Capitolo 8

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Era un pomeriggio di febbraio, abbastanza soleggiato; non stavo molto bene quel giorno.
Ero particolarmente nervosa ed inquieta. Quando il mio umore è così, tendo a non sopportare nulla: preferisco isolarmi. Così quel giorno rimasi per due ore nella mia stanza, in assoluto silenzio, distesa sul mio letto ad occhi socchiusi.
Solo più tardi decisi di alzarmi.
Ero in salotto quando qualcuno suonò al citofono. Generalmente odiavo il suono del campanello, ma quel giorno lo detestavo ancora di più. Sbuffando mi alzai per vedere chi fosse. Ero sola in casa perciò, prima di aprire, spostai la tenda leggermente: era Laura.
– Maledizione! Avevo un appuntamento con lei oggi –, pensai. – Mi ero dimenticata –.
Laura non solo era una mia vecchia compagna di classe, ma era anche la figlia di una carissima amica di mia madre.
Non mi andava di uscire, non volevo vederla. La trovavo una persona poco interessante e pettegola, dal carattere pesante; tutto questo era poi confermato dal fatto che Laura fosse gialla.
Il campanello continuava a suonare e nel frattempo, come se non bastasse, il mio telefono iniziò a squillare. Era lei che mi avvisava di essere arrivata; andai in tilt. Sembrava che questi due suoni volessero esplodermi in testa.
In modo del tutto involontario, le mie mani si chiusero in forti pugni, sentivo le unghie conficcarsi nella pelle e la temperatura del mio corpo iniziò ad aumentare: detestavo quella sensazione. Ciò che mi innervosiva più di tutto, in quel momento, era la reazione che lei aveva provocato in me; avevo perso il controllo, di nuovo.
– Non posso ignorarla –, pensai. Risposi al telefono imbarazzata, cercando di nascondere il nervosismo; inizialmente balbettai, cosa che facevo quando mi sentivo in imbarazzo, come in quel momento. Ero tentata di inventare una scusa, ma la mia mente era disconnessa e in quel momento mi sentivo incapace di raccontare bugie. Le dissi di aspettare così che sarei scesa; mi pentii subito dopo di aver accettato.
Mi guardai allo specchio: ero tutta spettinata, rossa in viso, con delle grosse occhiaie che mi circondavano gli occhi. Aprii l'armadio e indossai la prima cosa che trovai: un paio di jeans con una t-shirt bianca.
Quando scesi vidi Laura: come sempre in ottima forma, sembrava una bambolina. La trovai un po' scocciata per aver aspettato troppo; mi salutò frettolosamente e incominciammo a camminare.
Laura non sapeva nulla di quello che mi era capitato nell'ultimo periodo, ed io mi guardavo bene dal raccontarglielo, cercando in ogni modo di evitare domande troppo personali: era più forte di me, non mi fidavo.
Poi finalmente iniziò a parlare di sé.
– Ho tantissime cose da dirti! Ti ricordi di Simone? Il ragazzo di cui ti parlavo? Abbiamo iniziato a scriverci; lui è...–, disse veloce, con tono abbastanza alto e vivace.
Nella sua voce riscontravo sempre una nota di spocchia; e poi gesticolava continuamente. Tutto il suo atteggiamento mi innervosiva molto. Iniziò così a parlare delle sue avventure amorose mentre la mia mente era da tutt'altra parte; di tanto in tanto, quando faceva una pausa, mi limitavo ad annuire.
– Basta, ti prego, non mi importa niente! –, pensavo. Provavo disagio ed il fatto di sentirmi costretta in quella condizione mi soffocava.

–16:32, ancora...–, dicevo tra me e me. Guardavo continuamente l'ora e maledicevo il momento in cui avevo accettato quell'invito.
Stavamo percorrendo una strada lunga e stretta, molto trafficata.
– Hai già deciso come festeggerai il tuo compleanno? –, mi chiese Laura improvvisamente, dal momento che, meno di due settimane dopo, avrei compiuto 17 anni.
– Non credo di festeggiar... – le risposi; ma poi, guardai la strada e di colpo mi bloccai.


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