[ REVISIONATA ]
» Sequel di "He likes playing"
Katherine è pronta a fare di tutto per salvarsi da quell'uomo che le ha rovinato la vita, persino rinunciare alla vita che tanto ha sognato. E infatti compie un gesto estremo, ma non ha fatto i conti co...
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Katherine
Paura e sangue. Sangue e paura. Urla, le sue. Una sirena lampeggiante. Il buio e infine la luce.
"Ce la farà, deve farcela per forza." "Con che coraggio ha fatto una cosa del genere?" "Chissà quello stronzo cosa le ha fatto per portarla a fare una cosa del genere." "Lo ucciderò." "Non puoi farlo." "Devo." "Vuoi che ti ricordi che suo padre è un militare?" "Vuoi che ti ricordi che quel figlio di puttana è ancora a piede libero e può farle ancora del male?"
Riuscii a sentire un piccolo frammento di conversazione per poi ricadere di nuovo nell'oblio.
Non ero morta, ero più che viva, ma ero fin troppo debole. "Ha perso troppo sangue." aveva detto il dottore mentre parlava con mio padre.
Ero sveglia e riuscivo a sentire le persone parlare, ma non avevo abbastanza forza per rispondere a chi mi parlava o, addirittura, per aprire gli occhi. Non ero in coma perché, fortunatamente, il mio cervello non aveva subito danni, almeno non quelli fisici; ero semplicemente svenuta, a causa dell'eccessiva perdita di sangue.
«Cos'hai combinato, stupida ragazzina?» aveva urlato lui, quella presenza oscena e ignobile.
Io? Avevo fatto tutto il possibile per salvarmi. Ero sopravvissuta sfruttando la sua ossessione malata, sapendo che in qualche modo, in quella follia, lui ci teneva a me. E io ho usato quella follia come un'arma.
Sì, da quel giorno due cicatrici enormi segnano i miei polsi, due ricordi indelebili del mio atto folle, ma preferivo quei segni a un secondo in più con quella bestia.
Due giorni. Solo due giorni di inferno. Due giorni che avrei voluto cancellare per sempre. Mai li avrei raccontati, per vergogna della mia debolezza, della mia incapacità di difendermi.
Voleva un futuro con me. Voleva che fossimo felici. Non sapeva che "felicità" e "vita con lui" erano parole incompatibili, come il fuoco e l'acqua.
Mi ero arresa, sì, per salvare la mia migliore amica, ma mi ero pentita ogni singolo secondo di quei quarantotto orribili, disperati ore.
Dovevo svegliarmi. Lo sapevo. Dovevo reagire. Ma era così dolce restare distesa lì, fingendo di vivere in un mondo di favole, dove "Ken" era solo il fidanzato di Barbie e non l'incubo più oscuro della mia vita.
Un mondo dove potevo essere felice, senza paura che lui tornasse, perché sapevo che lo avrebbe fatto, prima o poi, per vendicarsi.
Provai a immaginare quel mondo perfetto, senza violenza, senza il peso delle ferite, senza la paura che mi soffocava il respiro.
In quel sogno c'era mio padre, che non sussultava ad ogni telefonata, terrorizzato che fosse mia madre. Sapevo che spesso lui doveva mettere una pezza ai danni di quella donna amata, ma quel pensiero era un conforto.
C'eravamo io, Alex e il nostro amore folle e complicato. Avrei voluto solo vivere quel sentimento senza segreti, senza il peso dei nostri scheletri. Andare al cinema insieme, mangiare una pizza in pace. Qualsiasi cosa, purché fossimo solo noi due.
Ma noi non eravamo una coppia normale: giorni di pace rubati a settimane di silenzi, litigi, fughe. Io o lui a scappare, fino a restare senza vie d'uscita.
Nonostante tutto, non avrei cambiato nulla di noi. Beh, forse avrei cancellato quel rapimento, ma tutto il resto era parte di noi.
Non mi interessavano fiori, cioccolatini o cene romantiche; volevo solo amore, passione, vita.
Dovevo aprire gli occhi. Non potevo arrendermi. Se lo avessi fatto, avrebbe vinto lui.
«Pensa a qualcosa di bello, Katy. Qualcosa di bello...» continuavo a ripetermi, ma la mente si bloccava sulle sue mani, su quel dolore che mi aveva violata.
Ancora un ultimo sforzo, ancora un momento e avrei vinto un'altra battaglia in quella guerra chiamata vita.
Poi, la luce. La mia unica salvezza.
«Ehi, piccolina.» Sentii la sua mano carezzarmi i capelli. «Perdonami, ho fallito.» Una lacrima calò sul mio viso: quella di mio padre.
L'uomo che non aveva mai pianto, ora piangeva. Per colpa mia.
«Ricordi quando eri piccola? Quando mi chiamavi principe?» Lo sentii sorridere e il mio cuore si sciolse al ricordo di una piccola Katy che credeva nelle favole, che vedeva in suo padre un eroe senza macchia.
«Dicevi che ero il tuo eroe. Papino super eroino, mi chiamavi.» Risi anch'io, liberandomi dai pensieri neri. C'eravamo solo io e lui.
«Non ti importava che "eroino" non fosse una parola: sei sempre troppo testarda.»
Ero testarda. Sempre lo ero stata. Perché smettere ora?
Niente e nessuno poteva fermarmi. Non ora.
«Ti chiedo di essere testarda un'ultima volta. Non lasciarti andare. Il dottore dice che stai bene, è la tua mente a non voler reagire.» Sospirò, esausto.
Lo immaginai con la fronte corrugata, il volto stanco. E mi sentii in colpa. Non volevo essere il motivo della sua sofferenza. Lui, come me, aveva già perso troppo. Meritava la pace.
«Non so cosa ti ha fatto quel bastardo, ma ti giuro che lo troverò.» Tornò a essere il militare coraggioso e deciso che tutti ammiravano.
«Ma ho bisogno che tu apra gli occhi, amore. Per favore. Fallo per me.»
Mi baciò la fronte, la sedia stridette mentre si allontanava.
Non potevo lasciarlo andare così. Non potevo distruggerlo. Dovevo svegliarmi. Per lui, per me, per la vita che ancora mi aspettava.
Avevo amiche meravigliose, un padre che mi amava e...avevo Alex, se solo lui avesse voluto ancora restare.
Dovevo svegliarmi. Dovevo riprendermi ciò che mi era stato tolto: la felicità.