Ciao carissim*, Due parole al volo. Probabilmente cambierò i giorni di pubblicazione, la domenica sta cominciando a diventarmi scomoda... potrei fare lunedì le oneshot e venerdì la storia, ora ci penso un po' e vi aggiorno. Forse mi risulta più semplice. Detto ciò, eccovi la oneshot di oggi. Il tema era "descrivi un litigio in cui non ci si parla", e sinceramente ho pensato a una scena di conflitto interiore. Beh, leggete, so che siete content* che é sempre una perestrojka, e... Buona lettura!
Mako
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Non seppe per quanto tempo rimase immobile a guardare il soffitto. Seppe solo che, a un certo punto, fu risvegliata dal rumore del portoncino d'ingresso che scattava, e sentì la voce di Ume che salutava l'altro. Iniziarono a chiacchierare. Stavano parlando della serata con le tre ragazze? O lui gli stava raccontando cos'avevano fatto? Una morsa gelida le catturò il ventre. Non riuscì a capire quale scenario fosse il peggiore: che Sukuna gli spifferasse tutto, o che non lo facesse affatto? Da una parte si sarebbe sentita una sgualrdina, messa alla gogna, e si sarebbe vergognata come una ladra la mattina dopo a colazione; ma dall'altra, se nemmeno quello che avevano fatto gli avesse occupato un briciolo di interesse tanto da raccontarlo al suo migliore amico... Forse era ancora peggio?
Le loro risate attutite dalla porta della camera chiusa riempirono l'atrio, e si chiese stupidamente se stessero ridendo di lei. Già. Dopotutto, perché no? Ora che ci ripensava, quella sera si era ridicolizzata non poco. Aveva iniziato con una scelta sbagliata, ed erano rotolate tutte a valanga, una dietro l'altra, travolgendola, impedendole di fermarsi. Finalmente si decise a vincere la vergogna e mosse le gambe intorpidite sopra le lenzuola. In un punto imprecisato del basso ventre c'era un punto che le faceva ancora male. Trasalì. Non é che aveva sbagliato qualcosa? Divaricò le cosce, strinse i denti e si sforzò di portare una mano lí in basso. 'Uhm'. I suoi genitali erano indubbiamente più gonfi del solito. Era normale? Beh, comunque il male non sembrava provenire da lì. Corrugò la fronte, e passò due dita fra le labbra. Trasalì. Quello era... "Sangue...?" Sussurrò, impietrita. No, un momento. Questo lo sapeva, succedeva una volta persa la verginità. Certo era che un conto era sentirlo dire, un altro provarlo su se stessa. "E così é fatta" mormorò, avvilita. La realtà le si presentò davanti all'improvviso: aveva perso la verginità. Aveva fatto sesso per la prima volta. Con uno sconosciuto che nemmeno parlava la sua lingua. E che se ne era andato subito dopo... Beh, subito dopo aver finito. Il dolore venne pian piano soppiantato dal senso di colpa. Davvero gli aveva permesso di fare tutto quello che voleva? Senza questionare niente? E davvero le sembrava di chiedere troppo, se aveva sperato che stesse un po' con lei? Allungò una mano verso il comodino e prese il fazzoletto di cotone che si portava sempre dietro. Lo usó per pulirsi quanto meglio poteva. 'Nemmeno il tempo di asciugarsi dal sangue' rifletté. Improvvisamente gettò per terra il fazzoletto, stizzita. No! Lei era una donna indipendente. Era lei che aveva deciso di attraversare l'oceano e arrivare nel Soviet. Il suo desiderio di emancipazione e di affermazione doveva essere più forte di un momento di debolezza; non aveva bisogno di quell'uomo, né delle sue premure. Cercò di convincersi che l'aveva usato, che aveva condotto lei la serata. Lei aveva voluto perdere la sua verginità, e lui l'aveva solo aiutata nello scopo. Annuì convinta, mentre si infilava il maglione e i pantaloni di Yuji - si chiamava così? - che usava come pigiama.
Doveva ancora lavarsi i denti e darsi una sciacquata, ma era decisamente fuori discussione. Uscire da quella stanza significava trovarsi davanti a lui, a lui e al suo amico, e non l'avrebbe mai sopportato. Era forte, certo, indipendente... Ma non quella sera. Si infilò a letto, e si sforzò di addormentarsi. Suo malgrado, si immaginò in una stanza bellissima, avvolta dalle coperte e dalle sue braccia.
"Dobroye utro₁". Come ogni mattina, il mugugno di Ume la salutò da dietro al bancone della cucina. Lei arrossí imbarazzata, rispondendo con un timido "ciao"; ma dopo aver studiato bene la sua espressione - atarassica come sempre - arrivò alla conclusione che non ne avevano parlato. 'Quindi non ha significato niente per lui' rifletté, una stretta al cuore. Si obbligò a ignorarla. Anche per lei non aveva significato niente! Avevano fatto... L'amore, giusto...? Ma era finita lì. Si erano sfogati, come due adulti consapevoli ed emancipati. Imburrò con rabbia la fetta di pane.
