulla spalla.
«Congratulazioni ragazzi e, Lincoln... ti reputavo già uno di famiglia, ma ora lo diventerai a tutti gli effetti. E vedi di trattarmela bene, perché sono sempre capace di tagliarti le gambe» a quelle parole risero tutti e tre.
«Lincoln mi ha detto che è venuto prima da te, per... beh, diciamo per chiedere la tua benedizione. Grazie fratellone».
Lui le sorrise, dandole un buffetto sulla guancia.
«Qualunque cosa per rendere felice la mia sorellina».
Lei lo abbracciò di nuovo, poi si avviarono tutti in casa.
Il pranzo ormai era pronto e la tavola apparecchiata, Bellamy vedeva la gioia in ogni sguardo di sua sorella e quel fatto gli scaldò il cuore.
Avrebbe voluto dirle di cosa era successo la sera precedente con Clarke, ma preferì aspettare. Quel giorno era solo di Octavia e Lincoln e nulla avrebbe dovuto attirare l'attenzione su altro.
«Allora ragazzi... avete già deciso una data?».
La sorella sorrise radiosa.
«Pensiamo in primavera, verso maggio».
«E tu ovviamente dovrai farmi da testimone» disse Lincoln con un gran sorriso, che Bellamy ricambiò.
«Sarà un vero piacere».
Per l'intera durata del pranzo fu quello l'argomento principale, poi, ad un tratto, Lincoln disse: «Ehi, sai chi ha scontato la sua pena ed è stato scarcerato, Bell?».
Lui lo osservò incuriosito.
«Una tua vecchia conoscenza: John Murphy».
Bellamy alzò un angolo della bocca.
«Murphy... saranno anni ormai che non lo vedo. Era stato messo dentro per spaccio?».
«Sì. Ora è in libertà vigilata».
«Conoscendolo non gli piacerà».
«Questo senza dubbio. È un tipo a cui di rado va bene qualcosa».
«Un vero idiota» prese parola Octavia.
Quando finirono di mangiare, Bellamy si alzò.
«Scusate ragazzi, devo andare. Ho preso un altro impegno per oggi pomeriggio, ma ci vediamo presto, ok? E Octavia... io ti voglio bene, ma ora non fare impazzire Lincoln con i preparativi per il matrimonio e tutto il resto, d'accordo?».
Gli altri due risero.
«Buon pomeriggio Bell» e, detto questo, il moro salutò sua sorella con un bacio sulla guancia e riprese la via di casa.
Non appena giunse a destinazione, fece una doccia veloce prima dell'arrivo di Clarke e recuperò i documenti dal cassetto nella sua stanza, portandoli in salotto. Ormai non doveva mancare molto all'arrivo della ragazza e infatti, dopo qualche minuto, si udì suonare alla porta.
Andò ad aprire già con una certa elettricità in corpo e, quando vide la ragazza sorridente sulla veranda, non riuscì a trattenersi dal sorridere a sua volta.
«Ciao Principessa».
«Bellamy... » rispose lei e, notò il moro, quella era una delle poche volte in cui non lo aveva chiamato per cognome. Avrebbe quasi potuto farci l'abitudine, pensò.
Clarke avanzò, entrando in casa e passandogli di fianco con quella che a lui parve una lentezza esasperante.
«Ehi» disse bloccandola per un polso e facendola voltare. «Non si saluta più?».
Lei sfoderò un sorrisetto furbo.
«Non mi pare di averti ignorato».
Bellamy le lanciò uno sguardo che poteva solo dire attenta-a-quello-che-dici e il sorriso di Clarke si allargò, ma ci pensò lui a farglielo sparire ben presto avvicinandola a sé e posando le labbra sulle sue.
«Vedo che ti sei svegliato rinvigorito stamattina» disse lei con gli occhi che le brillavano.
«Ho ricevuto una bella notizia» disse lui con un sorrisetto, continuando a stringere la ragazza fra le sue braccia.
«Una bella notizia?» gli fece eco lei, guardandolo incuriosita.
«Già... » decise che avrebbe giocato un po', giusto per farla vacillare e infatti ottenne proprio l'effetto sperato.
Clarke lo scrollò per la maglietta, richiamandolo all'ordine.
