Capitolo tre

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Appoggiandosi al davanzale della finestra della cucina con il fianco coperto da una maglia leggera di colore nero, guardò fuori il piccolo viale alberato che costeggiava la strada sottostante che serviva la sua abitazione e quella di molta altra gente che a differenza sua, a quell'ora della notte era assopita nei propri letti. Era tutto così silenzioso che si domandò distrattamente cosa lo tenesse sveglio alle quattro e trenta del mattino.
Cacciò fuori l'ennesima boccata di fumo e rimase a guardarne la scia bluastra salire evanescente e leggera, rapita dalla brezza di quella notte; cominciava ad avere freddo senza sentire, però, il bisogno di coprirsi.
Sasuke non era una persona che si era mai regalato troppe ore di sonno, dormiva sempre molto poco, giusto qualche ora a notte e tanto bastava per permettergli di vivere le giornate al meglio delle sue capacità.
Si ritrovò a elencare mentalmente gli impegni dell'indomani, la fortuna aveva voluto che il giorno dopo la prima lezione universitaria sarebbe iniziata intorno alle dieci del mattino, in questo modo avrebbe avuto il tempo necessario per fare una corsa veloce al parco limitrofo alla sua abitazione.

-Haruno Sakura-
Quando pronunciò il suo nome, con un movimento lento e quotidiano, schiacciò il mozzicone di sigaretta nel posacenere che si trovava vicino; le dava ancora le spalle e quando come risposta ricevette un sussulto sorpreso, sollevò debolmente un angolo della bocca.
Non si aspettava di incontrarlo in cucina, in un luogo comune a entrambi – ne era quasi certo – , o sarebbe stata più silenziosa. Probabilmente non si aspettava neanche che l'avesse percepita, nascosta appena dietro il battente della porta della cucina. Il pavimento in quel punto presentava dei leggeri salti di quota a causa della vetustà dell'appartamento e scricchiolava sotto il peso del corpo di una persona adulta, ma lei non poteva saperlo.
Non poteva sapere neanche che i sensi di Sasuke erano programmati per lavorare in sinergia con il suo cervello e ogni rumore o sguardo erano molto di più che un dettaglio trascurabile.
-Se questa è davvero anche casa tua, non hai alcun motivo di nasconderti come un ladro- quando si voltò a guardarla, la sorprese immobile con lo sguardo perso verso la sua direzione, in evidente difficoltà, con la mano ancorata allo stipite della porta. Incrociò le braccia al petto e sistemandosi meglio contro il muro, si ritrovò ad attendere un suo movimento; aveva scelto con cura le parole da pronunciare non aveva mentito quando il giorno prima l'aveva messa al corrente del fatto che non era sua intenzione avere altre persone in giro per quella casa.
La vide sorridere con evidente timidezza, per poi abbassare lo sguardo a terra, interrompendo quello scambio impari di sguardi.
Il volto di Sasuke rimase impassibile mentre con gli occhi la analizzava, li strinse appena quando cominciò a parlare.
-Pensavo che il proprietario ti avrebbe contattato per tempo della mia venuta...- , la vide alzare lo sguardo verso la sua direzione, dal suo posto, quella ragazza sembrava un'ombra scura, rischiarata appena dalla luce fioca che entrava dalla finestra posta alla spalle di Sasuke, i suoi capelli erano l'unico punto di colore che riusciva a scorgere in quella scena, -...mi dispiace per-
-Ti dispiace?- la interruppe non avendo alcuna voglia di sentire le parole che da lì a poco avrebbe potuto pronunciare. L'aveva inquadrata subito il giorno prima quando, rincasando dall'università, l'aveva sorpresa nel suo appartamento. Quella timidezza che si portava dietro stonava leggermente con il suo volto, era una bella ragazza, con un colore eccentrico di capelli, non sembrava affatto potesse avere paura di passare inosservata.
Bloccò le sue parole con un accenno di sarcasmo per un motivo preciso: gli avrebbe chiesto scusa del disturbo arrecato con la sua presenza e la cosa lo stava irritando.
Lei non rispose e lui non se ne stupì.
La superò non prima di indugiare qualche breve istante una volta arrivato al suo fianco; senza che lei se ne potesse accorgere, Sasuke fece ruotare la lingua contro la parete della guancia con fare divertito quando si rese conto di aver sbagliato alcune delle sue supposizioni. Quella ragazza aveva addosso un profumo che qualche ora prima non aveva. Quando era rincasata dopo il lavoro, l'odore di fumo che notoriamente il "34" portava con sé le impregnava la pelle e i vestiti ma era comunque riuscito a scorgere la scia di un profumo artefatto, commerciale, mentre in quel momento sentiva distintamente un dolce aroma floreale, tenue ma c'era. E i suoi capelli, di un anomalo color pastello, anche loro gli dicevano qualcosa di fondamentale: erano troppo in ordine per essersi svegliata nel cuore della notte con la scusa di prendere un bicchiere d'acqua. Le ricadevano placidi lungo le spalle, lisci, perfettamente ordinati.
Lei lo aveva sentito eccome.
La guardò per un attimo, facendo scorrere gli occhi sul suo volto, indugiando su quelle labbra serrate, scosse appena da un leggero tremore: sentiva il suo respiro, le pupille dilatate, un leggero rossore cominciò a tingerle le gote.
E lui aveva capito.
-Erano belle... le canzoni-
Quando gli rivolse quelle parole, Sasuke aveva già intrapreso la via che l'avrebbe portato nella sua stanza, ubicata in fondo al lungo corridoio di quella vecchia casa. Si fermò sulla soglia del disimpegno per qualche istante pensando che sì, Eric Clapton aveva scritto dei pezzi davvero validi ma che per qualche strana ragione a Sakura Haruno erano sfuggiti fino a quel momento.
Non le rispose, né si voltò a guardarla.
Decise solo che era arrivato il momento di riposare, il giorno dopo si sarebbe interrogato sul perché quella sua lacuna relativa al panorama musicale mondiale gli aveva quasi strappato un sorriso.



