«Andate via!» un grido.
«È Jacob, dobbiamo sbrigarci.» il castano si guarda intorno e poi preme il tasto per fare aprire le porte dell'ascensore.
Probabilmente è il metodo peggiore per scappare.
«Non ci sono altre scale?» chiedo agitata, riesco a sentire i passi veloci salire dalla rampa di scale che aveva sceso Jacob pochi minuti fa.
«No, dobbiamo sbrigarci.» afferma e appena le porte si aprono un minimo si ci infila dentro, trascinando me dopo di lui.
Resta immobile passandosi le dita tra i capelli con fare ansioso. Io mi guardo intorno, i bottoni sono solo tre: 0, 1 e 2.
«Che facciamo?» chiedo stanca di aspettare, quei ragazzi stanno arrivando e lui se ne sta lì fermo a fissare il niente?
«Non lo so. Qualsiasi tasto schiacciamo, loro lo sapranno prima di noi.» ragiona e schiaccia un tasto per bloccare le porte giusto qualche secondo prima che i rumori si facciano ancora più vicini, praticamente dall'altra parte di queste.
Dei pugni iniziano a sbattere contro le porte del ascensore. Stiamo per morire, ancora. Le lacrime minacciano di scendere di nuovo, così cerco di guardare il soffitto per fermarle, e come fosse un'apparizione divina vedo una botola, la mia espressione passa in mezzo secondo da disperata a sollevata.
Il piano mi è subito chiaro.
«Riesci ad arrivare lì sopra?» gli chiedo, indicando la botola di servizio. Lui mi guarda confuso e poi annuisce, respira profondamente e fa un passo per avvicinarsi al centro del ascensore quando sentiamo uno sparo.
Il proiettile non perfora ancora l'acciaio delle porte ma manca poco.
Lui fa respiri profondi, è veramente agitato. Più di quando eravamo bloccati nella stanza o di quando ci siamo dovuti dividere. È strano.
«Stai bene?» mi assicuro.
Lui come risposta si tira sulle punte e prova a spingere con le mani per far aprire la botola, quella resta ferma così lui inizia a tirare colpi più forti, sembra anche starsi facendo male.
«Fanculo!» grida e tira un pugno forte contro la parete davanti alle porte.
Il suo viso assume un velo di dolore per qualche secondo e si stringe il pugno con la mano sinistra, poi torna serio e, questa volta, più spaventato. È chiaro che qualcosa non va.
«Sei claustrofobico?» gli chiedo cercando un contatto visivo con lui, che continua a fissare il pavimento e passarsi le mani tra i capelli in modo ossessivo. Mi sta spaventando.
Lui annuisce piano e io sprofondo nella confusione più totale, non ho idea di cosa fare in questo momento.
«Okay, uhm.» penso guardandomi intorno «Devi mantenere la calma.»
Lui espira più violentemente «Ci sto provando.» scandisce ogni parola.
Mi passo anche io una mano tra i capelli, non posso nemmeno raccoglierli in una coda perché l'elastico si trova sulla ferita, sono così fastidiosi nonostante non siano neppure tanto lunghi.
Il castano appoggia la schiena alla parete dell'ascensore e scivola lentamente verso il pavimento sedendosi, si porta le gambe al petto e fissa lo sguardo sul soffitto, facendo respiri profondi.
«Stiamo per morire.» sospira, senza speranza.
Non può dire sul serio, non può aver provato a salvarci tutti per arrendersi ora, non glielo permetterò.
«No, cazzo! Capisco che questa sia una delle tue più grandi paure, ma ho bisogno che tu resti lucido!» quasi grido, lui mi guarda e io mi avvicino, sta funzionando? «Se io sono ancora viva è solo per merito tuo, non so perché tu l'abbia fatto ma sono in debito con te e non lascerò che finisca tutto qui.» mi abbasso per essere alla sua altezza, lui annuisce.
Non so cosa darei per sapere cosa gli sta frullando per la testa in questo istante, il suo sguardo è perso ma deciso, è così strano.
I suoi occhi castani lasciano trasparire ogni sua emozione, ma lo fanno come se lui glielo stesse permettendo, come se ora stesse pensando a tutt'altro ma volesse comunque farsi vedere spaventato.
Mi rialzo e gli porgo la mano perché lui faccia altrettanto, lui l'accetta e mi ringrazia con un cenno del viso.
«Okay, provo a spingerti.» dice unendo le sue mani e appoggiandole sul suo ginocchio sinistro.
Io ci appoggio un piede sopra e dandomi una piccola spinta col piede ancora a terra arrivo a toccare la botola. Un altro sparo mi fa perdere l'equilibrio e quasi cado all'indietro ma il castano mi posa prontamente una mano dietro la schiena per farmi recuperare l'equilibrio. O lui è incredibilmente muscoloso, o io sono dimagrita dall'ultima volta che qualcuno mi ha sorretta con una sola mano.
Provo a spingere un lato della botola tenendo fermo l'altro è questa si apre con un click meccanico. Sospiro e lo guardo annuendo, poi sposto il coperchio più a destra per liberare l'uscita.
«Non riesco a sollevarmi, mi fa male il braccio.» gli ricordo.
«Salgo io e poi ti tiro su.» decide lui, non credo che riuscirà a farlo ma almeno uno di noi due si salverà.
Scendo appoggiandomi con la mano sinistra alla sua spalla. Lui mi fa segno di farmi indietro e io eseguo.
Posa il piede destro sulle porte dell'ascensore e il sinistro sulla parete, gli spari continuano e i proiettili iniziano a creare botte sulle porte. Il castano fa dei saltelli atterrando sempre con i piedi rispettivamente contro la porta e la parete, man mano riesce ad arrivare più in alto aiutandosi a mantenere l'equilibrio con le mani, quando è abbastanza vicino afferra i lati della botola e si tira su di peso, mettendosi poi seduto su un lato e porgendomi una mano.
È un cazzo di ninja.
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Killer Game | Matthew Espinosa
FanfictionDue sconosciuti si ritrovano a scappare e salvarsi la vita a vicenda durante la notte dello Sfogo Annuale indetta dallo Stato. «Nessuno morirà stanotte» [fanfiction ispirata al film Anarchia: La Notte Del Giudizio]
