Il poliziotto prende una sedia dal tavolo vicino, si siede di traverso come uno che sta per ripartire subito e ci fa, tirandosi ogni tanto la divisa verso il basso, non capisco se è per togliere le pieghe o per nascondere la pancia:
- Che ci fate nel mio quartiere? - il suo sguardo quasi-cattivo nei miei confronti si scioglie quando si gira a guardare Tina.
- Veniamo a cercarla - gli risponde lei, mentre gioca con gli occhiali da sole.
Lui fa per rispondere arrabbiato come se si fosse aspettato una qualche frase caustica, ma preso di contropiede s'interrompe emettendo un piccolo vagito strozzato. Si schiarisce la gola, riprende aria e fa:
- Eccomi, io ci sono, ditemi.
- Volevamo sapere se avete preso chi ci ha sparato addosso - dico io.
Si gira e gli occhi languidi ritornano cattivi e aggrottati nei miei confronti. Tira fuori il suo dito, che ricordo ancora come fosse unto quella mattina e quindi mi allontano, e mi urla:
- Io sono sicuro che non avete la coscienza pulita, dovreste essere voi a dirmelo e quel bonaccione del detective avrebbe dovuto mettervi dentro già dal primo giorno.
- Ma noi veniamo qua perché ci sentiamo protetti, non tutti i quartieri di Brooklyn sono così tranquilli - aggiunge con innocenza Tina.
Lui è di nuovo spiazzato, fra il minacciare me e nello stesso tempo fare il gallo con lei e s'imparpaglia:
- È tranquillo perché ci sono io e nessuno può venire qui a fare casino. Ma le turiste sono ben accette e anche protette - poi, forse non riuscendo bene in nessuna delle due posizioni, s'alza e se ne va.
Dopo aver ordinato e fatto passare degli interminabili minuti di silenzio denso e spesso come la nebbia, all'arrivare dei piatti giganti non mi trattengo:
- Fidanzato? Davvero?
- Ma sì - fa lei, mentre con la forchetta estrae dei pezzi minuscoli dal suo filetto alto cinque dita - è il fidanzato di mio padre.
- Tuo padre?
- Sì, ma è morto da ormai due anni, un infarto.
Mastico per bene un paio di bocconi, prima di riprendere le domande, ma effettivamente non ci avevo capito niente. Solo che lei mi anticipa:
- E tu? La tipa che ti diceva di lasciare giù i pantaloni?
- Agnese è già sposata con un armadio di persona - lo dico ridendo.
- Ah, quindi una storia difficile! È il pathos della trasgressione che ti piace? La paura che torni lui a casa presto?
- Ma no, pensa che... - non continuo perché la frase "io stavo togliendo i pantaloni a lui" avrebbe portato altre domande scomode, quindi finisco:
- Lascia stare, io non ho una storia da anni. Ma raccontami del fidanzato di tuo padre che però è morto.
Una risata argentina la scosse, tanto che per diversi secondi non riuscì a parlare.
- Ma no, ti spiego...
Si ferma. I suoi occhi seguono due tipi che entrano nel locale e si siedono in fondo alla sala.
- Così a pelle, secondo me sono loro - mi dice.
Per vederli bene mi giro a cercare il cameriere, arriva il water boy dell'altra sera e gli chiedo a bassa voce se conosce i due nuovi arrivati.
Lui risponde nervosamente che no, non li conosce, ma non si è neanche girato a controllare. Quindi li conosce, ma non condivide le informazioni con noi.
Li guardo di sottecchi, sono troppo piccoli per essere i due che mi seguivano l'altro giorno.
- I killer, mi sembrano - fa Tina e richiama il cameriere che si era allontanato per dargli la sua carta di credito e chiedergli se poteva fare rapidamente il conto.
- Ma no, sei sicura? Il poliziotto di quartiere era qui cinque minuti fa.
- Li ha mancati di poco, io vorrei evitare di fare di nuovo da bersaglio, anche se su questo tailleur una macchia rossa sarebbe meno dannosa che sull'altro.
Ci alziamo, ma i due non sembrano calcolarci. Riprendiamo la passeggiata verso il centro di Brooklyn, nella direzione presa l'altro giorno per incontrarmi col figlio dell'ispettore.
E, quasi come se fossero parte dello scenario, riappare uno di quelli che mi seguivano ieri.
- Io devo preparare le mie cose perché devo ripartire, parto domattina presto - mi fa Tina e intanto alza un braccio per fermare un taxi.
Mi preparo alla solita scena in cui devo saltare in mezzo alla strada per costringerne qualcuno a fermarsi, ma magicamente la sua mano ne fa apparire uno subito disponibile.
Appena va via, riprendo la strada, sapendo che mi devo occupare del mio nuovo amico, che ancora non sa di esserlo, ovviamente.
Il tipo è molto alto, con i capelli solo in cima e per il resto tutto rasato, mi è facile controllarlo. Però piuttosto che seminarlo vorrei parlargli, magari in una situazione più comoda per me.
Arrivato in una strada affollata comincio a zigzagare fra la gente, accelerando il passo per arrivare al semaforo mentre è sul giallo. Faccio una corsetta, attraverso e mi infilo in un negozio. Poi ritorno fuori quando lui sta passando davanti alla vetrina.
Lo seguo a un metro di distanza, poi prima di un vicolo gli punto due dita alla schiena e dico sottovoce:
- Vai a destra.
Lui improvvisamente scatta, correndo verso il fondo del vicolo, ma il fondo è chiuso.
- Che vuoi? - dice, girandosi.
- Dimmelo tu, perché mi segui?
Non risponde, ma sul suo viso si allarga un sorriso, come un gatto che abbia appena visto il topo.
Non mi giro, ma sento un cerchietto di metallo appoggiato alla nuca, e alzo le mani quando me lo chiede il compare alle mie spalle.
- Quindi? - dico rimanendo tranquillo.
- Ti manda McCoy?- dice spingendo con la canna della pistola.
- Il poliziotto? No.
- E allora che ci facevi in quel posto?
- Cenavo.
- Adesso ti facciamo un buco nel ginocchio, così vediamo se ti ricordi meglio.
- Giusto, allora approfondisco: ho preso gli spaghetti con le polpette.
I due si guardano, poi quello davanti a me si gira a guardare attorno finché non trova una spranga.
- Magari le spezziamo proprio, le tue ginocchia.
- Io non lo farei - dico abbassando le braccia, quando sento che la pistola non è più alla mia nuca.
Quello davanti apre la bocca in una o perfetta e gliela chiudo con una gomitata, perché ho ancora le nocche dolenti. Meglio non usarle contro le teste dure, se puoi.
Lui lascia cadere la spranga, mi giro e vedo che Tina sta tenendo la pistola che le avevo passato prima alla testa del compare.
- Carina, questa Smith&Wesson, potrei anche tenermela se me la facessero caricare in aereo. Dove l'hai presa?
- Il primo giorno sono passato da una bancarella che conoscevo, un vecchio italoamericano che vende ferri vecchi dalle parti di Little Italy, quella vecchia di Manhattan.
- Lo so, per fare lo shopping bisogna andare sempre in centro - mentre parla ritira la pistola al tipo e gli fa cenno di andare.
Lui prende il suo amico e si allontanano rapidamente. Dopo qualche secondo li seguiamo.
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Il patto del Borsalino
ActionDisincantato ex-poliziotto che non ha mai fatto un giorno in divisa, si ritrova a fare l'investigatore un po' squattrinato in una metropoli milanese proiettata verso la modernità, ma con angoli di quartiere dove vivono le vecchie abitudini. Nonosta...
