[ REVISIONATA ]
» Sequel di "He likes playing"
Katherine è pronta a fare di tutto per salvarsi da quell'uomo che le ha rovinato la vita, persino rinunciare alla vita che tanto ha sognato. E infatti compie un gesto estremo, ma non ha fatto i conti co...
Oops! Questa immagine non segue le nostre linee guida sui contenuti. Per continuare la pubblicazione, provare a rimuoverlo o caricare un altro.
«Sì, papà, Hunter è qui accanto a me.» Alzai gli occhi al cielo e sbuffai, lanciando un'occhiata al ragazzo-bestia al mio fianco. Alla fine ero riuscita a convincere mio padre a lasciarmi partire per una settimana di vacanza. Ma a una condizione: non sarei mai dovuta restare sola. Così avevo accettato di portarmi dietro una specie di guardia del corpo.
Hunter mi seguiva come un'ombra. Non potevo lamentarmi troppo: faceva solo il suo lavoro. Ma a volte avrei voluto disperatamente un po' di solitudine. Devo ammetterlo, però: mi aveva salvato più di una volta. Come quella sera in Spagna, quando avevo alzato un po' troppo il gomito in un bar. Se non fosse stato lì, probabilmente avrei fatto qualche sciocchezza di cui mi sarei pentita. Certo, l'idea di passare la notte con uno spagnolo non era da scartare... peccato che, nonostante tutto, la mia mente fosse altrove. Sempre lì. A quegli occhi scuri che non smettevano di perseguitarmi. A quelle mani che desideravo ancora sentire sulla mia pelle.
In una sola settimana avevo girato parecchio. E avevo deciso: a fine anno scolastico mi sarei trasferita a Londra. Fosse dipeso da me, ci sarei andata subito. Ma mio padre teneva che finissi almeno quell'anno a New York. E glielo dovevo concedere. Avevo bisogno di ricominciare da capo, lontana da tutto e tutti. Sognavo una vita normale da diciassettenne — o quasi diciottenne. Tra un mese avrei compiuto diciotto anni. Tre anni alla maggiore età, eppure dentro di me mi sentivo già più vecchia, segnata dal passato.
«Verrà Mia a prendermi all'aeroporto.» ripetei per l'ennesima volta. «Oddio, cerca di stare tranquillo, mi stai stressando.» Lo attaccai, anche se non volevo essere scortese.
Riattaccai dopo un'altra raffica di raccomandazioni che mi aumentarono il mal di testa. L'ansia cresceva. Il nervosismo pure. E soprattutto, la paura. Paura di incontrare il motivo di tutto questo.
Avevo chiesto a Mia di non dire a nessuno del mio ritorno. Speravo di avere qualche giorno di respiro prima di rivedere tutti. Ma conoscevo bene la mia amica. Infatti, all'aeroporto, c'erano tutte e tre ad aspettarmi.
Non mi lamentai: le avevo trascurate troppo e non lo meritavano. Quella mini vacanza mi aveva fatto capire che non dovevo isolarmi. E mi aveva ricordato un altro piccolo dettaglio: la mia tolleranza all'alcol era ridicola.
Ci abbracciammo e urlammo come pazze, i nostri sorrisi larghi, sinceri. A vederci da fuori, probabilmente sembravamo fuori di testa. Ma non importava a nessuna di noi.
«E lui chi è?» chiese Tania, squadando Hunter dalla testa ai piedi. Capivo la sua reazione. Era stata la mia la prima volta che lo avevo visto: occhi color ghiaccio, capelli biondi raccolti in un codino, fisico scolpito. Peccato fosse più antipatico della madre di Cheryl in Riverdale.
«Il mio cane da passeggio. Saluta, Hunter.» lo incitai. Lui si limitò a lanciarmi un'occhiata torva. Il nostro rapporto non andava oltre questo. E andava bene così. «Scusate, devo ancora insegnargli le buone maniere.» sussurrai alle ragazze, con tono abbastanza alto da farmi sentire. Adoravo farlo arrabbiare. E adoravo ancora di più che non potesse ribellarsi. Era pagato per starmi dietro: sopportarmi era parte del contratto. E in quella settimana avevo dato il meglio di me nel metterlo alla prova.