"Kapitan? Kapitan? ...Sukuna?" "Huh?" Sukuna si risveglió dal torpore, alzando la testa dalla scrivania. La burocrazia che lo accompagnava da quando era salito di grado sembrava non finire più. Arrivava al lavoro, si sedeva, iniziava a scrivere, si rialzava finito il turno. Erano secoli che non aveva una missione, e stava cominciando seriamente ad annoiarsi. Forse era per quello che- "Ty pridesh k nam segodnya pouzhinat?₂" Sbatté le palpebre. I ragazzi che lo stavano invitando erano due delle sue reclute preferite, e nonostante fosse più generoso con le critiche che con gli elogi, anche loro si erano affezionati a lui. Sì, gli faceva sicuramente piacere staccare un po'. Sorrise, stanco. "Da. No potom my pyem₃".
Le cinque di pomeriggio erano arrivate, e dopo le cinque le sei, le otto, le nove e mezza. E di Sukuna nemmeno l'ombra. Y/N aveva passato la giornata a chiedersi come avrebbe dovuto reagire, quando se lo fosse trovato davanti. Come avrebbe dovuto comportarsi, le parole che avrebbe dovuto dirgli. Si chiese se era il caso di parlargli direttamente, se far finta di niente, se cercare di affrontare l'argomento; e, dopo ore di riflessione, aveva costruito un intricato albero di possibilità dipendenti da come si sarebbe posto appena entrato in casa. E lui, semplicemente, aveva deciso di non presentarsi. "Perché non torna per cena?" chiese al ragazzo ai fornelli. Possibile che non se ne fosse accorto? Lui si giró, squadrandola col solito sguardo di disprezzo. "Ya ne ponimal₄" ribatté, ostentando il suo accento all'inverosimile. Lei sospirò. "Sukuna...?" riprovó, indicando la porta. Lui sembrò capire. Fece spallucce, e tornò ai fornelli. 'Quindi capita, che non torni per cena' rifletté, sedendosi al tavolo sconfitta. Eppure in quel mese non era mai successo che passasse la notte fuori. Era sempre tornato, metodico, preciso, calcolatore. Che avesse a che fare con quello che era successo la notte prima? Si abbandonò sulla sedia con un sospiro, prendendosi la testa fra le mani. E adesso? "Yest₅". L'ordine le si presentò davanti insieme al piatto di borsch fumante. Alzò il cucchiaio, mormorando un "spasiba" a voce bassa. Ume si stava pian piano abituando alla sua presenza, e doveva dire che se non si metteva a parlare in inglese quella sporca capitalista gli sembrava quasi sopportabile. Le regaló un mezzo sorriso. Aveva apprezzato il tentativo. "On budet gulyat s kollegami" disse, incurante del fatto che non lo capisse. "Ne volnuysya₆". Lesse nei suoi occhi lo smarrimento, e si limitò a ripetere "Sukuna, ok" come per rassicurarla che andasse tutto bene. Lei annuì, e fece come ogni sera onore al piatto. Fece per alzarsi, ma Ume le cacciò davanti forza anche la porzione che aveva preparato per il suo amico, e lei fu ben contenta di finirla. Ringraziò di nuovo. "Mmh". Il ragazzo si strinse nelle spalle fasciate dal maglione. Sembrò riflettere qualche secondo su qualcosa, poi si avviò in fretta verso l'appendiabiti vicino alla porta. "Ty ne vykhodil iz dome tselyy mesyats₇" borbottò fra sé e sé. Come al solito non si preoccupò della loro barriera linguistica; le gettò il cappotto sulle spalle, e le fece cenno di seguirlo. "Vy prishli". Quella parola Y/N la conosceva bene. 'Vieni': quante volte gliel'aveva ripetuto Sukuna? Strinse la pelliccia fra le dita: sì, forse un'uscita da quella reclusione forzata l'avrebbe aiutata a non pensare. Annuì e lo seguí fuori dalla porta.
Il giro durò poco, più che altro perché Ume preferiva essere a casa prima che Sukuna tornasse e se ne accorgesse. Non che gli avesse proibito di farla uscire; diciamo che il suo dovere era controllare che non uscisse da sola. Finché era con lui andava tutto bene, no? Per questo motivo, la trascinava per la via stringendole il gomito, non permettendole di allontanarsi. Da parte sua, Y/N era talmente inebriata dalla fredda aria che le pungeva le guance che nemmeno si rendeva conto della stretta. Dopo qualche centinaio di metri, però m fu costretta a strattonargli la manica per chiedergli di tornare indietro: era un sacco di tempo che non si muoveva, e i muscoli delle gambe erano decisamente fuori allenamento. Ume capì, e la riaccompagnò verso il palazzo.
Erano ormai tornati da circa una mezz'ora abbondante, e l'orologio segnava quasi mezzanotte, quando finalmente il chiavistello del portoncino scattò con uno schiocco sordo.
"Ya doma₈", li salutò una voce.
1: buongiorno 2: vieni a cena con noi stasera? 3: certo. Poi però beviamo 4: non ho capito 5: mangia 6: sarà fuori con i colleghi. Non preoccuparti 7: é un mese che non esci di casa 8: sono a casa