13. danger

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21.30

Apro finalmente gli occhi, dopo che immagini orribili hanno continuato a rincorrersi e alternarsi nella mia mente per quella che è sembrata un'eternità.
La realtà che ho davanti, però, non è migliore: il ragazzo castano è sparito e l'unica cosa che riesco a vedere è un cassonetto della spazzatura.

Mi volto sistemandomi meglio a sedere, sono tra due cassonetti della spazzatura, per la precisione, è divertente come il punto in cui mi trovo sia lo stesso sia fisicamente che metaforicamente.

Mi strofino gli occhi perché la vista si faccia più chiara e riconosco la scala antincendio da cui sono scesa con l'aiuto del castano in uno stato quasi di incoscienza.
Non voglio credere che mi abbia abbandonata qui, svenuta.

Mi alzo e per qualche secondo faccio pressione sulle braccia, non ricordandomi di quello ferito, ma una fitta di dolore reclama subito il suo posto provocandomi dei brividi.
Guardo la fasciatura nuova, confusa.
Ha avuto il tempo di medicarmi, prima di abbandonarmi. Mezzo punto a suo favore.

Mi sporgo leggermente oltre il cassonetto e vedo una sagoma nera. È un ragazzo, o almeno sembra. Potrebbe anche essere quel ragazzo castano di cui non conosco ancora il nome, ma non ne sono sicura.
Così afferro la pistola e raggiro il cassonetto tenendo le braccia stese in avanti e impugnando l'arma. Arrivo fino a qualche centimetro da lui senza che si accorga di me.

«Girati lentamente.» sussurro piano con il tono più sicuro e fermo che riesco a fare.

Il ragazzo si gira e grazie alla fioca luce proveniente da un palo all'angolo riesco ad intravedere il suo viso. È il castano, o almeno sembra.

«Sei tu?» gli chiedo, senza però abbassare la pistola.

«Sì, mi chiamo Matthew comunque.» sussurra anche lui.

Matthew, è un nome estremamente azzeccato per quello che ricordo essere il suo volto. L'ho visto davvero illuminato ore fa ormai, ma mi piace.

«Okay,» abbasso la pistola, tranquillizzandomi «io sono Eve.»

Sembra sorridere prima di riaprire di nuovo la bocca per parlare «Sono felice che tu stia bene, Eve, è stato spaventoso essere da solo per anche solo un'ora.»

Un sorriso spunta sul mio viso ed è strano, non dovrei sorridere. Mi sento terribilmente in colpa a farlo.
Melanie è chiusa chissà dove per chissà quale motivo e io sto sorridendo.

Guardo Matthew per qualche secondo, ripensando al modo in cui ha pronunciato il mio nome. È familiare, mi sembra di averlo già sentito.
So che le volte in cui qualcuno ha pronunciato il mio nome sono quasi infinite, ma mi sembra di aver già sentito la sua voce chiamarmi per nome, e questo è impossibile dato che l'ho conosciuto questa sera.

Lascio che quel pensiero si unisca a tutti gli altri messi da parte, spazzato via da alcuni spari. Mi volto all'indietro, seguendo il suono.
Alcune grida seguono i colpi per poi lasciare spazio ad altri, sembrano venire da destra, e una voce sembra essere familiare.

«Andiamo, dobbiamo trovare un posto in cui nasconderci.» mi esorta Matthew, afferrandomi il posto e provando a muoversi, ma io resto immobile, così lui si ferma.

«Forza! Dobbiamo sbrigarci.»

Tiene sempre il mio polso, provando a tirarmi leggermente mentre io cerco di concentrarmi per isolare dalla massa una voce che riesco a sentire bene.

Faccio qualche passo in avanti, non voglio credere alle mie orecchie, ma la voce sembra farsi solo più chiara e assomigliare a quella della mia migliore amica.
È un grido di aiuto, recita "vi prego, qualcuno ci aiuti" a piccoli intervalli ed è circondata da grida uguali. Gli spari non sembrano far cessare una sola voce, quindi ne deduco che non siano rivolti a loro.

Inizio a correre, svincolandomi dalla stretta di Matthew e senza far caso alla sua voce che mi grida di fermarmi.

Quando arrivo all'angolo destro mi sporgo prima leggermente e in seguito di più, notando che la sparatoria si sta svolgendo molto più avanti.
C'è un camion bianco fermo in mezzo alla strada, davanti a quello alcuni uomini si stanno sparando gli uni contro gli altri, mentre altri lo stanno facendo direttamente sporgendosi dai finestrini.

Le grida, per mancanza di altri punti, devono provenire dal camion. La sparatoria finisce quando un ragazzo mascherato spara il colpo finale dal finestrino, andando a colpire l'ultimo nemico rimasto in piedi.
Due ragazzi mascherati, rimasti fuori per sparare, si affrettano per salire dentro il camion pronto a ripartire.

Non so se quella voce sia proprio di Melanie, ma in ogni caso non voglio che tutte le persone dentro lì muoiano.
Al primo rombo del motore mi allontano da Matthew iniziando a correre.

«Melanie!» grido quando il camion parte.

«Eve, aspetta!» la voce di Matthew mi raggiunge ma io non mi fermo, il senso di prima però si fa chiaro, così mi torna in mente quando, sul tetto, Matthew ha detto quella stessa identica frase prima che io svenissi.

Conosceva il mio nome prima che glielo dicessi. Sapeva già chi ero, lo ha sempre saputo.

Mi volto sconvolta e sento i freni del camion attivarsi con un rumore di gomma strisciata sul cemento. Matthew guarda dietro di me e, prima che io possa dire qualsiasi cosa o ricominciare a correre, mi tappa la bocca con una mano e, prendendomi in braccio di peso, mi porta dietro ad un ennesimo cassonetto della spazzatura per nascondersi.

«Che cazzo volevi fare, suicidarti?» mi chiede secco senza togliere la mano dalla mia bocca nonostante io provi a liberarmi dalla sua presa.

Poco dopo il camion riparte e, rassegnata, mi calmo restando ferma. Lo guardo negli occhi a pochi centimetri dalla sua faccia, il palo della luce illumina bene i suoi occhi questa volta e riesco a vederne bene il colore castano, ma non mi faccio fregare dal suo sguardo e mantengo il mio arrabbiato.
Appena mi lascia lo allontano spingendolo e mi alzo, per seguire la strada presa da quel camion. Lui continua a chiedermi cosa io abbia intenzione di fare, ma io rispondo solo con dei "vaffanculo".

Sto per svoltare l'angolo quando lui mi afferra il polso ancora più forte e mi costringe a girarmi per guardarlo negli occhi.

«Mi spieghi che cazzo stai facendo?» sbotta, nel suo sguardo non c'è rabbia, ma solo confusione, e le sue labbra si muovono quasi a contatto con le mie per quanto siamo vicini.

Mi allontano, facendo un passo indietro, scuoto il polso finché lui non lo lascia e cerco di usare il tono più cattivo che trovo «Tu spiegami come facevi a sapere il mio nome.»

Killer Game | Matthew Espinosa Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora