Le ultime file di banchi, a scuola, sono sempre le migliori. Puoi nascondere il cellulare ed inviare gli sms di nascosto, fingere di seguire la lezione, disegnare invece che prendere appunti, copiare, parlare, appiccicare le cicche sotto il banco... Insomma, un po' di tutto. Compreso osservare per ore intere la chioma chiara del ragazzo che ti piace al primo banco.
Eric Callagan, questo era il suo nome. Non ero una di quelle oche smorfiose che vanno dietro ai ragazzi in maniera sfacciata, quindi non mi ero mai fatta notare mentre lo osservavo da lontano, né ci eravamo scambiati mai molte parole, ma a detta della maggior parte delle mie compagne di classe - che su sei ore scolastiche, cinque le passavano parlandomi alle spalle senza rendersi conto che origliavo - io gli piacevo.
E lui piaceva a me, molto. Ma non avevo il coraggio di dirglielo. E poi sembrava una persona così riservata... Non avrei avuto la tempra e l'ostinazione necessaria a rompere lo scudo con cui sembrava proteggersi per penetrare nel suo mondo e provare a conoscere il vero lui. Diciamo che, con molta probabilità, eravamo due teste troppo simili per combaciare. Non vedevo in lui una me speculare, ma esattamente la mia ombra, il mio profilo, il mio doppio. Lo vedevo precisamente come pensavo di apparire io agli occhi degli altri: goffo, solo, un po' scialbo.Però aveva una cosa che io con molta probabilità non possedevo, cioè la dolcezza.
Quei suoi modi di fare da ragazzino perennemente imbarazzato, quelle gote spesso arrossate, i sorrisi timidi che tirava su quando le ragazze facevano delle battute un po' troppo esplicite che lui non gradiva, ma che mascherava con una piccola smorfia per non far trasparire il proprio disappunto. L'entusiasmo con cui esplodeva quando qualcuno lo invitava ad una festa e la tenerezza che suscitava in me, che sapevo ormai come funzionavano quelle cose...
"Eric, stiamo organizzando una festa, ti va di venire? Abbiamo deciso di invitare tutta la classe, in più qualcuno del quinto anno; ti va di invitarli al posto nostro mentre noi distribuiamo gli ultimi inviti? Siamo sicuri che verranno se sei tu a chiedere loro di venire! Siamo in buone mani, no? Non vorremmo che, a causa del tuo fallimento, venissi escluso dalla festa...".
Eric aveva scosso la testa così tante volte a quelle insinuazioni, e aveva promesso così tante volte di non fallire... Ma alla fine, arrivato di fronte ai ragazzi del quinto, non aveva mai aperto bocca, soprattutto quando i soggetti da invitare erano stati di sesso femminile.
Boccheggiava, sorrideva in modo dolce, si grattava la nuca, allargava le braccia, chiedeva un secondo di tempo sollevando l'indice, poi semplicemente esclamava: "C'è una festa...", ma i ragazzi non lo lasciavano finire, che lo schernivano dicendo che non sarebbero mai andati ad una festa di sfigati come lui. Quando Eric tornava dai ragazzi che l'avevano invitato e provava a spiegare e a giustificare il suo fallimento, questi non volevano saperne, lo guardavano male e gli dicevano che la vita da party non faceva per lui se non era nemmeno capace di invitare due ragazzi in croce.
Ed eccoci qui, questo era il metodo con cui spesso liquidavano il buon vecchio Eric e se lo toglievano dalle scatole. Ma lui continuava a sperare che un giorno sarebbe potuto emergere, sperava in una vita sociale più movimentata, sperava di essere un ragazzo normale.
Era questo che mi piaceva di Eric: la fanciullezza, la spensieratezza, l'ingenuità, la timidezza, il ragazzino dolce e solo che si nascondeva dentro il corpo da uomo che, quasi quasi, sovrastava quello dei giocatori di football della palestra.
Alcune ragazze gli correvano dietro proprio per il suo aspetto fisico e questo mi dava sui nervi, perché non lo apprezzavano per il suo lato intellettuale, cosa che invece io apprezzavo molto di più di quanto facessi col suo corpo. Un bel corpo lo trovi ovunque, ma una bella mente? Una mente fresca, dove il putridume della società e la malizia della gente fradicia dentro non è ancora arrivata? Dove la trovi? Non è facile per niente, ed ero del parere che fosse da folli farsi scappare una mente bella, innocente e autentica come quella di Eric Callagan.
Certo, non aveva lacune che potessi colmare - se non il suo lato dolce, in cui lui eccedeva ed io peccavo -, ma conoscerlo e frequentarlo era uno dei miei desideri più pressanti, mi inseguiva dal primo anno.
La campanella suonò e mi ridestò dai miei pensieri. Raccolsi il block-notes, le penne e la cartella marrone e saltai giù dalla sedia in legno, correndo fuori dall'aula.
Torna indietro, parlagli! Che ti costa dialogare con lui?!
No, no, no! Non ce la potevo fare, non potevo!
Qualcosa mi urtò la spalla, facendomi capitolare fuori dalla porta di fronte alla quale, inconsapevolmente, mi ero immobilizzata come un baccalà.
«Oh! Eh... Scusa!».
Afferrai la borsa che a causa dell'urto mi era scivolata dalla spalla e mi voltai, ritrovandomi a sorridere rincuorante ad Eric, proprio l'Eric Callagan che avevo contemplato fino a qualche momento prima, un po' in imbarazzo.
«E' tutto okay, tranquillo!», mi sorprese la semplicità e la naturalezza con cui fui in grado di rispondergli. «Ti sei fatto male?».
«Oh, no no! Tu? Non volevo farti del male!», balbettò, passandosi una mano dietro la nuca e sorridendo appena, tenendosi stretta in un pugno una penna.
Mi scappò una risata nervosa, che rasentò per un istante l'isteria, ma poi svanì così com'era arrivata.
«Lo so, lo so!». Silenzio imbarazzante. Silenzio opprimente. Silenzio che assorda, peggio delle casse che la sera prima mi avevano ucciso i timpani.
«Non vorrei essere sgarbato, ma... Non credo di ricordarmi il tuo nome, mi spiace... Tu sei...?».
Deglutii qualcosa che non somigliava per niente a saliva. La riconobbi immediatamente come il sapore amaro della delusione misto all'autocommiserazione che di lì a poco si sarebbe abbattuta su di me. Certo, quello era il primo anno che io e lui ci ritrovavamo a condividere gli stessi corsi, poiché sebbene mi piacesse da tempo lui era sempre stato in una classe diversa dalla mia, ma il fatto che non si ricordasse il mio nome punse alquanto.

STAI LEGGENDO
Give me your hands and save me
RomanceAlly era un uccellino chiuso in gabbia che sbatteva le ali frenetico, smanioso di uscir fuori e godersi i raggi del sole e l'aria fresca sulle piume. Avrebbe tanto voluto possedere le chiavi della sua gabbia, ma nessuno, tranne sua madre, le aveva i...