5 - Settimana lunga

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SAGE

 La serata libera di Tony si sta rivelando più interessante del previsto. Raul ha individuato dalla videosorveglianza un uomo che si aggirava da troppo tempo nei dintorni della villa in cui viviamo e sarebbe stato maleducato non invitarlo per fare due chiacchiere. Purtroppo questo tizio è utile come due piedi sinistri e finora non ha detto nulla di interessante. Raul ha provato ad essere più persuasivo, motivo per cui il mio garage è imbrattato del suo sangue, ma lui non parla. Sappiamo solo che è affiliato a Saverio Prati e questo perché quel bastardo impone ai suoi scagnozzi un tatuaggio distintivo. «Come ti chiami e cosa dovevi fare per conto di Prati?» chiedo per l'ennesima volta.

«Non so di cosa stai parlando, stavo solo facendo una passeggiata» replica quello.

Un cenno del capo e Raul si accanisce di nuovo su di lui, che prova a rannicchiarsi, prima di urlare per il dolore. Cristo, ho voglia di spaccare qualcosa, ma mi trattengo. Dopo la morte di Julia ho deciso di vendicarmi dell'uomo che ne ha ordinato l'uccisione, ma finora non ho fatto passi avanti per rovinare la sua vita, dopo che lui ha distrutto la mia. Maschera di sangue sviene e devo aspettare dieci minuti prima che un gemito indichi che sta riprendendo i sensi. «Bentornato tra noi, ora ti senti di raccontarmi perché hai scelto i dintorni di casa mia per la tua passeggiata?»

Cocciuto come un mulo, quello scuote la testa, così prendo il telefono che gli abbiamo sequestrato e cerco tra i contatti. Ovvio che non abbia il numero del gran capo, probabilmente è solo un balordo ed è sacrificabile, ma tentar non nuoce. Tra le ultime chiamate trovo un nome che conosco, così faccio partire la telefonata. Quando Guido risponde è seccato. «Cosa cazzo vuoi adesso?» abbaia nel microfono.

«Penso che il tuo tirapiedi voglia essere portato in ospedale» annuncio e sorrido quando il vice di Prati impreca «magari il tuo capo vuole occuparsi della sua salute» lo provoco.

«Se gliene fosse fregato qualcosa di quello, non l'avrebbe mandato da te, Thompson» replica, prima di riagganciare. Impreco e sferro due pugni al malcapitato legato alla sedia, ma poi non so cosa fare. Non ho mai ucciso nessuno, negli ultimi mesi è uno dei pochi peccati che ancora non ho commesso. Raul si è già offerto due volte di chiudergli la bocca, ma tentenno. Se Tony fosse qui, avrei fatto gestire a lui l'interrogatorio, perché cazzo non è ancora arrivato? L'ho chiamato venti minuti fa, accidenti a lui. Sbuffo, alternando lo sguardo da Raul all'uomo sporco di sangue.

«Il tuo capo non vuole rivederti vivo» spiego. «Non gli importa abbastanza da muovere il culo per venirti a prendere.» Il prigioniero, che prima faceva lo spavaldo, sembra sgonfiarsi sotto i miei occhi. «Ultima occasione, vuoi dirmi che ci facevi qui?» chiedo. Scuote violentemente la testa. «Vuoi farmi credere che è stata una tua idea?» Sbatto le mani sul tavolo di metallo e il tonfo somiglia a una detonazione, che fa sobbalzare il poveretto. «Senti uccellino, mi sono stancato, perciò te lo dico chiaramente: vuoi farci la cortesia di dirci qualcosa per salvarti o la facciamo finita qui?» Sgrana gli occhi, muovendosi in modo scomposto, ma guardo Raul, sa che deve intervenire.

«Mi ha solo detto che dovevo venire nel quartiere. Non sapevo che era casa sua. Non avevo altre istruzioni.» La voce gorgoglia tra i fiotti di sangue che sputa ogni volta che prende fiato, ma la mia pietà è morta.

«Dovrei crederti?»

«La prego, io... non so altro.»

«Allora non mi servi.» Mi volto, stringendo i denti quando il rantolo smette, sostituito dal rumore del bossolo che cade a terra e quando rivolgo lo sguardo a Raul, lo trovo intento a liberare i polsi dell'uomo, a cui testa pende con un angolo innaturale. Tony entra poco dopo dalla porta. «Oh, finalmente ci degni della tua presenza» lo apostrofo.

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