[ REVISIONATA ]
» Sequel di "He likes playing"
Katherine è pronta a fare di tutto per salvarsi da quell'uomo che le ha rovinato la vita, persino rinunciare alla vita che tanto ha sognato. E infatti compie un gesto estremo, ma non ha fatto i conti co...
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Alexander's pov
Era andata via con quel tipo, lasciandomi solo con il suo profumo ancora addosso e il suo sguardo che continuava a bruciarmi nella mente. Vederla da vicino dopo più di un mese era stato come toccare qualcosa di proibito. Milioni di scosse avevano attraversato il mio corpo e mi ero ritrovato intrappolato in una sorta di trance.
«Quanto sei bella.» Era tutto ciò che ero riuscito a dirle. Che idiota. Lei non era soltanto bella: era devastante, magnetica. Con la pelle abbronzata i suoi occhi verdi brillavano ancora di più, e quelle labbra... erano state a un respiro dalle mie. Sarebbe andato tutto bene, se non ci fosse stato quel gorilla a rovinarlo.
Non sapevo chi fosse, né che tipo di rapporto avessero. Ma la sua mano sulla sua spalla mi aveva colpito come un pugno. E il modo in cui lei si era voltata e allontanata, senza guardarsi indietro... quello mi aveva gelato. Forse mi aveva dimenticato. Forse, peggio ancora, aveva iniziato qualcosa con lui. E io ormai appartenevo solo al suo passato.
Troppi forse, troppe domande senza risposta. L'unica certezza era che, nonostante tutto, l'unica cosa che volevo davvero era lei.
Eppure, ancora una volta, mi ritrovavo seduto su uno sgabello sgangherato in un bar di periferia, con un bicchiere in mano e la testa piena di pensieri che non sapevo come gestire. Lei dov'era in quel momento? Con le amiche? Con lui? O sola a casa, a pensare a tutt'altro?
«Stai peggio del solito,» disse Ethan, il barista. Ormai, per quanto ci vedessimo spesso, era diventato il mio psicologo non ufficiale.
«È tornata.» La frase mi uscì secca, amara. Ingoiai il contenuto del bicchiere tutto d'un fiato.
«E che aspetti ad andare da lei?» mi guardò quasi irritato. Magari fosse così semplice.
«Sta con un altro.» Mi uscì quasi un ringhio. Non sapevo se fosse vero, ma il solo pensiero bastava a farmi impazzire.
«Ne sei sicuro?» chiese, sinceramente stupito. Non lo ero. E questo era il problema.
Scossi la testa e risi, un po' per l'alcol, un po' per la tragica ironia della situazione. Fino a poco tempo prima ero io quello che faceva soffrire le ragazze. Non avevo mai provato cosa significasse stare male per una di loro. Il karma aveva un senso dell'umorismo crudele.
«Va' da lei,» disse Ethan, dandomi una pacca sulla spalla.
La verità? Non avevo il coraggio di muovermi da lì. Lei era sempre stata il mio punto debole, la mia più grande paura e il mio più grande desiderio.
«È la cosa giusta da fare?» chiesi, senza nemmeno sapere se volevo davvero una risposta.
«Fratello, questo non posso dirtelo io. L'unica cosa che so è che devi spegnere il cervello e ascoltare il cuore.»
Provai ad alleggerire la tensione. «Questa l'hai letta in un libro di Nicholas Sparks?»
«No,» sorrise, «su un biscotto della fortuna.»
Risi anch'io, ma solo per un momento. Il silenzio che seguì fu una guerra nella mia testa. «Vado?» chiesi ad alta voce, più a me stesso che a lui.
«Vai,» annuì.
E così andai. Andai sotto casa sua, senza pensare all'ora o al buonsenso. Urlai il suo nome alle due di notte, incurante di chi poteva sentire.
«Katy!» Ancora. «Scendi!» Ancora più forte. «Ti prego...» Alla fine mi uscì solo un sussurro.
Stavo per arrendermi quando sentii la sua voce pronunciare il mio nome. Per un attimo pensai di essere ubriaco al punto di avere allucinazioni. Ma poi la vidi, davanti a me.
Capelli spettinati, occhi stanchi, viso struccato. Una canotta e dei pantaloncini semplicissimi. Eppure perfetta, come sempre.
«Alex?» disse, la voce bassa e preoccupata. «Stai bene?»
I suoi occhi mi scorrevano addosso, come a cercare segni di qualche ferita. Ma non era il mio corpo a essere a pezzi: era tutto il resto.
«No.» Sorrisi amaramente. «Non sto bene.» Il nodo in gola era quasi soffocante.
«Cos'hai?» fece un passo verso di me, sfiorandomi la guancia. Chiusi gli occhi, lasciandomi andare a quel tocco. Bastava una sua carezza per spazzare via tutto il dolore.
«Mi manchi,» le dissi, prendendole il viso tra le mani. Non volevo che ci fosse nemmeno un millimetro tra noi.
«Non rendere le cose più difficili,» sussurrò, e i suoi occhi dicevano la stessa cosa.
«Ancora non lo capisci?» le poggiai la fronte sulla sua. «Pensavo di essere io quello stupido.»
«Capire cosa?»
«Che io e te lontani non sappiamo stare.»
Abbassò lo sguardo. «Dovremmo imparare. Sarebbe la cosa giusta.»
Sorrisi amaramente. «Quando mai abbiamo fatto la cosa giusta?»
Lei rise piano, ma aveva le lacrime agli occhi. Io le baciai, sperando di cancellare almeno un po' della sua sofferenza.
«È tutto troppo complicato,» disse allontanandosi di un passo. «Guardaci. Siamo un disastro.»
«Un bellissimo disastro.» La strinsi a me e la baciai, riscoprendo quello che avevo dimenticato: quanto fosse facile respirare solo quando le nostre labbra si incontravano.
«Riproviamoci,» le sussurrai appena discostandomi.
Scosse la testa. «Non possiamo.»
«È per... lui?»
Mi guardò confusa. «Lui chi?»
«Quell'Hector.»
Rise. «Hunter, volevi dire? È solo... il mio cane da guardia.»
E in quell'istante mi tornò in mente la raccomandazione di suo padre. Quanto ero stato stupido a crederla già persa.
«Allora perché non vuoi stare con me?»
«Perché con me soffriresti.» Si strinse nelle braccia, non capii se per il freddo o per difendersi da me.
«Tu non mi fai soffrire. Sei la mia soluzione.» Sì, suonava come una frase da biscotto della fortuna. Ma era la verità.
E poi fu lei ad annullare la distanza, catturando le mie labbra con le sue.
«Riproviamoci,» sussurrò, e quel sorriso che illuminò il suo volto fu la mia unica certezza.
» Spazio autrice Ho letto di persone che aspettavano con ansia questo capitolo e, addirittura, ho ricevuto diversi messaggi in cui mi chiedevate di aggiornare al più presto, quindi eccoci qua. Spero di non aver deluso le vostre aspettative e che questo capitolo possa rendervi felici ❤️