«Ho fatto una cazzata, comunque» dico, prima di sorseggiare il caffè da asporto che Alice si è gentilmente proposta di offrirmi.
Camminiamo a passo svelto verso una delle tante sedi dell'università, il sole che ha ripreso a scaldare dopo il brutto tempo del fine settimana, e i colori di Venezia che mi fanno sorridere. Faccio scorrere gli occhi sugli edifici in tinta salmone, ocra, panna. Ce ne sono di aranciati e grigiastri, alcuni in mattoni, alcuni più recenti, diversi con balconi cinquecenteschi, e altri ancora con entrate che danno sui canali. Tutti fottutamente attaccati.
L'acqua che scorre placida, sotto i ponti che ci fanno venire il fiatone, è verdastra in alcuni punti, e in altri diventa di un azzurro scuro, ma pur sempre intenso, e quando la luce del sole del mattino fa riflettere gli edifici sui canali è uno spettacolo decisamente unico.
Alice mi guarda storto, per poi inciampare alla fine del ponticciolo in legno che abbiamo appena attraversato.
«Cazzo» impreca, assicurandosi che nessuno l'abbia vista.
Finisco di ridacchiare e poi proseguo: «Mi sono incazzata con Ryan, quando ci siamo svegliati. Abbiamo litigato, gli ho urlato contro e non ne avevo nessun diritto. Imbarazzante, mi avrà preso per una pazza». Scuoto piano la testa, pensando alla figura di merda che ho fatto.
«E come mai gli hai urlato contro?»
«Perché aveva uno zigomo nero, e non lo so, mi ha fatto...» lascio in sospeso la frase e sospiro, non so che termine utilizzare per descrivere come mi sono sentita.
«Preoccupare» conclude lei, facendo un sorrisino strano. «Ti sei preoccupata per lui» afferma decisa, vedendo l'aria stranita che ho assunto. «Cazzo, se ne va via piantandoti nel suo letto nel pieno della notte e se ne torna con un pugno in faccia. Figo sì, ma non troppo» mi fa l'occhiolino Pede.
Dopo essere rimasta in silenzio ancora per qualche secondo, esplodo: «Ma cosa vuoi che mi sia preoccupata, lo conosco da quanto? Cinque giorni?»
«Una settimana» mi corregge lei.
«Beh, di certo non ho nessun diritto per dirgli 'ste cazzate. Non lo conosco, non è nessuno per me, non...» scrollo le spalle, rimanendo ancora senza parole.
«Ma ti ha baciata. Più volte» esclama lei, col tono di una che è già arrivata al punto.
«E allora? Bacerà mille ragazze al giorno, quel tipo» dico, arrossendo e poi mordendomi la lingua.
Mi ero pure ripromessa di non giudicarlo, penso, sentendomi in colpa per ciò che ho detto.
«Sei cotta, comunque» afferma Alice, dandomi dei colpetti sulla schiena, come se fosse dispiaciuta per me.
«Non è vero.»
«Non ti saresti incazzata se non fossi innamorata.» Un altro occhiolino mi accoglie, quando punto lo sguardo sul viso di Alice.
La spintono, facendo l'offesa per il tono malandrino che ha usato: «Finiscila».
Lei se la ride, butta il cartone del caffè che ha finito nel primo cestino che trova, e mi indica un edificio fatto di piccoli e rossastri mattoncini, terrazzi lunghi e bianchi, e una vista molto carina sul canale che separa la Giudecca.
Per quanto questo sia il primo giorno di lezioni, la mia testa è ferma alla nottata con Ryan e alla discussione avuta con lui. Provo a scacciare la sensazione dei suoi baci sulle labbra e il senso di rabbia che ho provato alle sue stupide parole, ma non sembro riuscirci.
Saliamo due rampe di scale e, una volta entrate in aula, Alice si affretta a prendere posto verso il fondo. Ci sono già parecchi studenti con carta e penna sotto mano, e altrettanti stanno entrando ininterrottamente dalle porte larghe.
Svuoto lo zainetto e preparo il mio quadernino e le mie penne, continuando a guardarmi intorno.
«Posso sedermi?» Un ragazzo abbastanza alto, dai capelli corvini e gli occhi scuri, accenna alla sedia libera accanto alla mia.
Schiudo la bocca, impanicata, e borbotto: «Sì, sì, certo».
