Capitolo 14 - False speranze

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Capitolo 14 - False speranze

P.O.V. Fabrizio

Tornai nella mia stanza quasi correndo e al mio arrivo chiusi, forse troppo violentemente, la porta alle mie spalle. Sbattei le mani sulla scrivania e i documenti che si trovavano li sopra caddero, frusciando, a terra. Scossi la testa violentemente e misi le mani tra i capelli, cercando di razionalizzare il mio attacco di ira e, inevitabilmente, panico. Mi sedetti sul letto, cercando di metabolizzare quanto mi aveva detto mio padre: sarei dovuto andare in territorio nemico con il neo eletto Dittatore per cercare di indebolire il Cartaginese Annibale (1*), che già una volta aveva sconfitto i romani nella battaglia campale.

Il motivo della mia disperazione era scontato quanto comprensibile: per mesi e mesi, forse anni, sarei dovuto rimanere lontano dalla mia Aurora. Sebbene capissi perfettamente che non sarebbe mai statamia e che non avrei mai potuto arrogarmi alcun diritto su di lei, sapere che oltre al fatto che mi veniva preclusa la facoltà di vederla, mi veniva anche imposto di rimanerle lontano, con la possibilità che forse, non l'avrei rivista mai più, mi faceva sentire impotente e angosciato. Chi avrebbe difeso quella fragile creatura durante la mia assenza? Chi avrebbe vegliato su di lei e l'avrebbe protetta quando si metteva in situazioni più grandi di lei? Tutte queste domande mi fecero dolere la testa e fu a quel punto che, rassegnato, capii che lasciandola andare avevo fatto la cosa giusta: quell'ennesimo episodio l'avrebbe fatta soffrire e non potevo vivere sapendo di essere io la causa del suo male.

Dovevo smetterla di elaborare quel genere di pensieri poiché non avevo vie di scampo: nonostante molti miei commilitoni, per sfuggire alle battaglie e restare con la propria famiglia avessero disertato,io non avrei mai fatto ciò poichèil senso del dovere e del sacrificio, venivano anteposti ad ogni mio desiderio personale: avrei accettato la punizione inflitta da mio padre senza repliche, come Generale romano non avrei mai rifiutato di aiutare la mia patria e i miei compatrioti.L'unico pensiero che in minima parte riusciva a consolarmi era che, difendendo la patria, in qualche modo avrei difeso anche lei e che anzi, se fossi morto, Aurora non avrebbe più potuto pensare a me e avrebbe avuto una vita normale. Scacciai dalla mente quel pensiero: non mi sarei di certo fatto uccidere in battagliapoichè la mia patria e la mia famiglia avevano bisogno di me e il pensiero di non rivedere mai più la mia dolce fanciulla, era più atroce di quanto lo sarebbe stato sapere che soffriva per i sentimenti che provava per me. Decisi: sarei andato a combattere, come sempre avevo fatto nella mia vita e come avrei dovuto fare per ancora molto tempo e poi sarei tornato da lei, con il solo desiderio di guardarla da lontano e di proteggerla senza che se ne accorgesse, ma con la consapevolezza che era vicino a me, quindi al sicuro.

Tre giorni dopo la terribile notizia ricevuta, fui chiamato in Senato per partecipare ad un'importante riunione a cui avrebbe partecipato il Dittatore e tutti coloro che avrebbero preso parte alla spedizione in Puglia, territorio nemico, per indebolire sempre di più le forze del Cartaginese Annibale.

Solo come non mai, mi sedetti sugli spalti del Senato (2*) vicino ad un gruppo di uomini che, come me, erano degli Equites (3*) e stetti ad ascoltare quanto veniva detto, pronto ad intervenire al dibattito.

I senatori erano seduti in semicerchio nel primo ordine di spalti davanti alla piattaforma dove si trovava in piedi il Dittatore, che iniziò a parlare, sicuro

-Cittadini di Roma- la sua voce era forte e chiara -sebbene il Senato abbia già una volta contestato la tattica da me adoperata, alla fine si è dimostrata la migliore e la più efficace: è per questo che gli illustrissimi Senatori, hanno deciso di conferirmi, dopo sette anni, per la seconda volta, la dittatura(4*). È per questo che oggi sono qui e desidero spiegare come ho intensione di agire nel il tempo avvenire contro i nostri nemici di sempre, i Cartaginesi- fece una pausa per assicurarsi che tutti lo stessero ascoltando: nella sala non si udiva nemmeno il ronzio delle mosche, l'attenzione di tutti era rivolta a quell'uomo che, nonostante la sua statura, era di una certa presenza. Il Dittatore era un uomo assai basso, sebbene fosse massiccio di corporatura, dai suoi occhi grandi marroni si notavano la sua conoscenza della tattica militare e la sua mente brillante;ora che ce lo avevo davanti comprendevo le ragioni che avevano spinto il senato a eleggere l'uomo dittatore per la seconda volta. Questi guardò ogni persona presente nella sala negli occhi, poi continuò:

Ex scintilla incendium oriri potestLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora