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Tornai a casa dei miei zii in una notte buia e silenziosa, il vento che sibilava tra gli alberi. La porta era già aperta, un segno che qualcosa non andava. Impugnai la pistola, il freddo metallo contro la mia pelle, e la tenni saldamente in mano mentre mi avvicinavo alla porta. Il buio era opprimente, cercai inutilmente di accendere la luce, ma niente. Ogni passo che facevo risuonava nel vuoto della casa.
Entrai nel soggiorno, ma non c'era nessuno. La sensazione di vuoto che mi circondava era surreale. Andai verso la cucina, il cuore che batteva forte nel petto. Improvvisamente, dei passi rapidi e leggeri dietro di me mi fecero sobbalzare.
«Volete giocare a nascondino?» dissi con un sorriso forzato, cercando di mantenere la calma. «Credo siate un po' troppo grandi per questo.»
Un uomo, il volto coperto, si avventò su di me. La lotta fu breve. Non lo riconobbi nemmeno, ma la mia pistola fece il suo lavoro e lo abbatté al suolo. Non riuscivo a fermarmi. Altri tre uomini emersero dalle ombre, ma non c'era paura in me. Con un rapido movimento, disarmarono la mia pistola, ma li misi fuori gioco con una rapidità che mi sorprese. In meno di due minuti, erano a terra, incapaci di muoversi.
Ma l'ultimo era diverso. Alto, con un passo pesante e minaccioso, camminava con calma, come se volesse godersi ogni secondo. Il suo sguardo era quello di chi cercava una sfida. Prese il coltello che avevo lasciato cadere, e lo giocherellò tra le dita come se fosse un giocattolo.
«Andiamo!» lo sfidai, facendo un passo verso di lui.
Lui mi colpì con una violenza improvvisa, afferrandomi per la gola e sollevandomi da terra, schiacciandomi contro il muro. Il suo braccio era una morsa di ferro e non riuscivo a liberarmi. L'aria veniva meno e la mia vista cominciava a sfocarsi, ma non c'era tempo per paura. Poi, la porta sul retro si aprì con un colpo secco. Mio zio Tom entrò, il fucile in mano, e l'uomo che mi stava strangolando mi lasciò cadere, distratto dal nuovo pericolo. Un colpo rimbombò nella stanza, e lo zio crollò a terra, sanguinante.
Tossii, cercando di riprendere fiato, ma il dolore nella mia testa era insopportabile. Mi alzai e corsi verso mio zio, le mani tremanti mentre cercavo di fermare l'emorragia.
«No, no... non farmi questo, Tom! Non chiudere gli occhi! Non lasciarmi, per favore...» La mia voce si spezzò, e gli occhi mi si riempirono di lacrime. Con la mano del sangue, cercavo di fermare la ferita, ma era inutile. Lui mi accarezzò la guancia con un movimento lento, quasi rassegnato, prima di sussurrare le sue ultime parole: «Tu mi hai donato la pace in un momento di guerra.» Poi, la sua mano cadde inerte sul pavimento.
Mi rialzai, sentendo il peso di ogni respiro, e alzai la testa, incontrando lo sguardo di una figura oscura nella penombra.
«Alyson Black, speravi davvero che non ti avremmo trovata qui?» La sua voce era bassa e minacciosa.
Non avevo più forze per rispondere. Rimasi lì, immobile, mentre la figura si avvicinava.
«Ti dono la libertà in quanto tu sia importante.»
Senza più esitazioni, mi alzai lentamente, la rabbia che mi attraversava come un fiume in piena. Lo fissai negli occhi, le mani sporche di sangue.
«C'è una sola libertà», dissi con freddezza. «Lascia che ti doni la tua.»
In un lampo di furia, gli spezzai il collo con una mossa rapida, e la sua figura cadde a terra, immobile.
Il rumore dei suoi passi fece eco nella casa silenziosa, ma la parte più difficile arrivò subito dopo. Vidi la zia Lily entrare, il volto stravolto dalla sofferenza, inginocchiata davanti al corpo senza vita del marito. Il suo pianto riempì l'aria, e il nodo che avevo in gola mi impediva di rispondere. Avevo solo il dolore e la vendetta nel cuore.
Chiamai Fury. Era l'unico che poteva aiutarmi ora.
Mezz'ora più tardi, arrivò. Entrò in casa, mi guardò per un istante e poi mi strinse in un abbraccio. Non meritavo la sua compassione, non dopo tutto quello che gli avevo detto, ma lui sembrava non importarsene. Mi lasciò piangere tra le sue braccia.
Portarono via mio zio. La zia Lily restò a terra, piangendo. Mi avvicinai a lei, la sollevai con delicatezza.
«Ti prometto che scoprirò chi ha fatto tutto questo e vendicherò lo zio Tom. Te lo giuro...»
«No... non farlo, non potrai tornare indietro se ucciderai altre persone...»
Non risposi, ma la guardai negli occhi con una durezza che non riuscivo a nascondere. Poi, mi voltai verso Fury.
«Proteggila», dissi, senza un altro sguardo.
Fury annuì, ma non sembrava convinto. «E tu?»
«Farò quello che mi riesce meglio», risposi, con un tono che non ammetteva discussioni.
«Pensi davvero di trovarli?»
«Non lo penso... ne sono sicura.»
Fury si avvicinò, mettendomi una mano sulla spalla. «Ti chiamo più tardi per sapere come sta.»
«Dovresti starle tu accanto», suggerii con un sorriso amaro.
«Come preferisci», rispose, ma il suo tono era preoccupato. «Stai attenta.»
«Tranquillo, so proteggermi da sola.»
Fury si fermò un attimo, poi disse: «Lo so... e Alyson!»
«Dimmi.»
«Grazie.»
Mi fece un piccolo sorriso, che ricambiai a fatica, prima che salisse sulla sua auto e sparisse nel buio della notte.
Andai in un albergo, mi lavai e cercai di dormire, ma il sonno non venne mai. Non mi presentai al funerale dello zio, avevo troppe cose da fare. Dovevo scoprire chi li aveva mandati.
Il giorno dopo, feci visita alla tomba di mio zio. Posi una rosa sulla lapide e mi inginocchiai. I passi che si avvicinavano non mi colsero di sorpresa.
«Dovevi venire, Alyson», disse Fury, la sua voce ruvida.
«Avevo da fare», risposi, senza alzare lo sguardo.
«Cosa farai esattamente?» chiese, come se conoscesse già la risposta.
«Avrei un piano, ma ho bisogno del tuo aiuto per metterlo in atto.»
«Cosa dovrei fare?» chiese, il tono serio.
«Devo morire...» risposi, senza esitazione, le parole che avevo a lungo meditato.
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Angels could be bad // Bucky Barnes
FanfictionAlyson Black agente dello S.H.I.E.L.D e Avengers, dopo aver cercato la verità che tutti le nascondevano e aver commesso errori decide di allontanarsi da chi ama per capire chi è veramente. "Sono il cattivo nella tua storia?"-Alyson (oc) [completata]
