XI (2)

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Una permanenza che Katarina si ritrovò a odiare già qualche corridoio più in là e una ventina di minuti dopo, quando, libera dalla compagnia di qualsiasi essere vivente, si fece cadere sul più duro dei materassi

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Una permanenza che Katarina si ritrovò a odiare già qualche corridoio più in là e una ventina di minuti dopo, quando, libera dalla compagnia di qualsiasi essere vivente, si fece cadere sul più duro dei materassi. Per un attimo, osservando la cella che le Sorelle Velate avevano messo a sua disposizione, aveva sperato di poggiare il proprio deretano su un giaciglio quantomeno più accogliente del treno su cui aveva passato gli ultimi due giorni; invece, nell'istante in cui le sue speranze erano andate in frantumi, quasi si ritrovò a rimpiangere quella scomodissima panca. Non era importato in quale posizione si fosse messa, ogni volta si era ritrovata a imprecare a denti stretti e, nel passare per l'ennesima volta le dita sulla coperta in lana cotta, si domandò con quale coraggio, Lord Julius Terry e Mister Suzu Whiteman, l'avessero lasciata lì. Dubitava fortemente che quei due avrebbero sofferto le sue medesime pene; certamente le loro chiappe si stavano appoggiando su sontuosi letti a baldacchino o soffici poltrone di pelle - mentre a lei, che tanto era stata descritta come un ospite d'onore, toccava quel tugurio. Persino la bettola dove era solita alloggiare quando stava a Roma sembrava migliore di quella sottospecie di camera.

Le mura erano pallide, spoglie; la scrivania, guardandola bene, dubitava avrebbe sorretto un peso superiore a quello del suo taccuino e la cassapanca ai piedi del giaciglio era anch'essa abbastanza trascurata da dover essere ormai dimora di intere famiglie di tarme - e nel constatarlo, non poté impedirsi di ricordare gli anni trascorsi al monastero di Bistria, dove l'essenzialità era quasi la stessa. Seppur la sua stanza dell'epoca fosse più piccina ed estremamente più fredda, trasudava la medesima sensazione di soffocante prigionia - e se avesse potuto, avrebbe preferito dormire sul pavimento del corridoio lì fuori.
Odiava rivivere le stesse impressioni di allora, così come detestava l'idea che qualche ricordo del periodo potesse riaffiorarle nella mente. Sì, all'Ordine doveva tutto ciò che sapeva, nonché le sue abilità nella caccia, nell'omicidio e in tanti altri campi, ma ciò non toglieva che avrebbe preferito dimenticare completamente i dodici anni trascorsi lì. Erano stati i peggiori e, se avesse potuto, non avrebbe augurato a nessun vânător di nascere e crescere dove era nata e cresciuta lei.

Con un sospiro si tirò dritta, prendendosi il viso tra le mani. Doveva riposare, eppure le sembrava un'impresa pressoché impossibile. Più si guardava intorno, meno il sonno sembrava sul punto di assalirla - e allora, si disse, tanto valeva fare il punto della situazione.

Nello sfilarsi gli stivaletti con i piedi, si allungò verso la scrivania. Le dita si poggiarono sul legno logoro dando il via a una serie di scricchiolii tutt'altro che rassicuranti e, in uno slancio per evitare il crollo del mobiletto, afferrò il taccuino e se lo portò in grembo. Per qualche istante rimase in attesa del tonfo, certa di aver usato troppa violenza, ma appena comprese che nulla sarebbe accaduto tornò al proprio quadernino.
Katarina sfilò la stilografica d'argento, disfò il nodo che teneva chiusa la copertina rigonfia di fogli e foglietti che spuntavano dai bordi e aprì alla pagina dove aveva lasciato il segnalibro l'ultima volta. Accanto al foglio vuoto ve n'era uno pieno di scritte fitte, sbilenche, di sottolineature, cancellature e segni d'ogni tipo che riportavano in sintesi le informazioni preliminari del caso. Vi erano date, luoghi e dettagli mischiati in un ordine che ai più sarebbe apparso come caos, eppure lei riuscì a individuare senza fatica tutto ciò di cui aveva bisogno per riprendere il filo.

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