Quel giorno aveva dormito fino a tardi.
Con la mente impastata di sonno e pensieri, chiudere gli occhi e lasciarsi cullare dal sonno era stato fin troppo semplice.
Dopo l'incontro con il nuovo coinquilino in cucina e il suo successivo allontanamento, aveva messo piede nella sua stanza solo quando le prime luci dell'alba avevano cominciato a filtrare oltre le tapparelle delle finestre consunte di quella casa. Non era stata capace di muoversi dalla cucina con facilità e aveva passato il tempo sorseggiando la prima bevanda calda che aveva trovato nella povera dispensa di quell'appartamento. Una camomilla prossima alla data di scadenza di una marca a lei sconosciuta.
Non sapeva cosa l'avesse spinta a scendere dal letto a quell'ora della notte, forse quei leggeri fruscii che aveva sentito provenire dalla zona giorno l'avevano allontanata dal sonno, o forse era stato il pensiero che a produrre quei suoni fosse il suo nuovo coinquilino.
Dopo quel loro breve incontro poche ore prima, schiacciata dalla sua presenza contro il portone di ingresso, aveva sentito qualcosa di caldo insinuarsi dentro di sé. Era una sensazione che aveva represso per tanto tempo, o per meglio dire, che non era stata capace di provare più per lunghi anni.
Quel ragazzo – Sasuke Uchiha – era bello, era innegabile, ma non era solo quello. I capelli scuri in forte contrasto con il viso chiaro, gli occhi taglienti di un nero profondo, sembrava l'avesse disegnato una mano esperta, ma non era solo quello. Ma non riusciva a capire cos'altro ci fosse né era certa di volersi interrogare ulteriormente.
Quella notte, sdraiata a letto, riscaldata appena da una coperta leggera, si era resa conto che oltre ai soliti pensieri che di solito albergavano la sua mente, un posto era riservato a lui. Era appena trascorsa un'ora da quando si era chiusa in camera, ma erano bastati pochi minuti e i suoi pensieri si erano riflessi nei suoi movimenti quando prima di uscire da lì l'avevano portata a indugiare davanti al piccolo specchio che arredava una delle pareti della stanza. Si era sistemata i capelli leggermente arruffati a causa della fodera del cuscino e si era diretta verso la zona giorno dell'appartamento, lì dove aveva sentito i deboli movimenti del suo coinquilino.
Si era premurata di salire fino all'orlo la zip della giacca che la copriva. Aveva allontanato i ricordi che puntualmente riaffioravano alla vista del riflesso del suo petto deturpato, nascondendo quel livido perché quella sera voleva di nuovo sentire quel calore piacevole che aveva provato qualche ora prima senza avere la paura di mostrarsi troppo.


