- Quos vult Iupiter perdere -
«Da cosa altro potremmo essere definiti, se non dalla nostra biologia?».
L'universo aveva scelto il neo capitano Su'hahru, quel giorno, per intonare il ritornello della canzone che le aveva dedicato. L'universo aveva sc...
Il suo nome era Yempira Almedov e aveva gli occhi di sua madre.
Rimettere piede sul suo pianeta fu un'esperienza surreale. Nell'arco di un solo giorno l'universo aveva attraversato gli eventi di un secolo, cambiando la sua immagine in modo definitivo. Anche Aykari non si sentiva la stessa persona che aveva aiutato la sua amica a ripassare, solo quella mattina.
Eppure, la Terra non sembrava riflettere quel cambiamento. La sua casa era rimasta uguale: il cielo era azzurro, le città un reticolo di luci e colori, mentre le persone, le persone continuavano a condurre la loro vita, senza fermarsi. Era strano trovare tutto quello estraneo?
Si allontanò dal finestrino della navicella, scendendo dal mezzo al fianco di Ata e Kiki. L'hangar in cui erano atterrati era troppo anonimo per concludere quell'avventura, ma lo trovò rassicurante, nella sua struttura imponente che la riparava dalla realtà. Aveva solo voglia di annientarla, quella normalità, con l'adrenalina che ancora scorreva nelle sue vene. E non era l'unica in quella condizione di statica implosione, vedendo Midah saltare già dalla scaletta, mentre canticchiava una vecchia melodia.
«Si era parlato di un drink?», la stanchezza che contornava i suoi occhi era inefficace nell'attenuare il sorriso che sembrava spaccargli il volto. Aveva rimosso la giacca della divisa chiara, persa nel tragitto tra la Victoria e le navicelle che li avrebbero riportati sul pianeta, restando in maglietta regolamentare scura a mezze maniche, mostrando al mondo, ma non al capitano, le braccia abbronzate. Anche Eriki aveva apportato delle modifiche al suo abbigliamento, indossando il camice come coprispalle e rinunciando ai guanti, dopo averne prestato uno alla sua amica per coprire la cicatrice dai raggi solari. Lei si era limitata a sbottonare la tuta scura.
«Sai cosa?», sgranchì il collo il medico, «Non è l'idea peggiore che tu abbia avuto oggi».
«Iniziate ad andare», diede un colpetto al braccio del genio, «io vi raggiungo», l'attenzione catturata dalla piccola folla radunata ad aspettarli. Aveva poco tempo per ricomporre la sua espressione stanca in una neutra, mascherando con la professionalità la sua insicurezza, mentre dietro la schiena le mani si contraevano, come il suo animo per i sensi di colpa.
«Signora Almedov?», chiese a una donna, bionda e umana. Lo stesso sguardo, giovane e colmo di aspettativa, non fu altro che l'ennesima pugnalata.
«Sono io».
«Il mio nome è Aykari Lange», deglutì, «mi trovavo nello stesso reparto di Yempira». Vide l'esatto momento in cui la donna realizzò, spalancando gli occhi e portandosi le mani a coprire i suoi boccheggi.
«No», si ritrasse, «no».
«Le porgo le mie condoglianze». La donna l'abbracciò, nascondendo il volto nella sua spalla. Le cinse il busto con delicatezza, temendo di spezzare quel corpo fragile. A che sarebbe servito, quando il suo animo si lacerava a ogni grido.
La sua casa era rimasta sempre uguale. Il problema era che non la sentiva più come tale.
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