Capitolo 29

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29. Ops

Katherine's pov

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Katherine's pov

«Ma che fai?» chiesi, accecata da un lampo improvviso.

Eravamo nel giardino della villa della zia di Alex, dove si stava tenendo la festa.

Più che una villa, era un vero e proprio castello. Situata appena fuori città, la struttura era immensa e arredata in stile vintage: sembrava di essere catapultati in una storia Disney. Sua zia, strana senza dubbio, aveva però un gusto impeccabile.

«Ti scatto una foto» rispose il mio ragazzo con un sorriso sornione.

«Ma vengo male nelle foto» mi lamentai, saltellando come una bambina. «Cancellala, dai» aggiunsi, facendo il broncio.

Odiavo le foto.
O meglio, adoravo quelle degli altri ma le mie proprio no.

«Ma zitta che sei bellissima.»
Alex mi cinse la vita con un braccio, attirandomi a sé. «Guardati.»
Mi baciò la tempia e mi mostrò la foto che aveva appena scattato.

Non era male. Anzi, era davvero bella. Ma l'idea che una foto così fosse salvata nel suo telefono mi metteva un po' a disagio.

«Cancellala, dai» insistetti.
Provai ad afferrare il cellulare, ma lui alzò il braccio con una finta aria innocente.

Ovviamente, nonostante i tacchi, io ero un minion e non avevo alcuna speranza contro il suo metro e ottanta.

«Ho deciso che la pubblicherò su tutti i social del mondo» annunciò, continuando a tenere il telefono fuori dalla mia portata.

«Perché questa stronzata?»
Incrociai le braccia e gli voltai le spalle, decisa a ignorarlo.

«Perché così» le sue mani strinsero la mia vita, facendo aderire la mia schiena al suo petto «tutti potranno vedere la mia bellissima ragazza e capire quanto io sia fortunato.»

Mi lasciò un bacio dietro l'orecchio. Cercai di restare impassibile: i suoi modi da adulatore non avrebbero funzionato con me.
O almeno, era quello che mi piaceva credere. Perché in realtà avevo già la testa poggiata sulla sua spalla, e le sue labbra stavano scendendo lungo il mio collo, facendomi tremare.

Non importava quante volte le sue mani mi sfiorassero.
Non importava quante volte le nostre labbra si scontrassero.
Non importava quante volte i nostri corpi si unissero.
Con lui era sempre come la prima volta.

«Dobbiamo fermarci» sussurrai, la voce appena un filo. Sapevo perfettamente come eravamo: c'erano buone probabilità che finissimo per appartarci in un angolo e fare cose che non si fanno in pubblico.

«Tu ne hai la forza?» mormorò, la voce roca, avvicinandomi ancora di più. Potevo sentire chiaramente tutta la sua voglia di me.

Era così bello comportarsi da adolescenti normali dopo tutto quello che avevamo passato. Certo, una parte di me si preoccupava che qualcuno potesse sorprenderci da un momento all'altro, ma stavo così bene che la percentuale di imbarazzo era bassissima.

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