Salve a tutti!
Volevo ringraziare tutte le persone che stanno seguendo la storia, aggiungendo le stelline e commentando, perché mi fanno sentire apprezzata! Così capisco che il mio lavoro va bene. :)
Ci tenevo a precisare una cosa che forse non tutti hanno compreso: Mya ed Ally sono due personaggi REALI, quasi tutto quello che accade in questa storia E' REALMENTE ACCADUTO, molte delle frasi che Mya dice ad Ally e viceversa SONO STATE DETTE DAVVERO. Non è un'autobiografia, ma da un certo punto di vista potrei definirlo il racconto di una parte della mia vita. Spero che anche questo capitolo vi piacerà, se così fosse non tardate a darmi la vostra opinione, sono gradite anche critiche COSTRUTTIVE.
Un abbraccio! :D
*************
La mia scuola si era appena trasformata in un locale di Burlesque, e non un locale di Burlesque raffinato, di quelli che si vedevano in Francia nei primi dell'Ottocento, dove era raro che una ballerina rimanesse nuda, ma bensì un locale di Burlesque odierno, di quelli dove se non vuoi che qualcuno ti lanci una scarpa addosso devi entrare in scena già nuda e uscire direttamente dalla quinta di destra, e il tuo numero in meno di un secondo è terminato.
Ovunque mi girassi c'erano ragazzine dai vestiti inguinali, dalle collane appariscenti, dalle calze esagerate, dai ricami spudorati, dalle scarpe troppo alte, dal trucco eccessivo.
Mi sembrò di essere finita in un palco di Broadway, ma non ero sicura di ciò che stavo guardando: era il Rocky Horror o il Moulin Rouge?
In ogni caso, vi assicuro che la vista era pessima. Qualcuno aveva avuto persino la brillante idea di riempire una piccola piscina gonfiabile di spumante: due ragazze ci stavano sguazzando dentro e a tratti si baciavano, facendo urlare i ragazzi che le circondavano, i quali le guardavano con la bava alla bocca.
La mensa si era trasformata in una discoteca dai colori scadenti in meno di qualche ora: i tavoli erano stati disposti in fondo all'aula, si era creato un enorme spazio per ballare; i banconi che di solito utilizzavamo per l'intervallo erano stati riempiti con il cibo-spazzatura che la squadra di cheerleader e i palestrati avevano raccattato in giro, mentre il bancone della frutta era stato depredato e trasformato in una postazione da DJ.
Mi stupii quando la vidi lì, intenta ad inserire i suoi cd nella console e a far ruotare il mixer, ma forse avrei dovuto aspettarmelo. Non sapevo niente di Mya, avrei dovuto dare per scontato che oltre ad aggiungere il succo d'arancia all'alcol sapesse fare qualcos'altro. Quel piccolo bancone era diviso a metà: da una parte la musica, dall'altra parte una grossa vasca d'alcol, la pila di bicchieri a me familiare e un miscelatore.
Mi sentivo come dentro un frullatore, le casse erano sicuramente di portata minore rispetto a quelle della discoteca in cui Mya lavorava, ma per me suonavano comunque troppo forte.
Mi avvicinai alla sua postazione e trascinai uno sgabello con me, appostandomi al suo fianco.
Annusai il contenuto della vasca con ribrezzo: «Cos'è, vomito in decomposizione?», le urlai, cercando di essere quanto più rilassata possibile.
Dopo essersene andata quel mattino non mi aveva più rivolto la parola: avevo sistemato la mia roba in palestra e mi ero chiesta e richiesta come mai avesse messo i due materassi d'allenamento adiacenti e il perché, improvvisamente, li avesse divisi, ma non avevo trovato risposta. Mi ero chiusa negli spogliatoi femminili rubando il mazzo di chiavi alla portineria, avevo fatto una doccia calda cercando di rilassarmi e mi ero asciugata alla bell'e meglio con la maglietta che avevo indossato per tutto il mattino, poi avevo infilato di nuovo lo stesso paio di jeans, il reggiseno con l'ape stramba, le mutandine col panda e le due felpe una sull'altra, perché si congelava.
Mi ero presa del tempo, avevo fatto i compiti in biblioteca nell'assoluto silenzio, avevo scroccato un succo di frutta senza zucchero dai distributori automatici della segreteria e avevo vagato per i corridoi - come alla ricerca della Camera dei Segreti - per tutto il pomeriggio. L'unica prova tangibile della presenza di Mya nell'edificio era stata il suo continuo testare le casse nella mensa, per il resto si era dileguata nel nulla.
La nostra conversazione quindi si era conclusa in maniera non del tutto rosea, ma non riuscivo a sostenere di averla nella stessa stanza e non sapere se fosse incazzata con me o meno, pur essendomi antipatica.
Mi sorrise e roteò gli occhi.
«Non vorrei essere costretta a portarti in braccio fino alla palestra stanotte, Nana. Non assaggiarlo nemmeno, quell'intruglio».
Diede un colpo al disco del mixer e la musica prese un altro ritmo.
Si morse il labbro inferiore e sorrise, scuotendo la testa e battendo il piede sul pavimento ritmo di musica: era soddisfatta di sé.
Mi raccolsi i capelli in una coda alta, perché l'ammasso di corpi in quell'unica aula aveva reso l'aria irrespirabile e soprattutto fin troppo calda.
Mi feci più vicina a lei e mi sporsi sul mixer, osservando i numeri analogici accanto alle levette e le tacche verdi e rosse del suono sollevarsi e abbassarsi a seconda dell'intensità del volume.