Si era svegliata con un leggero mal di testa e la sensazione di aver dormito troppo poco. Con convinzione si ritrovò ad allontanare i pensieri che l'avevano accompagnata dal suo risveglio fino a quel momento, non voleva perdere tempo.
Era fin troppo tardi, l'orologio da polso abbandonato sul piccolo comodino le comunicava che erano passate da molto le tre del pomeriggio e il suo turno al "34" iniziava alle otto e trenta precise. Di quella mezza giornata le era rimasto giusto il tempo di mettere qualcosa sotto i denti, sistemare le ultime cose rimaste nella valigia che aveva portato con sé dal suo trasferimento e dirigersi al pub.
Quando mise un piede fuori dalla stanza, si ritrovò a tendere al massimo l'udito in modo da poter captare anche solo un minimo rumore della possibile presenza del ragazzo nell'appartamento. Non capì a fondo il motivo del rifiuto che sentiva in quel momento al pensiero di incontrarlo in giro per casa e con un moto di imbarazzo misto a una sensazione non poi così sgradevole, si sentì di darsi della sciocca al pensiero che poche ore prima era quasi andata a cercarlo.

Dopo secondi di assoluto silenzio si convinse del fatto di essere rimasta sola e stranamente sollevata da ciò, percorse i metri che la separavano dalla cucina a passo sicuro.
Non sentiva di sbagliarsi se credeva che non avrebbero potuto legare, però l'eventualità di condividere civilmente quell'appartamento fino a quando le sarebbe stato utile, era una cosa che la rasserenava. Era importante per lei potersi sentire al sicuro in quella casa.
E poi la sua mente scivolò distrattamente verso il ricordo della notte precedente, quando Sasuke prima di lasciarla sola sulla soglia della cucina, si era fermato al suo fianco quanto bastava per farle notare che i suoi occhi scuri erano scivolati sulle sue labbra.
Sollevando appena il mento, avvolta dal buio della notte, si era permessa di guardarlo dritto negli occhi. Ed erano neri.
Scosse debolmente la testa sentendo nelle guance un calore scomodo, e allontanando quei pensieri, decise di concentrarsi su un qualcosa che fino a quel momento aveva rimandato.

Si legò i capelli e prese posto sul pavimento della nuova camera da letto, non riuscendo a sentirsi comoda in nessun'altra posizione. Per quanto lo avesse pensato e immaginato, specie nei momenti peggiori di quella relazione tossica, non aveva mai preso seriamente in considerazione di scappare via da lì, da quella città e da lui, – la paura era tanta, molto di più del coraggio – per questo motivo, aprendo lo scomparto della valigia che aveva con sé, si ritrovò a sospirare amaramente. Aveva lasciato la metà dei suoi beni indietro, nella sua vecchia vita.
Qualche vestito, pochi pezzi di bigiotteria frutto di qualche regalo sparso tra compleanni e Natali, alcuni dei suoi libri preferiti e una serie di fotografie. Le dita indugiarono su alcune di esse.
Visi tranquilli, distesi e sereni caratterizzavano quegli scatti. Non ricordava nulla della sua infanzia, ma quelle quattro fotografie le avevano sempre comunicato quanto suo padre l'amasse e, al contrario, quanto sua madre non fosse mai stata presente per loro.
Di lei le era rimasta qualche diapositiva passata e un ricordo sbiadito, i capelli chiari, gli occhi nocciola e una personalità fredda. Non aveva sentito la sua mancanza quando era andata via, né l'aveva mai provata in vita sua, nella sua giovane età il suo punto di riferimento era sempre stato suo padre. Le era sempre venuto naturale, durante il corso del tempo, sentirlo come unico genitore. Le bastava, lui era sempre stato bravo a fare in modo che bastasse.
Konoha non era la seconda città che la accoglieva mentre tra le braccia stringeva poco più che qualche speranza; seduta con la schiena contro lo scheletro del letto aveva realizzato che, quando era poco più che bambina, suo padre l'aveva portata via dopo il fallimento del suo matrimonio. Sorrise amaramente mentre cominciava a sentire un nodo spesso al centro della gola; capì in quel momento perché aveva preso la decisione di scappare via da quella città, era stata l'influenza sopita di suo padre.
Lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare da un'altra parte, anni fa, con lui aveva funzionato.
Forse avrebbe funzionato anche per lei, si trovò a sperare non senza sentire un calore languido e tuttavia scomodo dietro la nuca.
Ingoiò a vuoto un paio di volte continuando a osservare le fotografie che aveva deciso di portare con sé.
Una tra le più recenti, nonché la sua preferita, le ricordava il suo sedicesimo compleanno. Il viso ancora da bambina, il corpo un po' acerbo, un grande sorriso e affianco a lei un padre che già mostrava i primi segni di una malattia che da lì a poco lo avrebbe portato via da lei. Quella foto la odiava e la amava allo stesso tempo, provava gioia e un fitto dolore al petto ogni volta che incrociava i suoi occhi. Riusciva sempre a sentirsi trasportata in quel fotogramma in particolare, anche in quel momento che di anni ne aveva ventisette; avrebbe voluto riabbracciarlo.
Se solo avesse saputo che per lui il tempo stava per scadere, avrebbe fatto di tutto per fermarlo.
Bloccarlo, così come in una fotografia.

