6

885 41 0
                                        

Nora Woods si lasciò ricadere sul divano, esausta. La stanchezza non le impedì di notare lo scricchiolio delle molle né di paragonare lo squallore di quella stanza a Hollow Gap con il delizioso appartamento sopra il garage di Kingsway.

Le lacrime le salirono agli occhi, ma lei le scacciò con rabbia. Si era meritata quel destino. Atticus Styles era stato gentile con lei, e in cambio lei aveva rubato degli oggetti preziosi dalla sua casa. Aveva avuto più di un'occasione per confessargli la sua vera identità, ma non l'aveva fatto.

Aveva avuto paura che lui non reagisse bene alla notizia di avere una nipote. In fondo, se avesse voluto conoscerla, avrebbe risposto alla sua lettera.

Gli oggetti che gli aveva sottratto le erano sembrati una sorta di ricompensa per ciò che non avrebbe mai avuto.

Che stupida era stata!

Troppo stanca per fare altro, Nora accese il televisore e ascoltò il notiziario. In occasione dell'uscita del suo nuovo film, Barry MacIntosh dava una festa nella sua villa di Hollywood. Nora aguzzò la vista, sperando di intravedere Harry tra gli invitati.

Ma Barry si mostrava alle telecamere in compagnia di un'altra ragazza.

«Impossibile non notare l'assenza di Harry Styles» stava dicendo la giornalista. «I suoi amici non ne parlano, ma si mormora che sia stato ricoverato per abuso di sostanze stupefacenti.»

Nora rimase ammutolita. Come potevano affermare una cosa del genere? Harry non aveva problemi di droga! Eppure, perché non era presente alla festa del suo migliore amico? Forse c'era qualcosa di vero, e gli era davvero successo qualcosa di brutto.

Sapeva che non erano affari suoi, ma Nora balzò in piedi e corse fuori dall'appartamento.

Nell'atrio c'era un telefono, ma era stato bloccato per impedire che gli inquilini effettuassero chiamate extraurbane. Così corse lungo la strada buia e deserta ed entrò nella prima cabina telefonica a gettoni.

Digitò il numero indicato sul biglietto da visita che lui le aveva dato. Le cifre erano quasi illeggibili, tante erano le volte che aveva tenuto tra le mani quel biglietto da visita, ma lei conosceva il numero a memoria ormai, sebbene non lo avesse mai usato.

Oscar sarebbe stato in grado di dirle se Harry stava bene.

Quando digitò l'ultima cifra, fu assalita dai dubbi. Lui avrebbe rintracciato la chiamata e avrebbe scoperto dove si trovava. Che idea stupida aveva avuto! Stava per riagganciare quando lui rispose, la voce profonda, virile e arrochita dal sonno.

«Pronto?»

Come intrappolata in un incantesimo, Nora non disse nulla.

«Pronto?» ripeté lui.

Non parlare, ordinò a se stessa. «Ciao, Oscar.»

«Nora?» Il sonno scomparve subito dalla voce di Oscar. Lei lo immaginò seduto nel letto, con la luce della lampada sul comodino che illuminava i muscoli definiti del suo torace.

«Ho appena visto una cosa in televisione che riguarda Harry. Non era al party di Barry. Sta bene, Oscar?»

Stupida. Stava piangendo.

«Nora, dove sei?»

Il pianto s'intensificò di fronte alla dolcezza della voce di lui, come se a Oscar non importasse se lei era una ladra.

«Harry sta bene?» ripeté a quel punto con voce rotta.

«Lui sta bene. E tu?»

Nora avrebbe voluto dirgli la verità. No, non stava affatto bene e non lo sarebbe mai stata. Aveva sperimentato cose diverse, aveva visto ciò che la vita aveva da offrire. Tornare a lavorare in una squallida tavola calda per guadagnare i soldi appena sufficienti a sopravvivere era come una condanna a vita.

«Sto bene» mentì tra le lacrime.

«Stai piangendo? Dannazione, Nora.»

Lei non rispose. Ordinò a se stessa di riagganciare, ma non lo fece, perché provava un bisogno disperato di ascoltare la sua voce, di avere qualcosa a cui aggrapparsi il giorno seguente, mentre riordinava i tavoli o ascoltava le lamentele di un cliente perché il cuoco aveva bruciato la pancetta.

«Dove sei? Nora, dobbiamo parlare.»

Era vero, dovevano parlare del perché lei avesse derubato delle persone che le avevano dato fiducia. Forse Oscar l'avrebbe persino mandata in prigione; in fondo era il suo lavoro.

«Nora, parlami.» La voce di lui era bassa, supplichevole, tenera.

«Devi dire a Harry...» Nora si bloccò, esitò un attimo, poi, lentamente, riagganciò. Appoggiò la fronte al vetro della cabina telefonica e maledisse la propria stupidità.

Non poteva permettersi di credere che fosse ancora possibile tenere i contatti con loro, telefonare di tanto in tanto e lasciare un messaggio. Aveva fatto la sua scelta e ora doveva conviverci.

Ma ciò non le impedì di rimpiangere di non aver detto quello che avrebbe voluto.

"Devi dire a Harry che mi dispiace."

***

«Sabah al-warada» mormorò Harry tra sé, mentre raccoglieva le carte dal tavolo della zia. Non era giusto che quell'uomo usasse tutte quelle frasi poetiche.

Louis aveva detto che significava "buongiorno", ma a lui era sembrato che volesse dire qualcosa di più, come l'augurio di una mattina piena di promesse, di delizie.

Come gli veniva in mente di leggere così tanto tra le righe in una semplice frase? Gli sembrava di riuscire a capire un po' di più Louis mentre, in realtà, rivelava molto poco di sé.

Tuttavia, i suoi occhi parlavano in arabo. Mistero, passione e poesia albergavano nelle profondità celesti dei suoi occhi.

Tentò decine di volte di nascondere una carta nella manica come aveva fatto lui, ma senza successo. Dove aveva imparato quel trucco? E, soprattutto, quando aveva trovato il tempo di fare pratica finché una cosa così ardua era diventata facile?

Louis era stato sul punto di rivelarglielo.

L'istinto gli diceva che lui era il genere di uomo che si apriva di rado. Capiva, sempre grazie all'istinto, che lui aveva combattuto battaglie che gli avevano lasciato ferite interiori peggiori di quella che gli solcava la guancia.

E aveva capito che lui era stato sul punto di fargli un dono raro: condividere qualcosa con lui, dargli fiducia.

Il fato, sotto forma di sua zia Alexandra, era intervenuto a impedirglielo.

UNEXPECTED LOVE » lsLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora