Cap 13

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Abigail Pov.
La notte passò lentamente, cullata dal ritmo costante dell'oceano e dal respiro leggero di Kanak. Il ricordo dell'abbraccio di Neteyam, del calore della sua mano sulla mia guancia, era un conforto potente. La sua fiducia in me, il suo rifiuto di credere che fossi "vuota", era la mia ancora. Mi dava la forza di affrontare il giorno, nonostante sapessi che ogni alba portava con sé nuovi sguardi, nuove sfide, e l'implacabile giudizio di coloro che mi circondavano. Ma l'ombra di Neytiri era sempre presente, una nuvola scura sul mio orizzonte, le sue parole taglienti un eco costante: "Gli umani portano solo distruzione."
Al sorgere del sole, mi alzai con una risoluzione rinnovata. La marui mi era ormai familiare, un piccolo guscio di legno e alghe che era diventato il mio temporaneo rifugio. Uscii, respirando a pieni polmoni l'aria salmastra, e mi diressi subito verso l'acqua. Non c'era lezione programmata con Tsireya per quella mattina, ma sentivo il bisogno di immergermi, di ritrovare quella "risonanza" che mi connetteva al mondo intorno a me. Era un modo per ricaricarmi, per ricordare a me stessa che, nonostante la mia diversità, non ero affatto vuota. Anzi, sentivo la vita scorrermi dentro in un modo che non avevo mai sperimentato prima, un legame con Eywa che era sottile, quasi impercettibile agli altri, ma sempre più vivido per me.
Mi immersi nella laguna, lasciandomi scivolare sotto la superficie con la fluidità che ormai mi era naturale. Il mondo sottomarino era la mia fuga, un luogo di colori brillanti e silenziosa armonia. Nuotavo tra i coralli, le mani che sfioravano le alghe ondeggianti, mentre il mio respiro si faceva lento e profondo, adattandosi all'ambiente. Sentivo il battito vibrante del reef, il sussurro delle correnti, la presenza delle creature marine. Era una sinfonia di vita, e io ne ero parte. Mi concentravo su quella sensazione, lasciando che mi avvolgesse, dimenticando per un attimo gli occhi giudicanti sulla superficie.
Mi dedicai alla raccolta di alghe commestibili e molluschi, utilizzando le tecniche che Tsireya mi aveva insegnato. Ero lenta, sì, ma metodica, e ogni mollusco staccato, ogni fascio di alghe raccolto era una piccola vittoria. Stavo contribuendo. Stavo imparando.
Ero immersa nella mia attività quando un'ombra scura coprì improvvisamente la luce del sole sopra di me. Riemersi, scrollando l'acqua dai miei capelli, e il mio cuore si strinse. Lì, sulla piattaforma di bambù, a pochi metri da me, c'era Neytiri. Non era accompagnata da nessuno dei suoi figli. Era sola, la sua figura alta e snella si stagliava contro il cielo, i suoi occhi gialli e penetranti fissi su di me con un'intensità che mi fece sentire completamente esposta.
Non disse nulla all'inizio, semplicemente mi osservava, e in quello sguardo c'era un misto di disprezzo, dolore e una vigilanza quasi felina. Era lo sguardo di un predatore, ma un predatore ferito che proteggeva con ogni fibra del suo essere. Sentii la mia gola seccarsi, e le mie mani tremarono leggermente, stringendo involontariamente le alghe raccolte.
-Tsireya dice che sei veloce in acqua,- iniziò infine, la sua voce profonda e melodica, ma ora carica di una freddezza che mi fece rabbrividire. -Dicono che ti muovi come se fossi... nata qui. Ma tu non sei nata qui. Non sei nata da Eywa.- Il suo sguardo si posò sui miei tratti che richiamavano l'Avatar, e un'ombra di disgusto attraversò il suo viso.
-Sono stata creata,- ammisi, la voce tremante. -In un laboratorio. Ma sono fuggita. Non ho scelto di essere così.-
Neytiri fece un passo avanti, e il mio istinto mi spinse a indietreggiare. -Non hai scelto? Chi tra il Popolo del Cielo sceglie la distruzione? Chi tra voi sceglie la morte per i miei figli? Per la mia gente? Non siete che un veleno, ovunque andiate.- Le sue parole non erano una domanda, ma un'affermazione piena di dolore accumulato. Vedevo il suo lutto negli occhi, il ricordo di Hometree che bruciava, il sangue versato dei suoi.