«E quale sarebbe questa bella notizia?».
Sembrava proprio una bambina desiderosa di sapere e lui si divertì a tenerla sulle spine.
«Non so se ho voglia di dirtelo».
L'espressione di lei fu talmente buffa che Bellamy non riuscì a trattenere una risata, ma Clarke si riprese subito e lo osservò con occhi profondi come pozze di un oceano in cui il moro rischiò di perdersi.
«Devo farti parlare a modo mio, Blake?».
Ecco che era tornata al cognome, ma quella camuffata minaccia gli fece correre un brivido lungo la schiena, dunque decise di assecondarla.
«Mmm... la cosa si fa interessante».
Prima che potesse rendersene conto, si ritrovò spalle al muro e con le labbra di Clarke al collo, le sue mani sui fianchi, sotto la maglietta.
Oddio, pensò.
Quella ragazza era sempre capace di stupirlo, così come la sua intraprendenza e Bellamy rischiò di perdere tutta la sua lucidità.
Atom aveva ragione sul fatto che riuscisse a sorprenderlo continuamente e anche... beh, anche sull'argomento "baci" il suo amico non si era sbagliato. Di nuovo, gli venne voglia di spaccargli la faccia per averla baciata quella sera al pub, ma poi il tocco vellutato delle labbra di lei sulla sua carotide lo riportarono alla realtà, o meglio... lo mandarono in un limbo in cui tempo e spazio non esistevano, ma esistevano soltanto loro due e quella sensazione di caldo al cuore che non aveva mai provato in vita sua.
Poi Clarke si staccò e il freddo gli piombò addosso.
«Allora... adesso me lo vuoi dire?».
Cosa... cosa doveva dirle? Quell'intermezzo passionale gli aveva tolto ogni facoltà di pensiero.
«Tu giochi sporco» disse per guadagnare tempo, ma lei gli rivolse un sorrisetto ammaliatore e soddisfatto al contempo.
«Quando l'occasione lo richiede».
«Octavia... si tratta di Octavia» disse poi, cominciando a tornare ad una certa razionalità. «Lincoln le ha chiesto di sposarlo, stanno pensando a maggio».
Gli occhi di Clarke si illuminarono.
«Ma è fantastico! Octavia se lo merita proprio».
Adesso, notò Bellamy, era tornata bambina. Una bambina il giorno di Natale e quel pensiero lo fece sorridere.
«Avanti Principessa... direi che è ora di mettersi al lavoro».
Improvvisamente lei si fece seria ed annuì, seguendolo in salotto.
Presero posto intorno al tavolo, ora entrambi estremamente concentrati e, per il momento, decisero di abbandonare qualsiasi tipo di ricerca legato a "Timeless", qualsiasi cosa fosse.
Non avevano nulla di concreto da cui partire, dunque per il momento decisero di focalizzare la loro attenzione su come scoprire chi fosse in sala operatoria la notte della morte del dottor Griffin e vedere se, oltre la dottoressa Tsing, fosse presente qualcun altro coinvolto nell'Esperimento 100.
Fu Clarke a prendere parola dopo diverse ore.
«Così è impossibile Bellamy, non arriveremo a nulla».
«Clarke, qui l'esperta sei tu, io non so come funzionino queste cose».
«Octavia ha detto bene: i dati restano in archivio per sette anni, ma è una cosa che possiamo scoprire solo dall'interno dell'ospedale. Oppure ci serve un bravo hacker. E la cosa diventerebbe illegale».
Ma a quelle parole una lampadina si accese nella mente di Bellamy.
«Un hacker hai detto?».
«Sì. Perché, ne conosci uno?» chiese lei stancamente.
Il ragazzo però si era già mosso verso l'ingresso, recuperando le chiavi dell'auto.
«Vieni con me o no, Principessa?» urlò già sulla porta.
Lei non se lo fece ripetere due volte e in un attimo gli fu dietro.
Bellamy guidò velocemente lungo strade che non percorreva da anni, ma che conosceva bene, a differenza di Clarke che, a giudicare dalla sua espressione, non aveva idea di dove stessero andando.
«Aspetta... » prese parola lei a un certo punto. «Ci stiamo avvicinando al "Projects"?».
