Capitolo 5

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5. I want you

Katherine's pov

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Katherine's pov

Come da consuetudine, io e Alex eravamo sdraiati sul mio letto: la mia testa poggiata sul suo petto, il suo respiro profondo che si confondeva con il mio, la sua mano che affondava tra i miei capelli, attorcigliandosi in qualche ciocca ribelle come se stesse tracciando un percorso segreto.

Non avevamo parlato della cena della sera prima. Sapevo che non era pronto, l'avevo intuito da come ogni volta che accennavo a suo padre, lui sfuggiva con lo sguardo. Aveva bisogno di distrarsi, e anche io. Ero determinata a non essere la causa di un nuovo peso sul suo cuore.
La notte precedente non avevamo dormito insieme e quella mancanza mi era pesata più di quanto avrei voluto ammettere. Mi ero abituata a svegliarmi con lui accanto, ad aprire gli occhi e trovare quelli suoi, profondi e magnetici, puntati su di me.

I suoi occhi erano la mia cura: cancellavano, anche se solo per poco, i ricordi bui. Le sue parole erano cerotti sulle ferite più profonde.

«Dovrei tagliarli» pensai ad alta voce, passando le dita tra la mia lunga chioma.
Arrivavano fino al fondoschiena, ma li sentivo sfibrati.

«Non azzardarti» mormorò lui, strattonando delicatamente una ciocca. Un piccolo brivido mi attraversò la nuca, più per il tono che per il gesto.

«Ma sei impazzito?» mi tirai indietro, sedendomi, con la mano ancora sulla testa. «Fai male!»
Lui mi fissò con un broncio irresistibile, ancora disteso sul letto.

«Non voglio che li tagli» disse piano, ma con quell'intensità che mi faceva sempre perdere l'equilibrio.

«Io faccio quello che voglio» ribattei, incrociando le braccia, ma senza riuscire a staccare gli occhi dai suoi.

«Nemmeno se ti chiedo per favore?»
In un attimo il suo braccio mi cinse la vita e mi attirò di nuovo su di lui. Mi ritrovai stesa sul suo petto, il calore del suo corpo che filtrava attraverso i vestiti, il battito forte che mi rimbombava nell'orecchio.

Non c'era più distanza. Il mio respiro si fece irregolare.

Volevo lui.
Volevo lui per dimostrare che nessuno poteva avere il controllo su di me.
Volevo lui perché era troppo tempo che non sentivo la vita scorrermi dentro così intensamente.
Volevo lui perché mi capiva.
Volevo lui perché lo amavo.

Volevo lui.
Lo volevo per sentirmi viva. Per ricordarmi che ero libera. Perché solo lui riusciva a rimettere insieme i pezzi sparsi di me.

Le nostre labbra si incontrarono in un bacio che partì lento, ma che si incendiò in pochi secondi. Le sue mani scivolarono piano sulla mia schiena, tracciando curve che mi fecero rabbrividire. La sua lingua incontrò la mia, lenta ma decisa, e sentii la sua presa farsi più ferma, come se non volesse lasciarmi più andare.

«Katherine...» mormorò con voce roca, il respiro caldo che sfiorava la mia bocca.

«Shh, Alex... baciami» lo pregai, ma lui si fermò un istante, la fronte contro la mia, come in una lotta silenziosa.

«Se andiamo avanti... non penso di riuscire a fermarmi» disse, la voce bassa, quasi spezzata.

Lo guardai negli occhi e non c'era alcun dubbio nei miei.

«Non fermarti» sussurrai. «Io ti voglio, Alexander Blake».

Bastarono quelle parole e la tensione esplose. In un attimo fui sotto di lui, il suo corpo che mi avvolgeva completamente, il suo calore che annientava ogni ombra. Le sue mani, forti ma attente, mi tenevano come se avesse paura di farmi male e allo stesso tempo come se non potesse lasciarmi andare.

Il tempo sembrò fermarsi. Ogni carezza, ogni contatto era un linguaggio che solo noi conoscevamo. Le sue mani scorrevano lungo i miei fianchi con una lentezza che faceva aumentare la tensione.

I suoi baci si fecero più profondi, scendendo lungo il mio collo, strappandomi sospiri che non sapevo di avere dentro. Il mondo intorno svanì. Non c'erano più paure, più prigionie, più ferite. C'eravamo solo noi.

«Sei sicura?» chiese ancora, il respiro affannoso, i suoi occhi scuri che bruciavano di desiderio e dolcezza.

«Non sono mai stata così sicura» gli risposi, sfiorandogli il viso con la punta delle dita. «Fammi tua, amore».

Il suo sorriso fu l'ultima cosa che vidi prima che ci lasciassimo travolgere. Ogni tocco era un incendio, ogni sguardo un giuramento. Non era solo passione: era appartenenza. Eravamo finalmente uno dell'altro, in ogni senso.

«Ti amo» riuscii a dire, la voce spezzata dall'emozione e dalla vertigine di quel momento.

Lui prese di nuovo le mie labbra, un bacio deciso e possessivo.
«Dopo questo, non ti lascio più andare».

E in quel momento seppi che non c'era forza al mondo capace di dividerci.

Ogni carezza, ogni sguardo, ogni respiro condiviso era un modo per dirci ti amo senza parole. E in quell'istante, appartenevamo solo l'uno all'altra.

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