«Prego, signorina Atson, firmi pure qui sopra e qui sotto. Metta una firma anche quì e in questa pagina, grazie».
Afferrai la penna con decisione e scarabocchiai il mio nome con una pessima grafia dove mi era stato indicato, e poi al centro e alla fine della seconda pagina del contratto d'affitto del mio nuovo appartamento. La donna dell'agenzia immobiliare che avevo di fronte era sulla cinquantina, molto più bassa di me, imbottigliata dentro una gonna cachi come un salame, e aveva un sorriso soddisfatto sulle labbra di chi sa di essersi guadagnato un bonus a fine mese per aver affittato un'altra abitazione.
«L'appartamento adesso è tutto suo», m'indicò con un gesto plateale lo spazio intorno a noi, mi protese una mano ed io la strinsi, poi si diresse a passi sicuri verso la porta d'entrata ed io la seguii.
«Se ci dovessero essere problemi con l'immobile non esiti a chiamarmi, signorina Atson. Ha il mio numero e quello dell'agenzia. A risentirla, dunque!», esclamò.
Mi limitai a sorriderle.
«Buona giornata, arrivederci».
Chiusi lentamente la porta dell'appartamento, presi una boccata d'aria e sospirai.
L'unico rumore era prodotto dal mio battito cardiaco: finora la clausola che indicava il quartiere come il più silenzioso di Boston aderiva perfettamente al riscontro reale che stavo avendo e, in tutta sincerità, speravo che continuasse ad essere così. Attraversai il locale e diedi un'altra occhiata alla dimora: una cucina spaziosa, una grande camera da letto, un piccolo giardino, un bagno e una stanzetta di servizio.
Se chiudevo gli occhi e mi concentravo riuscivo ad udire il flebile rumore di auto in lontananza che attraversavano la statale.
Era perfetto per me, un piccolo appartamento silenzioso grande abbastanza per una persona e piccolo il necessario per non farmi sentire un pesce disperso nell'oceano.
Sfilai maglia e canottiera, abbandonandole in un angolo del bagno, tirai via i jeans ed osservai la mia immagine riflessa nello specchio incastrato al muro.
Quello poteva davvero essere il culmine del nuovo inizio che da tre mesi a quella parte stavo tentando di costruire, se solo lei non fosse comparsa magicamente di nuovo nella mia vita.
Osservai la piccola cicatrice che mi segnava la spalla destra: Ally aveva ragione quando diceva che i mostri vanno affrontati, scappare purtroppo non serviva perché ovunque mi trovassi c'era sempre qualcosa che mi riconduceva tra le braccia dei miei scheletri personali, dritta dentro l'armadio.
Sospirai, tornai in corridoio ed afferrai la valigia, tirando fuori una tuta comoda, shampoo, bagnoschiuma e dell'intimo, poi ritornai in bagno e mi spogliai completamente, regolando l'acqua della doccia ed infilandomici dentro.
Mille pensieri mi invasero la mente come ogni volta che provavo a rilassarmi sotto il getto dell'acqua: mentre per la gente normale fare la doccia era un momento di totale relax, per me era quasi snervante perché era il lasso di tempo in cui tutti i nodi venivano al pettine, il momento in cui me ne restavo sola coi miei pensieri armati di spade che provavano ad infilzarmi.«Dai, tesoro! Non è niente, è solo un'altra ragazza, possiamo farlo in tre se ti va, divertirci un po', che ne dici? Non abbiamo mai provato, potrebbe essere divertente!».
«Sei ubriaca fradicia... perché mi stai facendo questo? Perché mi hai tradita?!».
«Calmati, non urlare! Consolare una povera ragazza non mi sembra un atto illecito punibile con la galera, non ti pare? Dai, non fare la guastafeste, togliti quelle mutandine e vieni qui, sei molto più sexy nuda...».
Poggiai la fronte contro il diffusore, lasciando che l'acqua mi scivolasse sulla testa, tra i capelli, sulla schiena. Afferrai il contenitore col bagnoschiuma e cominciai ad insaponarmi, cercando di pensare a tutt'altro.
Alle tre arrivava il camion dei traslochi con la mia camera dentro, completa di tv e scrivania. Fortunatamente l'appartamento possedeva dei pezzi d'arredamento per la cucina e per il bagno, altrimenti sarei stata costretta a mangiare al fast-food ogni giorno finché non avrei avuto i soldi necessari per una cucina nuova.
Considerando il fatto che ero passata dal non avere una casa ad abitare in una camera comune insieme ad altri universitari fino ad ottenere un nuovo appartamento tutto per me, la possibilità di riuscire a comprare dei pezzi di mobilio nuovi non mi sembrava poi così remota, ma non potevo prevedere il futuro e per quelle come me era sempre meglio pensare negativamente.
Mi sciacquai e mi insaponai i capelli.
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Give me your hands and save me
Roman d'amourAlly era un uccellino chiuso in gabbia che sbatteva le ali frenetico, smanioso di uscir fuori e godersi i raggi del sole e l'aria fresca sulle piume. Avrebbe tanto voluto possedere le chiavi della sua gabbia, ma nessuno, tranne sua madre, le aveva i...