«Sì, Principessa. Ti porto nei bassifondi o almeno... in quelli che voi super ricchi di Fort Hill ritenete i bassifondi».
La zona comunemente chiamata Projects era infatti abitata per lo più da popolazione di varie etnie, con pochissimi nativi americani e persone per lo più di colore o ispano-americane.
C'era sempre stato un certo divario, tenuto nascosto da palate e palate di ipocrisia e perbenismo. Bellamy lo aveva sempre odiato, anche perché se doveva dirla tutta, si era sentito molto più uno del Projects piuttosto che di Fort Hill.
Se non fosse che Melinda si era spezzata la schiena lavorando come una schiava per tutta la sua vita e per la piccola somma lasciatale dai genitori, i nonni materni di Bellamy e Octavia, sicuramente anche loro avrebbero vissuto lì.
Alle sue parole, Clarke gli lanciò un'occhiataccia.
«Io non considero proprio niente» disse con acidità e Bellamy le lanciò uno sguardo veloce, sembrava arrabbiata.
Il resto del viaggio trascorse nel silenzio, finché, dopo una mezz'ora buona, arrivarono in prossimità di un'abitazione alquanto decadente.
«Resta in macchina e chiuditi dentro. Non è un bel quartiere».
La ragazza però lo ignorò, sganciando la cintura di sicurezza e facendo per uscire, ma lui la bloccò, fissandola negli occhi con sguardo penetrante, tanto che anche lei parve vacillare.
«Clarke. Hai sempre fatto di testa tua, ma stavolta dico sul serio. Non muoverti da questa macchina, è chiaro?».
La bionda sbuffò scocciata e riallacciò la cintura.
Così, scese dall'auto e si avviò verso quella casa in rovina.
Suonò al campanello ma quello non funzionava, così bussò.
Attese. Un minuto. Due. Niente.
Colpì la porta con più forza e, dopo quella che a lui parve un'ora, udì un rumore dall'altra parte delle mura, lo scattare della serratura e, infine, si aprì uno spiraglio, anche se dall'interno la porta era bloccata da una catena.
Bellamy riconobbe subito quegli occhi chiari.
«Ma guarda un po' chi si è fatto vedere dopo cinque anni... Bellamy Blake. Cos'è, sei diventato un cittadino modello adesso?».
L'interessato sorrise, ma era un sorriso che non prometteva nulla di buono. «Ciao Murphy... ».
NOTE:
Ciao a tutti! Scusate il ritardo, ma credo di essermi fatta perdonare, no?
Ad ogni modo, sono qui finalmente e beh... E BELLARKE SIA!
Ahah, sì, ciò che avete visto non era un miraggio, alla fine abbiamo avuto un bacio, un bacio vero e sembra che i due siano abbastanza presi l'uno dall'altra.
Insomma, di cose in questo capitolo ce ne sono state e spero che come sempre sia stato all'altezza delle vostre aspettative, non so cosa vi foste immaginate per il loro primo bacio, sarei curiosa di saperlo, ma mi auguro solo che non vi abbia deluso.
Poi va beh, il fatto che neanche un giorno e Clarke sia già arrabbiata con Bellamy è tutto nella norma conoscendoli, ahah XD
Ma belli i miei bambini <3
Ok, la smetto.
Poi ci sono anche Lincoln e Octavia che si sposano e adesso l'introduzione di Murphy, anche lui si rivelerà un personaggio abbastanza importante nelle indagini.
P.S. scusate le possibili imprecisioni delle traduzioni dei brani di questo capitolo, ma siccome su internet non ne ho trovate che mi soddisfacessero, sono praticamente scritte di mio pugno ^.^'
Detto questo, passo e chiudo, ci riaggiorniamo al prossimo capitolo, che arriverà come minimo tra una settimana perché... *pausa effetto*... giovedì partirò per andare alla Polaris Convention a Francoforte!
Fatemi un in bocca al lupo perché sto in ansia, ahah.
Sempre vostra,
Mel
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Demons
FanfictionSono passati sei anni da quando Clarke Griffin è partita per il college. Sei anni e un dolore autodistruttivo dovuto alla morte del padre di cui non è mai stato preso l'assassino. A ventitré anni, Clarke fa ritorno a casa, ma non aveva immaginato ch...
