V

274 11 0
                                        

[...]

Circa un mese più tardi, Yoongi riuscì a trovare una stabilità economica, anche se a stento, e nemmeno troppo redditizia. Lui e Jimin ancora non si erano parlati dall'ultima volta in cui si erano visti perché entrambi non volevano cedere a quella voglia che si faceva pian piano sempre più spazio dentro di loro. Sembravano due bambini, due ragazzini mai cresciuti che si ostinavano ad ignorare la realtà delle cose, la realtà del mondo.

«Che stanchezza» esalò in un sospiro Yoongi, lasciandosi cadere a peso morto sul letto e sentendo gli arti doloranti riposare dopo la lunga giornata passata in magazzino. Aveva cominciato a lavorare come dipendente nel magazzino del centro commerciale alla periferia di Seoul e, a dirla tutta, non gli tornava proprio bene fare una ventina di chilometri tutte le mattine dovendosi pagare anche la benzina e tutte le spese che dipendevano da quel viaggio. «Non so per quanto ancora riuscirò ad andare avanti...» sospirò di nuovo quasi sussurrando, come se qualcuno potesse sentirlo, riferendosi a tutto ciò che nella sua vita stava andando male. Il suo cellulare, precedentemente posto sulla scrivania di fianco al letto, cominciò a squillare, rivelando un numero al corvino sconosciuto. Lo afferrò esitante, scrutando lo schermo con perplessità, poi rispose flebilmente. «Pronto?» «Hey Yoongi, sono Hoseok!» una voce trillante rispose dall'altra parte, facendo sorridere il ragazzo. «Hei Hobi, come stai?» chiese al rosso, il quale rispose positivamente. Poco dopo pose la stessa domanda al ragazzo, sostenendo di averlo visto un po' strano durante la festa del mese scorso. «Non puoi essere cambiato così tanto nel giro di qualche anno Yoon, c'è per forza qualcosa che non va» continuò ad esporre i propri pensieri il minore. «Beh... effettivamente non è tutto apposto anzi, credo che in questo momento nulla sia apposto, ma sicuramente è solo di passaggio; e poi non ho mai cambiato idea sul fatto che le persone non cambiano» giustificò così il suo comportamento il corvino non riuscendo però a convincere del tutto Hoseok, che qualcosa già sapeva. «Yoongi» lo richiamò serio «come va a lavoro?» dall'altra parte della cornetta la risposta si fece attendere per qualche secondo, per poi sembrare al rosso l'ennesima stronzata. «Tutto bene» «No, non va tutto bene» lo corresse il minore. Yoongi sospirò per poi arrendersi «Sono stato licenziato poco meno di un mese fa, ora lavoro come magazziniere in periferia anche se dista abbastanza da casa mia». Hoseok annuì a sé stesso, consapevole del fatto che il ragazzo dall'altra parte del telefono non potesse vederlo. «Lo paghi l'affitto?» chiese al maggiore mentre una strana idea gli balenava per quella mente brillante. «Sì, ma non so per quanto ancora riuscirò a farlo» constatò amareggiato, consapevole del fatto che tra non molto si sarebbe ritrovato a vivere sotto i portici di quella che, d'inverno, diventava un'ostile quanto fredda città quale era Seoul. «Vieni a vivere da me!» la bocca del rosso si lasciò scappare queste cinque parole quasi non volendo. «Hobi, sei serio?» chiese quasi incredulo Yoongi, che continuò balbettando «F-faresti questo per... m-me? Veramente?». Hoseok si liberò in una risata sincera per poi rassicurare il corvino «Certo Yoon, per gli amici questo ed altro. E poi qui si paga di meno rispetto a dove sei tu, perciò si può benissimo fare a metà». Prima di rispondere Yoongi sbattè le palpebre un paio di volte incredulo, prima di sorridere come un ebete, ricordandosi dopo del fatto che Hoseok non poteva vederlo «Certo, faremo a metà; grazie Hobi, veramente, ora mi sento molto meglio». I due amici si salutarono mentre il corvino continuava a ringraziare il rosso per la proposta fatta poco prima. Finalmente una notte in cui il povero ragazzo, stremato per il lavoro, cadde nelle braccia di Morfeo in un batter d'occhi, abbandonandosi alla stanchezza.

Per Jimin invece, la storia fu sempre la stessa. Era da un bel po' di tempo che non dormiva come Dio comanda, ma ormai c'era abituato, quella era diventata la sua normalità. Che poi, se ci si pensa bene, cos'è veramente la normalità? Jimin ha sempre pensato che essa, in sé e per sé, non fosse mai esistita. Normalità è un concetto creato solo ed esclusivamente da stereotipi per avere il controllo sulla società da chi più influisce su quest'ultima. Però normalità è anche un concetto soggettivo, come alzarsi la mattina e prendere il caffè invece che il cappuccino. È un'abitudine, una consuetudine, un qualcosa che ripetiamo e rendiamo nostro per quanto agli altri possa sembrare strano, insensato, inutile: e per Jimin la normalità era Yoongi.
Consapevole che si sarebbe svegliato parecchie volte durante la notte, il biondo si lasciò cadere in quel sonno apparentemente profondo abbandonandosi a quei pensieri che lo riportavano sempre alla stessa persona da troppi anni a questa parte.

«Yoongi, tu mi ami?» chiese Jimin distogliendo lo sguardo da quella fetta di cielo che stava osservando per rivolgerlo al ragazzo che in quel momento stava sdraiato al suo fianco, troppo perso nell'azzurro dell'infinito per ascoltare le parole del minore. «Quella nuvola sembra un cono gelato!» esclamò invece Yoongi sorridendo appena, ignorando totalmente ciò che gli aveva chiesto il biondo e continuando a contemplare quel cielo così azzurro. Jimin, deluso, sorrise debolmente per poi tornare con lo sguardo rivolto verso l'alto, forse per cercare un aiuto divino, forse per distogliere la mente da quello che sembrava un no come risposta alla sua domanda. Poi un vuoto si creò intorno a lui e cadde in una voragine profonda.

Si svegliò di soprassalto il biondo, con delle calde lacrime che gli rigavano il viso mentre il suo respiro accelerato e i batti del suo cuore che correva velocemente riempivano il silenzio di quella stanza, illuminata solo dalla pallida luna in una fredda notte d'inverno. Ancora quel dannato incubo a torturarlo, quel ricordo che devasta quella parte di lui ancora fragile, ancora instabile. Quel giorno rappresentava una memoria dei momenti passati insieme al corvino. Jimin però non sapeva che Yoongi non rispose a quella domanda quel giorno perché aveva paura. La verità era che lo amava, lo amava con tutto sé stesso, ma aveva paura di ammetterlo. Aveva paura di poterlo perdere e con lui tutto ciò che di più bello ed importante aveva. Mentre Jimin, oh Jimin... quelle parole le ha sempre aspettate, ma ormai aveva perso la speranza di sentirle anche se infondo al suo cuore, mai aveva smesso di crederci e mai smetterà.

Si asciugò le lacrime con il dorso della mano e si sdraiò nuovamente, nella speranza di ritrovare il sonno dopo essersi calmato, riuscendoci dopo poco. La notte lo cullò dolcemente, con quel suo colore scuro, quel suo profumo unico e quella sua consistenza intoccabile che in pochi erano in grado di percepire.

La notte lì ricongiungeva sempre, in ogni luogo e occasione.

ɴᴇᴏᴡᴀ ɴᴀ • ʸᵒᵒⁿᵐⁱⁿDove le storie prendono vita. Scoprilo ora