La porta si apre piano, senza un suono.
Mi volto di scatto, le dita ancora appoggiate al carillon, che continua a suonare la sua melodia malinconica. Voldemort entra nella stanza con passo lento, la veste nera che sfiora il pavimento di marmo. Ha l'aria stanca, i tratti più scavati del solito, come se le ultime settimane lo avessero consumato.
Si ferma sulla soglia, osservandomi in silenzio. I suoi occhi si spostano dal carillon al mio volto, poi di nuovo all'oggetto che suona piano sul comò.
«Non ti avevo mai vista così... silenziosa,» mormora infine, la voce bassa, quasi priva della consueta durezza.
«È questa casa,» rispondo piano, abbassando lo sguardo. «Ogni cosa qui mi ricorda quanto poco mi è appartenuto davvero. Anche la mia infanzia sembrava una recita...»
Sorrido appena, amaro. «E l'unico suono vero era questo.»
Il carillon emette le ultime note, poi si spegne, lasciando un silenzio fragile tra noi. Voldemort si avvicina, lentamente, finché la distanza tra noi si dissolve. Mi guarda da vicino, studiando le mie espressioni come se cercasse di leggerle, di capirle.
«Ti rattrista essere tornata,» constata, senza chiedere.
Annuisco. «Non so nemmeno se mi manca qualcosa, o se semplicemente non riesco a dimenticare.»
Per un attimo, nei suoi occhi scuri compare qualcosa di indefinibile - non tenerezza, ma una forma di riconoscimento, come se quella malinconia la comprendesse anche lui. Forse perché anche lui, in fondo, non ha mai avuto una casa.
«Questo posto non merita il tuo dolore,» dice infine, con un tono che suona quasi come una promessa. «Niente qui è vivo quanto te.»
Le sue parole mi lasciano un nodo alla gola. Mi alzo, mi avvicino a lui senza riflettere. L'odore familiare della sua veste mi avvolge, un misto di fumo e magia.
«Eppure anche tu sembri stanco,» sussurro. «Più del solito.»
Lui abbassa lo sguardo su di me, e per un istante vedo l'uomo dietro il Signore Oscuro: le notti insonni, le decisioni che pesano come catene.
«Il potere consuma,» risponde semplicemente. «Ma non più di quanto consumi il rimpianto.»
Non so cosa mi spinga a farlo - forse la tristezza, forse il bisogno di sentirlo umano - ma sollevo una mano e la poso sul suo viso. La sua pelle è fredda, ma non mi respinge.
«Allora smetti di lottare, per un momento,» gli dico sottovoce.
Lui resta immobile, poi le sue dita si chiudono intorno al mio polso, trattenendomi. C'è una tensione silenziosa, quasi dolorosa, che vibra nell'aria.
Poi, senza avvertimento, abbasso lo sguardo e lo bacio.
È un bacio lento, quasi esitante, ma carico di tutto ciò che le parole non possono dire: la malinconia, la stanchezza, il bisogno di sentirsi vivi.
Per un attimo lui non reagisce, poi ricambia, e il suo tocco perde la freddezza che lo contraddistingue. Le sue mani scivolano sulle mie spalle, si intrecciano ai miei capelli, e per la prima volta dopo tanto tempo non sento gelo, ma calore.
Quando ci separiamo, il carillon riprende a suonare da solo, come se avesse atteso quel momento.
Lui mi guarda, un lampo di qualcosa - forse dolcezza, forse vulnerabilità - che attraversa i suoi occhi.
«Non lasciare che questo posto ti spezzi, Iris,» mormora piano. «Non voglio vederti diventare come loro. Non voglio vederti essere come me.»
Mi si stringe lo stomaco. Lo guardo, e per un istante non vedo più il Signore Oscuro, l'uomo che domina il mondo con la paura - ma un essere spezzato, intrappolato in se stesso. E questo mi terrorizza.
Non per ciò che è.
Ma per ciò che potrei diventare accanto a lui.
Abbasso lo sguardo, cercando di respirare. «A volte penso che tu voglia distruggermi,» sussurro, quasi senza voce.
Lui si irrigidisce. «E tu credi che non lo stia già facendo?» risponde piano, con una sincerità tagliente, come se la domanda gli fosse sfuggita contro la sua stessa volontà.
Il silenzio tra noi si allunga, colmo di una tensione che non so nominare.
Mi volto verso la finestra: la neve cade ancora, lenta, e riflette la luce tremolante del fuoco. Ogni fiocco sembra dissolversi prima di toccare il suolo, fragile come ciò che provo.
«Ho paura,» ammetto infine. Le parole mi escono come un respiro spezzato.
Lui non risponde, ma lo sento avvicinarsi. Le dita fredde mi sfiorano la guancia, tracciando una linea sottile fino al mento.
«Di me?»
Inspiro piano, chiudo gli occhi. «No. Di quello che sento per te.»
Un attimo di silenzio. Poi lo sento trattenere il fiato, come se anche lui non sapesse come reagire.
La sua mano resta lì, ferma, indecisa tra la tenerezza e il controllo.
«L'amore è una debolezza, Iris,» mormora, quasi con rimpianto. «Ti rende vulnerabile. Ti toglie il potere.»
«Allora perché sembri così umano quando mi guardi?» rispondo, aprendo gli occhi.
La domanda resta sospesa tra noi. Lui non parla, ma nei suoi occhi si accende qualcosa che non riesco a decifrare - rabbia, desiderio, paura, forse tutto insieme.
Poi, invece di rispondere, mi sfiora le labbra con un bacio rapido, quasi disperato, come per zittire la mia verità prima che possa ferirlo.
Resto immobile, le mani strette al suo mantello, il cuore che batte contro il suo petto.
E mentre il carillon termina la sua melodia, capisco che la mia paura non è più di lui - ma di quanto, ormai, lo amo davvero.
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Sotto il Regno delle Tenebre
FanfictionIris, figlia di Lucius e Narcissa Malfoy, è stata costretta a sposare il Signore Oscuro, Voldemort. Tra intrighi, tradimenti e oscure magie, Iris cerca di trovare la sua strada mentre affronta le sfide della famiglia e del potere.