Riponendo quei ricordi sopra la scrivania e asciugandosi una lacrima piccola e delicata scivolata sulla guancia, si era voltata ed era uscita da quella stanza chiudendosi la porta alle spalle. Aveva lasciato indietro anche i dolori del passato in quel momento e, appoggiandosi al legno, aveva sospirato sentendosi un po' più leggera. Forse quello era l'unico ricordo doloroso del quale non era disposta a sbarazzarsi.


Le ore erano trascorse così velocemente che neanche aveva avuto il tempo di realizzare di essere già di turno al "34". Era felice di quell'incedere rapido dei minuti, se avesse portato pazienza si sarebbe trovata sotto le coperte in un battito di ciglia, chiudendo così quella giornata che oltre a essere risultata inconcludente, l'aveva costretta a ripercorrere parte di un passato che non era ancora sicura di come la facesse sentire.
Dopo qualche ora dentro quelle mura, aveva cominciato a sentire gli occhi pesanti anche a causa delle luci soffuse e del fumo che circolava in quelle stanze.
Hidan, una volta preso il grembiule in mano, si era raccomandato affinché rimanesse concentrata e sorridente per tutto il turno e lei, che di sorrisi ne dispensava pochi per natura, aveva trovato quel secondo giorno di lavoro molto più faticoso del precedente.
Era lunedì, l'inizio di una nuova settimana e i clienti erano stati radi ma impegnativi. Nonostante il poco flusso di gente, la stanchezza che aveva cominciato a sentire non aveva eguali ed era convinta che la causa fosse stata la mancanza di adrenalina che la sera precedente aveva attraversato il suo corpo.
Durante tutto il turno, nei momenti morti, le era capitato di far scivolare gli occhi sul piccolo palco in legno sopra il quale, il giorno prima, Sasuke aveva suonato. La musica, questa volta sparata a volume altissimo dall'impianto in filodiffusione, era molto diversa da quella suonata dal ragazzo.

Dopo aver finito di servire quello che sarebbe stato l'ultimo giro prima della chiusura del locale, pochi minuti all'una di notte, Sakura si appartò lì dove la sera prima, – lo ricordava bene – per un caso fortuito aveva intravisto Sasuke, nella parte nascosta della saletta secondaria di quel pub. Era un vano umido e buio dove l'odore di legno marcio era quasi insopportabile, inoltre la tenda che ne mascherava l'apertura, era carica di polvere che le si depositò sulle dita.
Appoggiandosi ad un bancone di fortuna, pieno di plichi e scatoloni inutilizzabili, si sciolse i capelli con uno movimento stanco, legati dall'inizio del turno in una coda, e li ravvivò chiudendo gli occhi. Cominciava a venirle un accenno di emicrania.
Era stanca, se si fosse sentita abbastanza al sicuro avrebbe poggiato la testa sulle braccia e avrebbe dormito sopra il legno scuro di quel mobile vecchio. Lo avrebbe fatto davvero.
Le venne spontaneo fare il paragone con la sua vecchia vita in quel frangente, a quell'ora di notte la Sakura di qualche giorno prima si sarebbe ritrovata a dormire nel suo solito letto matrimoniale, stesa affianco a Tai che le riscaldava il corpo in un modo che aveva cominciato a odiare da tempo.
Si passò una mano sul viso abbandonando l'idea di riposarsi, avrebbe finito di sistemare la sala e sperando di non rompere alcun bicchiere e avrebbe archiviato quel secondo giorno lavorativo.