Sorrido al suo sguardo divertito, le mie guance devono essere diventate belle rosse. Alice mi tira dei colpetti sul fianco col gomito, e io mi schiarisco la voce.
La guardo male, sperando che la finisca presto, ma lei mi si avvicina e sussurra: «È un figo pazzesco».
Mi porto una mano alla fronte, massaggiandola.
«Non ti piacevano le donne?» la provoco, e le brillano gli occhi nel trattenere una risata.
«È già arrivata la professoressa?» La voce pacata del ragazzo mi fa sussultare. «Non si vede niente, è pieno di gente» continua lui, tirando il collo. Ha le braccia abbastanza muscolose, e qualcosa mi dice che ha pure la tartaruga.
«No, credo non sia ancora arrivata» rispondo, dopo che Alice mi tira un'altra gomitata per svegliarmi.
«Comunque piacere, sono Daniele» si presenta il tipo, un sorriso dolce sulle labbra e la mano tesa nella mia direzione.
«Elena, piacere mio.»
«Alice!» si intromette la mia vicina, i capelli tirati su da una fascia e la linea di eye-liner a valorizzarle gli occhi.
«Piacere.» Daniele sorride anche lei, poi ritorna a puntare gli occhi nei miei.
«Primo anno anche voi?» Perdo un respiro quando appoggia il braccio sul banco comune e ci appoggia sopra la testa, guardandomi intensamente.
«Sì» rispondo, trovando un po' di coraggio.
Sembra una persona interessante, penso, squadrandolo di rimando.
«Anche io, anche se avrei dovuto iniziare un anno fa» abbozza una risatina, e il suo sorriso si espande in un misto di imbarazzo, gioia e curiosità. Sorrido anche io di conseguenza.
«Quindi sei più grande» prosegue Alice, volenterosa di continuare la conversazione.
«Ho vent'anni, sì. Voi siete giuste, immagino.»
«Sì» rispondo ancora una volta, «ma tanto l'università non ha età.» Sorrido, e indico di nascosto un signore che avrà quasi sessant'anni, seduto un paio di file più avanti di noi.
All'entrata della professoressa, i mormorii che riempivano l'aula sfumano a poco a poco, e quando la donna prende a parlare al microfono, tutti puntano gli occhi su di lei, incuriositi.
«Benvenuti al corso di letteratura americana» afferma, facendo rimbombare la sua vocina chiara per tutta la stanza. La sua presentazione continua, e inizia a spiegare. Io, Alice, e il ragazzo figo alla mia sinistra ce ne stiamo tranquillamente in silenzio.
Quando nel prendere appunti Daniele si scontra con il mio braccio, piegato per tenere fermo il quaderno su cui scrivo, sussulto leggermente, e la cosa lo fa sorridere. Mima "Scusa" ogni volta, e ogni volta il suo sguardo si fa più divertito. Per quanto imbarazzata e un po' infastidita dalla cosa, non riesco a non ricambiare uno sguardo luccicante.
L'ora vola via veloce, e a fine lezione Alice si informa sui corsi che il nostro nuovo compagno frequenta. Questa è l'unica classe che abbiamo tutti e tre in comune, ma con lui, a quanto pare, dovrò frequentare anche storia moderna.
Dopo esserci messi praticamente in coda per riuscire ad arrivare alle scale ricolme di studenti, Alice se ne esce chiedendo: «Dove pranziamo oggi?»
Guarda con insistenza Daniele, e lui si sente in dovere di dirci: «Se volete, possiamo mangiare insieme».
«Ci sto!» esplode Alice, fulminandomi con lo sguardo per il mio poco entusiasmo.
«Sì, sarebbe bello» provo a rimediare, sorridendo. Ci scambiamo i numeri, e ci mettiamo d'accordo per trovarci all'una da Bob, che, a quanto pare, anche Daniele conosce.
«Devo scappare, ho un'altra lezione» dico a un tratto, guardando l'ora sul cellulare.
Alice mi dà un bacino sulla guancia, e il ragazzo, ben piantato di fronte a me, mi guarda con ammirazione, concludendo: «A dopo, allora».
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SOTTO LE PERSONE
RomanceVincitrice premio #Wattys2020 categoria New Adults 🫶🏻 "Una nuova città, una mansarda malconcia, l'università da incominciare e il desiderio di dimostrare al mondo di potersela cavare da sola. È così che ha inizio la vita di Elena a Venezia. Ma tra...
