XV (2)

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Già, a cosa era abituata?Mentre la carrozza con a bordo Julius e Suzu si allontanava e lei restava ferma sotto la pioggerellina lieve torturandosi il labbro, la risposta a quella domanda montò d'un fiato

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Già, a cosa era abituata?
Mentre la carrozza con a bordo Julius e Suzu si allontanava e lei restava ferma sotto la pioggerellina lieve torturandosi il labbro, la risposta a quella domanda montò d'un fiato. Era abituata a tutto ciò che per loro sembrava così estraneo. Era abituata alla violenza subita e procurata, al sangue, alla sensazione d'estasi derivata dalle percosse. Era abituata a cacciare come un animale, stando sveglia per giorni e notti negli habitat più avversi; alle ferite che faticavano a rimarginarsi perché non dava loro tempo per farlo, al freddo che entrava nelle ossa e alle corse che piegavano in due. Era abituata agli incubi e ai demoni, reali o meno, che la perseguitavano senza tregua, ma dubitava che quei due potessero realmente capirlo. Sì, avevano perso qualche compagno più del solito, ma cosa c'era di strano? Era parte del loro mestiere, sin dal giorno in cui le loro dannate famiglie li abbandonavano di fronte alle porte dell'Ordine sapevano a che destino potevano andare in contro - per questo, se avevano un cuore, era meglio fingere che non esistesse.

I denti affondarono con più forza nella carne secca delle labbra e qualcosa di tiepido le scivolò lungo la curva di quello inferiore, sfiorandole il mento prima di cascare a terra. Katarina seguì con gli occhi quella goccia, la vide macchiare il selciato e risvegliarla da una sorta di trance.
Aveva bisogno di bere, davvero stavolta. E come un segnale mandatole dal destino, un rintocco lugubre le fece alzare il capo. Lì, stagliato contro il cielo di un grigio accecante, il campanile dell'Istituto le fece venire una strana idea. C'era una parte di quel luogo dedicata all'insegnamento, ma di certo ci doveva essere anche una piccola cappella nascosta in qualche area non troppo lontana. Le Sorelle Velate, a parte la Madre Superiora, non potevano uscire da lì se non per cerimonie ufficiali o commissioni di vitale importanza, quindi, la messa del Quinto Giorno doveva per forza essere celebrata all'interno - e questo significava che doveva sempre esserci almeno una bottiglia di spirito alla salvia a portata di mano.

Un ghigno malizioso le riempì il viso.

Con il dorso della mano guantata si levò dal viso i segni del rivolo di sangue che le era sfuggito dalle pieghe del labbro e con nuovo slancio avanzò verso l'ingresso dell'Istituto. Tirò lo stesso catenaccio dei giorni precedenti,  facendo scivolare le dita sino al pendente con la Voglia della Vergine e attese: uno, due, cinque, dieci secondi. La punta del piede a battere il tempo in attesa di qualcuno. Ora che quella consapevolezza le aveva avvelenato la mente non riusciva a pensare ad altro che al retrogusto amaro dello spirito, al bruciore dell'alcol lungo la gola e sul fondo dello stomaco. Quanto ci stavano mettendo ad aprirle?
I secondi divennero minuti e uno sbuffo le si riversò fuori dalla bocca.

Rahat!, pensò mentre la pioggia alle sue spalle si faceva più forte, impedendole di carpire qualsiasi rumore oltre il portone dell'edificio - e possibile che ogni volta che arrivava di fronte a quell'anta di legno e ferro il meteo le giocasse lo stesso scherzo?

D'un tratto lo spioncino si aprì con il consueto, fastidioso cigolio e gli occhietti scuri della solita novizia la salutarono: «Oh, siete voi Miss Bahun!» aggiunse, richiudendo il tutto velocemente e iniziando subito a far girare i chiavistelli. Prima da una parte, poi dall'altra, in basso e in alto fino a quando l'ultimo non fece scattare la serratura. «Siete rientrata presto, pensavo non vi avrei rivista fino al tardo pomeriggio» e sul suo viso un sorriso timido fece capolino, allontanando lo sguardo e generando in Katarina una sorta di tenerezza. Per quanto la divisa e l'innocenza di quell'aspirante suora suscitassero in lei battute e pensieri non proprio leciti, più tempo passava all'Istituto più si rendeva conto essere solo una bambina - e non avrebbe mai osato fare qualcosa di inappropriato quando a disposizione c'erano tutte le sue Sorelle. O una meraviglia come Sylvia Goldchild.
Le pizzicò il mento come una zia farebbe con la propria nipotina: «Già ti mancavo, Niamh?»
Lei sussultò, fu evidente che il groppo di saliva fece fatica ad andarle giù: «N-no! No, semplicemente...»
Miss Bahun tese le labbra e l'oltrepassò, ignorando l'imbarazzo che aveva generato in lei per mettersi subito sulle tracce della propria preda, anche se doveva farlo con una certa circospezione, assicurandosi di non destare troppi sospetti. Congiungendo le mani dietro la schiena si mise a scrutare il pavimento ornato. Seguendo per qualche metro la trama floreale uscì dal corridoio e lì, poi, i suoi occhi salirono lungo gli archi a sesto acuto lanceolato che davano su uno dei cortili interni, quello su cui si affacciavano buona parte degli alloggi delle Sorelle Velate, le stanze comuni e quelle dedicate alla loro vita privata. A dividerlo dall'altro, dove si trovava la serra della Superiora, una parte di edificio rettangolare che si sviluppava verso l'alto, accogliendo anche la torre campanaria. Era in quell'angolo di Istituto che doveva arrivare, ma sperava vivamente che per farlo non fosse necessario passare tra i corridoi dove si svolgevano le lezioni per quei pochi spocchiosi figli di famiglie benestanti.

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