Entrata in cucina salutò Ester, in piedi davanti alla finestra. Tirò fuori dalla credenza la busta del pancarré, ne infilò due fette nel tostapane e si diresse verso il frigo. Afferrò il cartone del latte e il vasetto della marmellata, richiuse lo sportello e, solo allora, Serena si accorse dello sguardo dell'amica perso nella foschia mattutina.
Ester stringeva tra le mani un tazzina di caffè ancora intatto, sul viso un'espressione difficile da leggere.
«Bella Addormentata, sai che fine ha fatto la mia amica?»
Ester sobbalzò. «Ehi, Sere. Già in piedi?»
Serena appoggiò le spalle al muro e incrociò le braccia sul petto. «E' tutto okay?»
«Sì, perché me lo chiedi?» brontolò lei, infastidita.
«Non lo so, sembri abbioccata.»
«Ho dormito male», tagliò corto Ester. «C'è del caffè ancora caldo nella moka». Bevve tutto d'un fiato il suo, fece scivolare la tazzina nel lavandino e si diresse verso il bagno.
«Ester?»
Lei si fermò all'istante, ma impiegò diversi secondi a girarsi. «Sì?»
«C'è qualcosa che devi dirmi?»
Ester trafisse l'amica con un sguardo che non le aveva mai visto. «No.»
«Credevo fossimo amiche.»
«E' così.»
«Allora perché stai mentendo?»
«Sere mi dispiace, ma non posso dirti niente» dichiarò, prima di abbandonare la stanza.
Serena versò il resto del suo caffelatte nel lavandino e lavò la tazza con una tale forza da scorticare persino il suo nome inciso sopra. Sparecchiò frettolosamente il tavolo dalla colazione e si gettò a capofitto nelle faccende di casa, per tenere occupata la testa. Spazzò il pavimento della cucina e aprì la finestra, c'era aria viziata. Come al solito, il cesto dei panni sporchi era stracolmo ed Ester non sarebbe rientrata prima di sera, per cui ci dovette pensare lei. Riempì la lavatrice ma, prima di farla partire, tornò in camera sua e diede un'occhiata in giro. Aveva tempo, prima di recarsi al lavoro.
***
Incatenò la bici ad un palo, prima di raggiungere il civico 46 e suonare il citofono. Salì in tutta fretta sei rampe di scale, ovviamente a piedi; l'ascensore in quella città doveva essere un bene di lusso.
«Come sta il mio cucciolone preferito?» domandò, afferrando il guinzaglio che le stava porgendo una signora anziana.
«Oggi è un po' giù, non so perché» affermò lei, preoccupata.
«Tranquilla, Signora. Una lunga passeggiatina lo rimetterà in sesto, vero Guss?». Serena guardò con un'occhiata d'intesa il pastore tedesco che garantiva i suoi guadagni. «Saremo di ritorno fra un paio d'ore.»
Dopo qualche isolato, Serena e Guss raggiunsero il giardino del rione di S. Giacomo - Ponziana, il loro posto preferito. Superarono l'area giochi, presa d'assalto dai bambini nonostante il freddo; Serena affondò le scarpe nella ghiaia cosparsa di foglie ingiallite, che portava ad una zona della pineta ombrosa e piuttosto tranquilla, con le panchine attorno ad un'aiuola triangolare; era lì che le piaceva fermarsi per una breve sosta, all'ombra di un grande platano, ad ascoltare il cinguettio dei passeri, seduta su di una panchina un tempo di un verde brillante, sbiadito dalle intemperie e macchiato dall'inchiostro persistente di alcune incisioni: Ema t.v.b.; Fili sei la mia vita; Gabri ti amo.
Si era appena sollevato un fastidioso vento che ululava come un lupo alla luna, i capelli di Serena si agitavano continuamente. Si avvolse la pashmina intorno al collo e, d'un tratto, un flash le annebbiò la mente; il contatto della sua mano con quella morbida stoffa aveva solleticato l'affiorare di un ricordo: delle grandi mani tra i suoi capelli; delle labbra desiderose sulla sua bocca; un'onda di calore lungo le sue vene. Immersa nella solitudine, Serena lasciò che quei pensieri invadessero la sua mente come uno sciame di cavallette e che il vento portasse via con sé le sue lacrime.
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Il Custode dei sogni
ChickLitE' possibile che ogni singola scelta verso il proprio destino sia indirizzata dall'inconscio? E che l'incontro con una persona vista in un sogno abbia uno scopo ben preciso? Fin dove si può spingere il confine tra sogno e realtà, senza cadere nella...