Quando riaprì gli occhi, non riuscì a trattenere il sussulto che l'aveva scossa nel ritrovare Sasuke a pochi passi da sé; si impose di calmarsi trovando quella sua stessa reazione eccessiva, chiedendosi da quanto tempo la stesse osservando con quello sguardo che le risultava indecifrabile.
-Mi sono spaventata- gli sorrise ostentando una leggerezza che non sentiva sua. Rimase immobile a fissarlo senza rendersene pienamente conto quando con pochi passi, si vide raggiungere. Non aveva staccato gli occhi da lei e, dal canto suo, Sakura non era stata capace di abbassare lo sguardo. Sembrava l'avesse intrappolata in una morsa ferrea.
-Non mordo- le disse soltanto. Il tono della sua voce la colpì, sembrava fosse la prima volta che ne udiva il suono e quando si sentì sfiorare un fianco, rinsavì rendendosi conto di avere lo sguardo fisso sulle sue labbra.
Quel contatto inaspettato la portò a irrigidirsi ma prima che potesse ritrarsi – quanto tempo le sarebbe servito per avere una reazione? – vide la mano del ragazzo sfilarle dalla tasca del grembiule il blocco delle ordinazioni.
Lo sguardo che le donò l'attimo successivo fu lungo e intenso, come se avesse voluto squadrare la sua reazione a quel gesto, dopo di che, pose la sua attenzione sul foglio cominciando a scrivere su di esso.
Quando glielo consegnò l'attimo successivo la sua espressione era cambiata, era in qualche modo più seria e non ne capì il motivo. Nell'accettare carta e penna, Sakura notò un leggero fremito delle proprie dita, ma provò a dissimulare imbarazzo e tensione schiarendosi la voce. Non si rese conto che aveva ripreso a fissargli le labbra e poi di nuovo gli occhi.
Non mordeva, lo poteva anche accettare, ma fino a quel momento non poteva dire che fosse coerente con le prime parole che le aveva rivolto.

Prima che potesse dire qualcosa per interrompere quel silenzio instaurato tra di loro, Sasuke girò i tacchi con un movimento fluido e andò via, senza dire alcuna parola per congedarsi.
Solo dopo qualche secondo di contemplazione della tenda scura che con pesantezza ritornava al suo posto dopo essere stata spostata dalle mani di Sasuke, Sakura era stata capace di leggere ciò che le aveva scritto. Un misto di incompletezza e sollievo la pervase quando su quel foglio vi era una semplice ordinazione di tre birre.


Dopo le lezioni universitarie, che si erano protratte fino al tardo pomeriggio, Sasuke aveva deciso di chiudersi il portone di casa alle spalle, lasciando dietro di sé un crepuscolo morente.
Quel giorno all'università si era annoiato.
Il silenzio del suo appartamento lo aveva accolto e con movimenti dettati dal quotidiano aveva riposto la giacca di pelle e il casco della moto ai loro soliti posti. Dirigendosi in cucina e aprendo la finestra che gli forniva il solito affaccio familiare, aveva fumato una sigaretta non sentendo i morsi della fame.
Quel momento che si regalava ogni giorno, più di una volta al giorno, gli portava sempre alla mente quando, a casa dei suoi genitori, suo padre lo aveva colto in flagrante con una sigaretta tra le labbra, chiuso dentro uno dei bagni della loro abitazione. Quella cosa, a Fugaku, non gli era piaciuta affatto.
E Sasuke ne era contento.

La chiamata di Naruto poco dopo le undici della sera lo aveva colto con la spalla poggiata contro lo stipite della porta della camera della nuova inquilina, immobile ad osservare tutto ciò che quella posizione gli concedeva. Certo del fatto che lei fosse al pub di Hidan, Sasuke non si era fatto scrupoli ad aprire la porta di quella stanza. Gli occhi erano passati su diversi elementi a sua disposizione, la valigia ancora aperta abbandonata con noncuranza sul pavimento lasciava in bella mostra qualche indumento ben ripiegato, – "non ha fatto in tempo a sistemarli nell'armadio?" –, i libri sull'unica mensola posta sulla scrivania scarna riportavano titoli e autori che non conosceva, alcune foto, di cui tre incorniciate e le altre sparse senza un ordine apparente, – "tre sole cornici e una decina di foto, perché?" –, e mentre sentiva il tono via via sempre più alterato dell'amico per la sua poca partecipazione a quella telefonata, gli occhi gli erano caduti sul comodino. Su di esso vi era un telefono.
Mentre rispondeva a Naruto, con un tono di voce più scontroso del suo, la mente di Sasuke si era allontanata per un attimo trovando strano quel particolare.

