CAPITOLO 20 - TRADIMENTO

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CAPITOLO 20 – Tradimento

Sapevo che prima o poi avrei sentito quelle parole uscire dalla bocca del Senatore, ma mai avrei pensato che avrebbero potuto addolorarmi in quel modo. Da sempre avevo preparato me stessa a quell'evenienza: se Fabrizio si sarebbe dovuto sposare, io non avrei potuto fare nulla per impedirglielo, né avrei potuto adirarmi con lui per qualcosa che era obbligato a fare. Non avevo mai ammesso, tuttavia, che quel momento sarebbe arrivato così presto e così improvvisamente e sapere che a breve il mio Generale sarebbe stato il consorte di un'altra donna, mi distruggeva. Sentii una morsa che mi stringeva la gola e piano piano scendeva allo stomaco e al petto. Avrei desiderato andarmene da quella stanza per scomparire e non tornare mai più. Il mio sguardo cadde sullo scempio che avevo compiuto: un vassoio con cibo raffinato e costoso destinato alla cena ora si trovava a terra, insozzando il pavimento e lasciando un odore per nulla invitante nella sala. Vidi il viso del padre di Fabrizio diventare rosso vermiglio a causa dello sdegno e della rabbia, tuttavia non un suono uscì dalle sue labbra: sicuramente non voleva fare brutta figura davanti alle sue ospiti, passando come un uomo mal educato e scortese, che grida di fronte a delle matrone. (1*)

Si voltò di scatto, invece, verso le donne, che mi guardavano come se fossi un animale, schifate, con gli angoli delle labbra all'ingiù e disse:

-Signore, vogliate scusare la serva, sapete come me che queste giovani sono così sbadate ed impacciate...- il suo tono trasudava rabbia e risentimento. Mi sentii così umiliata, inoltre, dallo sguardo di disprezzo che mi lanciarono quelle due donne maligne, che non mi importò di dover pulire il disastro che avevo combinato. Disperata e trattenendo le lacrime, mi voltai e uscii dalla stanza senza proferire parola o accennare delle scuse, seguita a ruota da Attilia che aveva visto, sconvolta, la scena.

-Aurora! Aurora, aspetta!- chiamò la ragazza, preoccupata per la mia reazione. Io non la ascoltai, iniziando a correre per i corridoi della Villa per fuggire da lei e da chiunque altro. Prima che riuscissi a uscire dall'abitazione, purtroppo, Attilia mi raggiunse e, con il fiatone, mi prese per un braccio, trattenendomi:

-Aurora, ferma, aspetta, dove stai andando?- chiese premurosa. Di nuovo trattenni le lacrime e la guardai negli occhi:

-Attilia... se mi vuoi davvero bene, lasciami andare e pulisci tu quello che ho combinato io. Ricambierò il favore!- dopo aver detto questo e certa che Attilia mi avrebbe assecondata, sfuggii dalla presa della ragazza e uscii dalla porta, trovandomi per le strade buie di Roma. Iniziai a correre senza meta, non sapendo dove stessi andando, imboccai un vicolo, poi un altro, incurante del fatto che piano piano le persone che passavano mi guardavano attonite, insospettite e curiose. Mi addentrai infine in una stradina secondaria dove, accidentalmente, inciampai. Caddi a terra sbucciandomi le ginocchia e ferendomi le mani, tuttavia non ebbi la forza di alzarmi. Scoppiai a singhiozzare e rimasi li, tra la polvere della strada a piangere disperatamente, mentre la notte inghiottiva tutti i miei singhiozzi.

La notte era buia e piano piano le persone che trafficavano per le strade di Roma rientravano nelle proprie case, per ritemprarsi dopo le fatiche della giornata. Io ero riversa a terra, sulla polvere, continuando a piangere e senza muovermi, incurante del fatto che prima o poi sarei dovuta tornare alla Villa. In realtà volevo restare in quel luogo per sempre, immergermi nella terra e non tornare mai più indietro. Da quando mi trovavo in quella piccola stradina secondaria, le poche persone che l'avevano attraversata mi avevano guardato con compassione e curiosità. Nemmeno una donna si era fermata per accertarsi se avessi bisogno di qualcosa o chiedermi che cosa fosse capitato. Forse erano tutti troppo impegnati nelle proprie faccende, o più semplicemente, nessuno voleva immischiarsi in affari che non lo riguardavano: non era cosa comune, a Roma, incontrare una ragazza stessa a terra che piangeva, quale disonore sarebbe stato per lei e per la sua famiglia! Se davvero mi fosse importato qualcosa, in quel momento, dei costumi romani, non sarei mai rimasta in quel luogo, come oggetto di scherno dei passanti, orgogliosa come ero. Se inoltre il mio cervello avesse davvero funzionato, avrei evitato di restare sola, di notte in una strada così buia e sperduta. Non avevo paura che qualche malintenzionato potesse trovarmi o che qualche mercenario potesse rapirmi: che lo facessero pure, poiché ogni dolore sarebbe stato di certo più sopportabile che vedere Fabrizio tra le braccia di un'altra donna. Immaginai che, come aveva fatto molte volte da quando ci eravamo conosciuti, mi sarebbe venuto a cercare, mi avrebbe trovata e una volta fatto questo, mi avrebbe preso tra le sue braccia e cullato dolcemente, finchè non mi fossi calmata. Mi avrebbe stretto incessantemente ripetendomi fino allo sfinimento che nulla ci avrebbe mai potuto separare. I miei sogni venivano infranti man mano che il tempo scorreva e restavo sola, mentre una fitta pioggerellina iniziava a cadere dal cielo. Fabrizio non sarebbe mai venuto a cercarmi: di certo in quel momento stava cenando con le sue ospiti, conversava allegramente, mangiava e beveva mentre io ero li, disperata come non mai, a piangere per lui. Sentii la pioggia che scendeva inzupparmi i capelli e le vesti, mescolando la terra che mi si era attaccata al corpo all'acqua: sicuramente avrei preso un malanno, ma non mi importava. Con la schiena ormai a pezzi per la posizione sbagliata mi misi a sedere e cinsi le ginocchia con le braccia, appoggiandovi la testa. Nella mia mente rimbombava una frase, ripetutamente: non volevo tornare alla Villa. Non desideravo vedere Fabrizio tra le braccia di quella donna, né il loro fidanzamento, il loro matrimonio e i loro figli. Volevo soltanto scomparire: ma come potevo fare? Chiunque mi avrebbe riconosciuto come serva, visto che non avevo un posto dove andare o una famiglia. Il mio accento e i miei modi tradivano la mia provenienza... mi avrebbero riportato immediatamente alla casa del mio padrone. Se fossi fuggita davvero, vagando senza meta per le strade dell'Italia, sarei morta di fame. Pensai che forse mi sarebbe piaciuta più quella fine che passare una vita in compagnia di Fabrizio e di sua moglie. Non avrei mai dovuto credere alle promesse del Generale, che di certo erano tutte bugie: un uomo del suo rango non sposa un'ancella. Continuai a piangere silenziosamente mentre il mio corpo veniva scosso da brividi. Ad un tratto passò un uomo per quella strada, alto e ben vestito, di cui non riuscivo a distinguere il viso a causa dell'oscurità. Appoggiò una moneta a terra vicino a me, forse pensando che non avessi casa a causa della miseria, ma mentre lui stava per andarsene, in un eccesso di imprudenza e sfacciataggine, dissi:

Ex scintilla incendium oriri potestDove le storie prendono vita. Scoprilo ora