11. out

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20.00

Afferro la sua mano con la sinistra e, spingendo con i piedi sulla porta dell'ascensore e la parete opposta per aiutarmi, riesco ad arrivare abbastanza in alto da rendergli possibile afferrarmi prima con la mano libera, poi con l'altra, il bacino e tirarmi su.

La sensazione di vuoto sotto ai piedi mi fa trasalire ma vengo subito distratta da un proiettile che perfora le porte, incastrandosi sulla parete di fronte a quelle, poco sotto i miei piedi.

Il castano indietreggia muovendosi sulle ginocchia e, sempre tenendomi stretta tra le braccia, mi porta fin sopra il soffitto dell'ascensore. Poso la mano sinistra sul metallo sporco di polvere mentre qualche formica e ci passa velocemente vicino.

Altri spari oltrepassano le porte ma queste sembrano non volersi aprire, grazie a Dio.

«Cosa facciamo?» chiedo agitata mentre lui ricopre la botola, lasciandoci completamente al buio.

«Dovrebbero esserci delle scale qui, passami il cellulare.»

Prendo il mio telefono che si trova ancora nella tasca posteriore dei miei shorts e lo porgo in avanti aspettando che la sua mano trovi la mia nel buio.
Sento una piccola scossa quando le sue dita sfiorano le mie e ritraggo subito la mano, lui fa giusto in tempo ad afferrare il telefono prima che cada, poi accende la torcia e inizia a muoversi e puntarla sulle quattro mura che ci circondano.

Normalmente avrei riso in faccia a qualsiasi persona mi avesse chiesto di avere il mio cellulare, o almeno gli avrei chiesto il motivo prima di passarglielo, ma questa notte non c'è niente di normale.

Il pozzo dell'ascensore è esattamente come mi era sembrato quando la luce fioca provenente dalla cabina che filtrava attraverso la botola mi aveva permesso di intravederlo.
Mura vecchie, fatte di mattoni messi uno sopra l'altro e nemmeno pitturati, non che sarebbe servito comunque, non penso fosse previsto che qualcuno si trovasse in questo posto. Corde spesse quanto un polso sono fissate con catene all'ascensore sopra cui siamo e si attaccano sul soffitto qualche decina di metri sopra le nostre teste.
Il tutto è decorato da ragnatele e insetti che si muovono ovunque.

«Sopra dovrebbe esserci la cabina di controllo, se la raggiungiamo prima che loro riescano ad entrare e capire che siamo qui potremmo far scendere l'ascensore a mano.»

Il castano spiega mentre inizia a salire la scalinata, io lo seguo a ruota sconvolta dalla sua intelligenza. Io non sapevo nemmeno che nelle ascensori ci fossero delle cabine di controllo.

Lui sale le scale velocemente, tre gradini alla volta, io ci metto quasi il doppio, infatti quando lui inizia ad arrampicarsi attraverso le corde dentro la botola io sono ancora tre metri sotto.
Il braccio ferito sembra pulsare e delle fitte mi fanno stringere i denti ad ogni gradino. È un incubo.

«Qui c'è una stanza!» noto quando ormai sono quasi arrivata alla cabina.
Lui sporge la testa dalla botola e segue il mio dito con lo sguardo fino a vedere quello di cui sto parlando.

«Deve essere il secondo piano, è il tetto.» afferma lui «Riesci ad arrivarci?» mi chiede poi.

Io spalanco gli occhi. Ci sono due metri di distanza tra questa scaletta e l'entrata e solo i cavi spessi dell'ascensore in mezzo. Solo lui riuscirebbe a saltare.

«Mi prendi in giro?» sbotto con più cattiveria di quella che avrei voluto.

Non fare la stronza, prima che ti molli qui, penso. Così gli chiedo subito scusa e accenno un no, lui torna nello stanzino dicendomi di restare attaccata alla scale, e così faccio.

Le corde si tendono ancora di più, fino ad iniziare a muoversi e a far salire l'ascensore.
Spalanco gli occhi terrorizzata, stanno salendo.

«Cazzo.» sussurro «Ragazzo! Tipo!» lo chiamo alzando leggermente il tono di voce, il rumore degli ingranaggi è davvero forte è strano.

«Che c'è?» sporge ancora il viso, questa volta preoccupato.

Io gli faccio un cenno con la testa e lui sposta lo sguardo sulla cabina che lentamente ci sta raggiungendo.

«Cosa? La sto facendo salire io,» spiega come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Continuo a fissarlo confusa finché non riprende a parlare «così puoi usarla come pavimento per andare sul tetto.»

Poco dopo l'ascensore ci raggiunge e lui salta giù atterrando sullo sporco metallo della cabina. Gli spari continui a cui avevo abituato le mie orecchie cessano come mettiamo piede sul tetto, e un rumore familiare ci annuncia l'apertura delle porte dell'ascensore sotto di noi.

Il castano inizia a correre mentre io combatto contro il vento e cerco di mantenere i capelli lontani dal mio viso.
Il tetto è grande, ma è ovvio che non c'è nessuna via di uscita. La vista sulla strada è fantastica però. La città è macchiata di sangue in ogni angolo ma mantiene il suo fascino.
È incredibile quello che stiamo vivendo, quello che questo paese ha legalizzato, è terrificante che le persone di fianco a cui camminiamo ogni giorno diventino questo il 21 Marzo, assassini. È spaventoso pensare di morire così, per purificare l'anima di qualche sociopatico assassino.

Faccio qualche passo in avanti avvicinandomi al bordo del tetto, tre piani sono pochi, non morirei, ma sarebbe una fine migliore in ogni caso.

«Come ce ne andiamo?» urlo perché mi riesca a sentire dall'altra parte del tetto, con il vento che a quest'altezza fa quasi rumore.

«Ho un'idea!» risponde voltandosi verso di me «Potremmo scappare da-»

«Giù!» grido quando i miei occhi si posano su qualcuno nel tetto dietro il castano con un fucile puntano verso di lui.

Si abbassa e da una veloce occhiata alle sue spalle prima di iniziare a correre verso me per nascondersi dietro l'unica struttura che possa proteggerci, l'ascensore stessa. Lo seguo senza aspettare un secondo e lo guardo controllare i proiettili rimasti nella pistola.

«Voi non avete capito un cazzo!» nonostante siamo abbastanza lontani, le grida del ragazzo che ha provato a spararci mi arrivano forte e chiare «Non potete scappare, voi siete lo sfogo, noi tutti siamo lo sfogo, non potete scappare da voi stessi.»

Killer Game | Matthew Espinosa Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora