[ REVISIONATA ]
» Sequel di "He likes playing"
Katherine è pronta a fare di tutto per salvarsi da quell'uomo che le ha rovinato la vita, persino rinunciare alla vita che tanto ha sognato. E infatti compie un gesto estremo, ma non ha fatto i conti co...
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Katherine's pov
Era successo tutto troppo in fretta. Bastati pochi minuti, e ciò che avevamo costruito in mesi si era frantumato in mille pezzi. L'amore sembrava dissolto, le promesse annullate. Come se niente fosse mai esistito. Eppure c'erano state parole, emozioni, promesse vere. Solo che non eravamo stati capaci di mantenerle.
Capita. Nella vita capita. Ma perché sembrava capitare sempre a me?
Arrivai a casa esausta. Volevo solo un bagno caldo, cercare di calmare la testa. Avevo camminato per quasi quattro chilometri, e i muscoli bruciavano. Non ero abituata a tanto movimento.
Mi lasciai cadere sul divano, concentrandomi sul respiro per evitare un nuovo attacco di panico. Ultimamente capitava spesso. Alex era sempre lì ad aiutarmi... ma Alex non c'era più. E io ero rimasta sola.
Dicono che col tempo ci si abitua alla solitudine. Che impari a non dipendere da nessuno. Che alla fine capisci di poter contare solo su te stesso. Nel mondo non esistono certezze, e prima lo accetti, meglio è.
Parole. Solo parole. La realtà è un'altra: la solitudine consuma. Specie quando perdi la persona che ami. Perché affrontare tutto da soli, quando accanto avevi qualcuno che ti capiva? Le certezze esistono eccome. Siamo noi che le roviniamo. Le diamo per scontate, pensando che "certezza" significhi "per sempre".
«Sei sola, Kitty. Il tuo ragazzo non verrà a salvarti.» Le parole di quel mostro tornarono come una lama. «Non vali niente per nessuno.» Ricordai lo schiaffo, e istintivamente mi toccai la guancia. La pelle sembrava ancora bruciare.
Le lacrime partirono senza controllo. Il respiro si spezzò. Non riuscivo a calmarmi. Non riuscivo a fermarmi. Mi sentivo inutile, impotente. Mi vergognavo di me stessa.
Mi ero sempre vantata di essere forte, di non crollare davanti a niente. In realtà ero fragile. Fragile al punto che nessuno sembrava accorgersene. Perché tutti continuavano a colpirmi, invece di aiutarmi?
Qualcuno, però, ci aveva provato. E io...
Un conato mi colpì di sorpresa. Corsi in bagno, piegata in due. Le lacrime aumentarono.
Per anni avevo ignorato il dolore, come se non avessi più lacrime da spendere. Ora non riuscivo più a trattenerle. Mi ero arresa. Il dolore mi aveva ripresa tra le mani, riportandomi indietro nel tempo: di nuovo la bambina chiusa nell'armadio a piangere. Non mi piaceva. Non volevo essere quella persona.
Mi alzai e mi guardai allo specchio: mascara colato, occhi gonfi, capelli in disordine. Aprii l'acqua, sciacquai il viso con movimenti rapidi, come se bastasse lavare via il dolore. Poi mi spogliai e mi infilai sotto la doccia, lasciando che l'acqua cancellasse ogni traccia di quell'attimo. Addio Katy vulnerabile. Bentornata Katy indifferente.