Per un attimo mi domandai come fosse possibile memorizzarne tutte le regole ed allungai lentamente due dita verso il disco nero di destra; la sua mano sfiorò la mia e fu come essere colpiti da una scossa, perché non mi aspettavo quel contatto, poi la sentii sussurrare al mio orecchio: «Se le muovi lentamente il suono sembrerà rallentarsi, ma in realtà è solo un effetto... Se le muovi velocemente aumenti il ritmo».
Il suo respiro caldo si condensò sul mio orecchio e la sentii lì, con la bocca sul mio padiglione auricolare, il ciuffo ribelle che si mescolava con la mia coda, la fronte che quasi mi sfiorava la tempia.
Mi afferrò la mano - rispetto alla mia era molto più affusolata e delicata - ed io lasciai che guidasse i miei movimenti: accennò a due tipi di musica diversi e mi strappò un sorriso e
un filo di imbarazzo sulle guance.
Sentivo tutto il suo corpo accanto al mio, emanava un calore sconosciuto, un calore buono, di quelli in cui ti vai a rifugiare quando fuori è inverno e tu vorresti l'estate. Un calore che per un attimo mi cosparse di brividi lungo la schiena...
Allontanai la mano dalla sua e mi schiarii la voce.
«Fantastico!», le urlai mio malgrado.
Sollevò un sopracciglio guardando verso di me e si morse il labbro inferiore, sorridendo con aria sfrontata.
Qualsiasi cosa successe al mio stomaco, fu come avere una scimmia dentro le budella che prova il suo numero da circo sull'altalena.
Deglutii cercando di ragionare lucidamente, chiedendomi, ad occhi quasi sbarrati, il perché di tutte quelle sensazioni senza riuscire a darmi risposte concrete.
Perché avevo un cervello bloccato ormai incapace di produrre?
Allungai una mano verso la pila di bicchieri e ne afferrai uno, ma Mya me lo tolse immediatamente dalle mani, guardandomi con aria di rimprovero.
«Toglitelo dalla testa».
«So badare a me stessa».
«Mi importa poco e niente, se sai badare a te stessa o meno. Non voglio che tocchi quella roba».
«E tu chi sei, mia madre?», la guardai paonazza in volto. Non pensavo di riuscire ad essere così diretta con qualcuno, tanto meno con Mya.
Fece un sorriso a mezza bocca e si allentò leggermente la canotta bianca già troppo larga, la quale lasciava intravedere il reggiseno nero.
Distolsi immediatamente lo sguardo.
«No, ma ho il suo numero e posso chiamarla quando voglio. "Oh, signora! Ally si è sentita male, l'hanno costretta a bere e adesso sta vomitando l'anima in bagno! La prego, venga a prenderla!"», la imitò un'altra volta talmente alla perfezione che per un attimo ebbi il timore che fosse alla sue spalle e che lei stesse solo muovendo le labbra in playback, «e per te la festa terminerebbe qui».
Mi faresti solo un favore, pensai.
«Nemmeno mi piace l'alcol, volevo soltanto prenderne un sorso! Sei una stronza!».
Spalancai gli occhi.
Cazzo.
Glielo avevo detto sul serio, che era una stronza?
Scoppiò a ridere. Menomale, l'aveva presa bene... Mi ero risparmiata un ceffone.
«Mi hanno chiamata in modi peggiori, Nana».
Scossi la testa e lei riempì il bicchiere che avevo preso per me con l'alcol della vaschetta, bevendolo pian piano.
L'osservai mentre guardava il contenuto distrattamente e con una mano muoveva una leva del mixer; bevve metà del drink tutto d'un fiato e strizzò gli occhi, facendo schioccare poi le labbra e sistemandosi i capelli per bene.
Fischiò ma la udii appena.
Inserì un altro cd nel mixer.
«Era forte?».
«E' più da "bevo per dimenticare". O, se preferisci, da "spero di dimenticarmi anche chi sono e di scoparmi il primo che mi capita a tiro"».
La guardai confusa.
Era umanamente possibile che una ragazza come Mya, che all'apparenza sembrava tutt'altro che una sentimentale, avesse avuto una storia alle spalle da poco conclusa e che volesse berci sopra per non pensare troppo al proprio cuore infranto?
Qualcuno mi tirò per la felpa, facendomi caracollare giù dallo sgabello e trascinandomi in mezzo alla pista in men che non si dica.
Per un attimo pensai ad Eric, ma lui non avrebbe mai avuto il coraggio di fare una cosa del genere; sollevai lo sguardo e mi ritrovai di fronte niente poco di meno che Scarlett Manson.
Fu come se una pioggia di interrogativi dalla punta affilata avessero preso a beccarmi i capelli tutti insieme.
Quella ragazza era nuova, non mi era sembrata affatto amichevole con me quel giorno, era scomparsa prima dell'intervallo e ricompariva solo in quel momento per fare che, poi? Per trascinarmi in pista?
Si mosse intorno a me, facendo ondeggiare i lunghi capelli. Non indossava tacchi, portava dei grossi anfibi neri che conferivano alle sue gambe già snelle un aspetto ancor più longilineo; indossava una semplice felpa rossa di tre taglie in più rispetto alla sua che arrivava a coprirle il sedere, e dei collant neri bucati.
«Oggi non ho avuto il piacere di conoscerti!», mi urlò, sovrastando la musica. La guardai perplessa: perché era improvvisamente così amichevole?

STAI LEGGENDO
Give me your hands and save me
RomansaAlly era un uccellino chiuso in gabbia che sbatteva le ali frenetico, smanioso di uscir fuori e godersi i raggi del sole e l'aria fresca sulle piume. Avrebbe tanto voluto possedere le chiavi della sua gabbia, ma nessuno, tranne sua madre, le aveva i...