-Io non sono qui per farvi del male,- insistetti, le mie mani che si aprirono in un gesto di supplica. -Non sono un soldato. Ho solo... ho solo imparato dai vostri libri. Ho appreso la vostra lingua, le vostre vie. Ho cercato di capire.-
Un'ombra scura attraversò il volto di Neytiri. -Apprendi le nostre vie? Con i nostri strumenti?- I suoi occhi scesero su Kanak, il mio Ikran, che si era avvicinato, percependo la mia tensione. -Hai legato con un Ikran. Con le nostre creature. Ma non sei una di noi. Il sangue che scorre nelle tue vene non è quello del popolo.-
-Il mio sangue può essere diverso, ma il mio cuore non lo è!- esclamai, la frustrazione e il desiderio di farmi capire che montavano. -Neteyam... era morto. Lo era. Nessuno poteva aiutarlo. Ma io... io l'ho trovato. L'ho portato in salvo. L'ho curato. Non pensate che Eywa avrebbe potuto guidare anche me, a modo suo, per salvare un figlio di Eywa?-
Le sue labbra si strinsero in una linea sottile. Il nome di Neteyam sembrò scuoterla per un istante, una fessura nel suo muro di rabbia. La sua espressione si contrasse, un'intensa battaglia tra gratitudine per la vita di suo figlio e l'odio viscerale per ciò che rappresentavo. Per un breve, brevissimo istante, mi sembrò di vedere un barlume di esitazione nei suoi occhi.
-Hai salvato mio figlio,- concesse, la voce quasi un sibilo, come se ogni parola le costasse fatica. -Per questo sei qui. Per questo ti è stata data questa opportunità. Ma non confondere la gratitudine con l'accettazione. Non sei mia figlia. Non sei parte della mia famiglia. Non sei dei Na'vi.- Ogni parola era un macigno, ogni negazione mi tagliava l'anima. -E il tuo... sentire l'acqua... è un trucco. Un inganno.- La sua voce si fece più forte, un'accusa diretta. -Eywa non ti parla. Tu non sei degna.-
Le sue parole mi colpirono più duramente di quanto avrei mai immaginato. Non era la semplice diffidenza di Aonung o la cautela di Tonowari. Era un rifiuto assoluto, basato su un dolore così profondo che sembrava non lasciare spazio a nulla. Il cuore mi si strinse in una morsa. Non un trucco. Era reale. L'avevo sentito.
In quel momento, mentre le sue parole mi trafiggevano, sentii un'altra vibrazione, più forte, più chiara. Era la "risonanza", il "sussurro" di Eywa. Non era nell'acqua questa volta, ma nell'aria, nell'energia che avvolgeva Pandora. Una sensazione di profonda tristezza, ma anche di antica saggezza. Come se Eywa stessa, attraverso di me, stesse esprimendo il suo dolore per la divisione, ma anche la sua infinita capacità di accogliere. La sentii sussurrare, non con parole, ma con un sentire che si amplificava: Non sono vuota. Sono solo diversa. E anche la diversità ha un suo posto nel grande disegno.
Neytiri, che continuava a fissarmi con i suoi occhi gialli, si irrigidì. Il suo sguardo si fece più acuto, come se avesse percepito un'increspatura nell'aria che solo lei poteva cogliere. I suoi muscoli si tesero. Per un istante, la sua espressione era di pura perplessità, quasi irritazione, come se stesse cercando di capire qualcosa che le sfuggiva, qualcosa che non avrebbe dovuto sentire da me. Il suo volto, prima incorniciato dal dolore e dall'odio, ora mostrava una fugace ombra di confusione.
Non era accettazione, ma era un'interruzione nella sua certezza assoluta. Era un momento che durò un battito di ciglia, ma per me fu un'eternità. Poi, la sua espressione si ricompose, il muro si ristabilì.
-Non avvicinarti a mio figlio,- disse, la voce bassa, quasi un avvertimento gutturale. -Non portare la tua strada al mio popolo. Dimostra ciò che dici. Non con le parole, ma con le azioni. E sii avvertita, se la tua presenza porterà oscurità, sarò io a porre fine alla tua storia.-
Con quelle parole, Neytiri si voltò e si allontanò con la stessa grazia silenziosa con cui era arrivata, scomparendo tra le marui del villaggio. Mi lasciò lì, in mezzo all'acqua, il corpo tremante, la mente in subbuglio. Le sue parole mi avevano ferito profondamente, ma quel fugace momento di esitazione, quella vibrazione che sembrava averla colpita, mi diede una nuova determinazione. Non era facile. Sarebbe stato un percorso lungo e doloroso. Ma per Neteyam, per il mio Ikran, per quella sensazione di appartenenza che l'oceano mi aveva iniziato a dare, avrei lottato.
Sapevo che la mia vera prova non era solo imparare a nuotare o cavalcare un ilu. Era conquistare il cuore di Neytiri, guadagnare la fiducia di un popolo ferito, e comprendere il mio stesso posto nel grande disegno di Eywa. E in quel momento, sentii di non essere più solo una sopravvissuta. Ero una combattente.
Spero che questo capitolo ti piaccia e catturi l'intensità che desideravi per l'interazione con Neytiri!

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