Nel giro di cinque minuti si trovava davanti a ciò che si aspettava. Sul muro di una palazzina non lontana da casa sua, c'era il semplice disegno di un cuore grande quasi come la sua testa, diviso in due, una metà bianca e l'altra nera, che colava fino al marciapiede come una macchia scura e scivolosa. A lato, una scritta a caratteri cubitali: ho una macchia nel cuore, nera come i miei pensieri, e mi sta divorando.
Giovanni aveva visto giusto. Gemma non aveva copiato un dipinto, aveva rubato un'idea. O meglio, i pensieri del killer del buio. Non aveva prove, ma in cuor suo era certa che quel graffito fosse opera dell'assassino. Chiamò Giovanni, ma il suo cellulare risultava spento. Evidentemente dormiva, e come dargli torto? La tentò l'idea di avvertire la polizia, ma lasciò perdere. Le avrebbero riso dietro. L'eccitazione stava ormai scemando, al suo posto subentravano lo scoramento e il freddo.
- Be', almeno adesso so perché mi sentivo così attratta da quel dannato quadro... - mormorò a sè stessa nel vano tentativo di rinfrancarsi. Persa nei suoi pensieri, si girò per caso nella direzione opposta a quella da dove era arrivata, e vide qualcosa muoversi nel buio. Non capiva che fosse. Aguzzò la vista nel tentativo di racapezzarsi; una macchia nera si allontanava nella notte. Continuò a scrutare, sforzandosi di distinguere qualcosa. E ci riuscì, immaginando più che vedendo: ad un isolato di distanza un uomo completamente vestito di nero camminava nella strada deserta, dandole le spalle. Era lui, non aveva dubbi. Era pazzesco, e non solo per la straordinaria coincidenza, ma soprattutto perché passeggiava così, tranquillamente, come se tornasse da una serata tra amici. Fece appello a tutto il suo coraggio e si mise a seguirlo, prima che scomparisse, tornando nel nulla da cui era apparso.
Le tremavano le gambe, ma si costrinse a camminare, tenendosi a debita distanza. L'avrebbe seguito fino al suo covo e poi avrebbe avvertito la polizia. Gliela avrebbe fatta pagare cara a quel bastardo. Ogni tanto lo perdeva, ma subito riappariva, nera realtà che le ricordava ogni momento che non era solo un brutto sogno.
"Questa parte della città, Centovie, è la tua tana." riflettè con rabbia "E' la tua casa. Ti somiglia. Non è un caso che uccida qui le tue vittime, è una tua scelta precisa. C'è un'atmosfera cupa, deprimente, come se i tuoi pensieri ristagnassero nell'aria."
Passò davanti ad un bidone tracimante immondizia. Cumuli di spazzatura erano buttati alla rinfusa tutt'intorno. Su un muro crepato vide il disegno infantile di un sole con il sorriso all'ingiù; delle lacrime scendevano dagli occhi tratteggiati come bottoni.
L'inseguito sparì di nuovo, senza più ricomparire. L'aveva perso. Si dava della stupida, quando vide qualcosa che credette un'allucinazione. Era sicura di impazzire, ormai. Da una discreta distanza un'indefinibile macchia ovale le veniva incontro. Quasi subito prese la forma di un teschio. Un teschio volava nella sua direzione: la sua mente duramente provata si stava staccando dalla realtà. Sospirò di sollievo quando il "teschio" le fu così vicino da poter rendersi conto che non era altro che la maschera di un costume, per il resto nero come la pece, indossato da un tipo che aveva bevuto il classico bicchierino di troppo. Barcollava e parlava da solo. Quando incrociò Linda biascicò: - E tu chi sei, bella signorina? Non lo sai che è pericoloso andare in giro di notte tutta sola? – e la superò, lasciandola sbigottita. Era solo un ubriaco reduce da una festa, nient'altro. Si sentì rinascere.
L'uomo intanto se ne andava per i fatti suoi. Disse, improvvisamente sobrio e come colto da un'ispirazione improvvisa: - Siamo tutti maschere, ma è una precauzione inutile. La morte ci riconosce sempre. –
Era ormai un pezzo che girava a vuoto e stava per rinunciare, anche se a malincuore, quando lo rivide. Si esaltò all'istante, ed ebbe paura di sé stessa e delle proprie azioni. Continuò comunque a seguirlo, con il cuore che pareva sfondarle il petto; lo vide percorrere una rampa, una discesa di cemento piuttosto ripida, che portava ad una sorta di livello inferiore del quartiere. Lo vide percorrere i gradini a lato della carreggiata, sparendo ancora una volta, inghiottito dal buio. Aveva paura, quasi le ripugnava scendere, si sentiva come se si stesse calando in un tombino. Eppure, quasi senza sapere come, era già al secondo gradino. Non era coraggio, se ne rese dolorosamente conto, ma una strana sete di conoscenza, una sorta di curiosità morbosa.
- Mio Dio! – mormorò angosciata – Che mi è preso? –
Finita la rampa si ritrovò in una piazzetta. Dell'assassino non c'era traccia. Non c'era nessuno. Era sola nella notte fredda e scura, come in una canzone. Davanti a sé, ad una decina di metri, vide un'unica costruzione, una vecchia casa diroccata. Era piena di crepe, con i vetri delle finestre rotti, ricoperta dalla polvere. Un vero e proprio rudere. Intorno si stendeva un prato malsano pieno di erbacce; sulla destra moriva un albero spoglio e rinsecchito. A contrastare l'aspetto trascurato e decadente, era la luce lasciata accesa, che filtrava dalle finestre rotte e dalla porta socchiusa. Linda pensò angosciata che quella non era una casa, ma un cadavere di mattoni.
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La macchia nel cuore
Mystery / ThrillerNel cuore di ogni uomo c'è un assassino: si nasconde nei suoi ricordi più amari, nei suoi segreti più inconfessabili, nei suoi sogni infranti, nel suo rancore. Un serial killer terrorizza la città, e la soluzione del caso si trova nella memoria di u...