Era stato Kiba a insistere perché andassero a quell'ora di notte al "34".
Dal canto suo, non aveva posto una resistenza degna di essere chiamata tale, per cui ritrovarsi seduto al solito tavolo che occupavano regolarmente non era una cosa che lo aveva toccato. Era certo che Hidan non fosse contento di averli lì a quell'ora, così pericolosamente vicina a quella di chiusura, e si era stupito quando dopo essersi accomodati non aveva visto nessuna testa rosa a sistemare la sala.
Quando l'aveva sorpresa a riposare nel deposito in cui di solito accordava la chitarra prima di esibirsi, era rimasto a guardarla con insistenza associando quella figura a ciò che aveva appreso di lei fino a quel momento. Sasuke era una persona che per natura si poneva molte domande, forse era una deformazione professionale.



-Scommettiamo che entro una settimana me la faccio?-

Era certo che il motivo della sua insistenza quella sera fosse la nuova cameriera di Hidan, non conosceva da molto tempo quel ragazzo dai capelli castani, era Naruto a ostinarsi di coinvolgerlo in quei frangenti, ma alcuni atteggiamenti erano universali. Prese una sigaretta tra le labbra a quelle parole ed evitò di dire ciò che pochi istanti dopo Naruto espresse ad alta voce.
-Non è alla tua portata- scoppiando a ridere sguaiatamente, l'amico gli assestò una pacca energica sulla spalla.
-Non puoi saperlo, le mie ragazze non si sono mai lamentate- la risposta del ragazzo preso in causa non si fece attendere e con un brusco movimento della spalla si levò le mani di Naruto di dosso.
Kiba non gli piaceva affatto. Il fumo di sigaretta aveva cominciato ad aleggiare cauto su loro tre.
-Che tu sappia- con il volto verso il bancone, Sasuke aspirò l'ennesima boccata di nicotina, era una fortuna che Hidan permetteva che si fumasse lì dentro. Quella supposizione gli uscì spontanea, mettere in dubbio le parole o le azioni delle persone era una cosa quasi obbligata, gli permetteva di andare oltre.
Niente era mai come si mostrava.
-La conosci?- quando Naruto gli pose quella domanda lo guardò nascondendo l'irritazione al pensiero di avergli dimostrato qualcosa con il suo atteggiamento.
-Non particolarmente- gli rispose senza attendere, dicendo la verità. Il tono che usò scivolò insospettato alle orecchie di Kiba, ma era certo che a Naruto quella sua inflessione non fosse scappata. Fece finta di non rendersi conto che l'altro non aveva spostato gli occhi azzurri dalla sua espressione neanche per un istante.
Si conoscevano da troppo tempo, lui e Naruto.
-Io credo proprio che riuscirei a farmela invece- Kiba si inserì in quel momento riservato, continuando a squadrare l'esile figura di quella ragazza mentre, con il passo meno sicuro di una cameriera navigata, si avvicinava al loro tavolo con la loro ordinazione.
-Buonasera, la vostra ordinazione...- la vide sistemare i boccali di birra sul tavolo senza focalizzare lo sguardo su nessuno di loro in particolare per poi indugiare sul posto qualche secondo in più prima di continuare a parlare.
-Mi ha detto Hidan di riferirvi che vi dà dieci minuti per finire e andare via-
A quelle parole sia Naruto che Kiba presero a ridere sguaiatamente gridando contro il proprietario del locale che di contro, dal bancone all'ingresso, rispondeva con il dito medio alzato e un sorriso sghembo sulle labbra. Sasuke non rise, troppo impegnato a osservare il viso di Sakura che ad ogni urlo da parte dei ragazzi, sussultava stringendosi nelle spalle; sorrideva appena. Lasciò correre controllando il telefono che, dentro la tasca dei pantaloni scuri, aveva preso a suonare. Un messaggio gli fece sollevare un sopracciglio, – "vieni da me?" – , e controllando l'ora del telefono, pensò che poteva andare bene.

Quando mise da parte il cellulare era pronto ad allontanarsi da lì, i battibecchi amichevoli tra Naruto, Kiba e il proprietario del pub non erano cessati. In quei momenti di confusione, la sorprese a guardarlo per poi abbassare lo sguardo l'attimo successivo, le guance le si tinsero di rosso violentemente.


Kiba non ci avrebbe provato perché Sasuke le aveva già messo gli occhi addosso.





Aggiornamento del 11/05/2024

In questo capitolo si cominciano a vedere alcuni leggeri cambiamenti con la vecchia storia, ho inserito un background più articolato per i protagonisti. 

Grazie delle letture, passate, presenti e future!

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