«Piacere, Cami.» provò la mia amica, con la sua solita dolcezza capace di sciogliere qualsiasi cuore di ghiaccio. Peccato che quello di Hunter fosse ibernato.
«Potevano dartene uno più simpatico.» commentò Mia, in piena sintonia con me.
«Fate pure come se non ci fosse.» sbuffò Hunter.
Un colpo al vetro dell'Audi parcheggiata accanto attirò la mia attenzione. Mi sporsi per vedere chi ci fosse dentro. Pochi secondi dopo, una chioma corvina sbucò dal finestrino.
«Allora, vogliamo fare sera?»
«Matty! Mi sei mancato tantissimo.» gli diedi un bacio sulla guancia, felice di rivederlo.
Ovviamente Mia aveva portato anche lui. Ormai erano inseparabili. Se però qualcuno osava insinuare che stessero insieme, si beccava un'ondata di insulti. Soprattutto da lei.
«Sì, si è visto dalle migliaia di telefonate che mi hai fatto.» disse ironico. Okay, forse in quei giorni non avevo avvisato nessuno. Ma avevo bisogno di tempo per me.
«Guarda questa stronza come sta abbronzata.» commentò Mia all'improvviso, fissando la mia pelle.
«Solo invidia, baby.» le mandai un bacio volante. «Comunque, mi fa piacere vedervi tutti qui.» ammisi sincera. Anche se mancavano Mason... e lui.
«Non siamo tutti.» disse Cami, con un sorriso triste. Il mio cuore fece una capriola. Sapevo esattamente a chi si riferisse.
«Ho chiamato un taxi. Andiamo con quello.» disse Hunter, tirandomi per un braccio.
«Tu vai con quello. Io vado con i miei amici.» mi ritrassi dalla sua presa, infastidita. Odiavo il modo in cui cercava di darmi ordini. Forse con altri incarichi gli era sempre andata bene. Con me no.
«Cristo, Katherine, non rendere sempre le cose difficili.» sbottò tra i denti.
Oh cucciolo. Non sai cosa ho passato. Di certo tu non mi fai paura, pensai.
«Mi frega poco di ciò che ti appare difficile. Prendi il taxi e vai a casa. Anzi, meglio: prendi un aereo e torna da dove sei venuto.»
Dovevo chiamare mio padre al più presto e dirgli che il servizio babysitting era ufficialmente finito.
«Non costringermi a trasportarti di peso.» minacciò Hunter.
«Non costringermi a prenderti a pugni.»
Quella voce. Quella voce che conoscevo troppo bene. La voce che aveva accompagnato tutte le mie notti.
«E tu saresti?» Hunter alzò un sopracciglio, sfidando Alex con lo sguardo.
Oh no. Non sarebbe finita bene. Alex sapeva difendersi. Ma Hunter aveva qualche anno in più, qualche centimetro, qualche chilo. E soprattutto... era addestrato. Una macchina da guerra.
«Prendiamo questo taxi.» cercai di mediare, facendo un passo verso Hunter per evitare lo scontro. Ma quella volta fu Alex a tirarmi verso di sé.
Mi fece voltare. Occhi nei suoi occhi. Pelle contro pelle. Dopo settimane, respirai di nuovo il suo profumo. Mi destabilizzò completamente.
«Quanto sei bella.» disse, scrutandomi. Mi sentii avvampare. Tre parole. Tre maledette parole e tutto il tempo passato lontano da lui si dissolse. Dimenticai ciò che mi aveva detto in macchina. Dimenticai la solitudine.
«Katherine, andiamo.» disse ancora Hunter.
Ma io non lo sentii. Il mio mondo, in quel momento, ruotava solo attorno ad Alex.
» Spazio autrice Ecco a voi Hunter, che ne pensate? 😏
Oops! Questa immagine non segue le nostre linee guida sui contenuti. Per continuare la pubblicazione, provare a rimuoverlo o caricare un altro.
Pensavate che Katy fosse partita per sempre, vero? Ma io vi avevo promesso che questa non sarebbe stata una della solite storie cliché, quindi lei si è presa solo una piccola vacanza da tutto, lo meritava. Poi nei prossimi capitoli scoprirete gli effetti che la distanza ha avuto su Alex e Katy. Come sempre vi chiedo di segnalare eventuali errori di grammatica o di battitura. Spero che la storia non vi annoi 😂