Leggiadria.

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Era il crepuscolo, mi trovavo sulla strada di casa e non stavo pensando a niente in particolare. Era la fine di un' altra giornata in-attesa-di-non-so-cosa. Dall' altra parte della strada c' era un fogliame marrone-arancio, che si alzava e ricadeva a causa di un piccolo vortice di vento. Può sembrare banale, ma era incantevole. Avrei voluto essere quelle quattro foglie, per possedere la loro leggiadria. Poi mi sono resa conto che non avrei mai potuto. Erano troppo leggere per rappresentarmi, visto che mi sono sempre sentita pesante, come se non mi avessero mai capita. Erano troppo lente, al contrario di me, che non riesco a lasciarmi andare, che sono sempre in lotta con me stessa, che ho la costante sensazione di dover combattere contro qualcuno o qualcosa. Che non ho niente.
Che vorrei tutto e subito. Ma così facendo mi sto autodistruggendo perché appena mi accorgo di essere incompleta, inesperta, ingenua, insolita, ingrata, incoerente, inoffensiva, inetta, insicura, impaziente, idealista, insignificante, inconcludente, invidiosa e ignorata, mi incupisco ancora di più. Perché la mia mente non ha la leggiadria di quelle quattro foglie marrone- arancio.
Una volta tornata a casa, mi fermo a riflettere: le foglie non si sarebbero messe a danzare, se il vento non le avesse tenute per mano, insegnando loro come si fa. Così, non erano state le foglie ad affascinarmi ma ciò che le ha fatte muovere. Il vento è stato capace di rendere elegante ed attraente, ciò che senza di lui sarebbe risultato semplicemente banale.

Quel piccolo vortice di vento però mi aveva affascinato nello stesso modo in cui mi affascinano gli uragani, e in genere le catastrofi naturali; questo perché con la stessa strafottenza e casualità con cui agisce il primo, agiscono anche i secondi distruggendo tutto quello che si trovano davanti.
La mia unica difesa contro gli uragani è sempre stata quella di lasciare che tutto passi, senza fare niente. Poi ci sono anche gli uragani contro i quali non puoi fare molto, a parte leccarti le ferite.
Tornando agli uragani che si possono combattere, sono rimasta immobile, facendo finta di niente. Questo perché mi sentivo sola. E lo ero. E lo sono ancora. Non volevo disperdere ciò che avevo dentro, per una guerra che non avrei certo vinto.
Ho conservato la vera me gelosamente, perchè tanto non mi avrebbe compresa nessuno, e mi sarei sentita ancora una volta una nullità. Quindi senza rendermene conto ho voluto evitare altre situazioni spiacevoli, oltre a quelle già vissute. Sono molto protettiva nei confronti delle persone a cui tengo, e in questo caso, lo sono stata con me stessa. E adesso la me protettiva ha costruito la gabbia dentro cui sono rinchiusa.

Ritornando alle foglie, non sono loro ad essere incantevolmente misteriose, ma il vento, perché è lui che regala loro quella bellezza, che appena
l' ho vista, mi ha fatto riflettere come mai prima d' ora.
È come se si fosse svegliato qualcosa dentro di me, forse era il piccolo vortice di vento che muoveva le foglie, e mi avesse sussurrato di portarlo con me. Perché mi avrebbe insegnato a dare bellezza, grazia e leggerezza ovunque io vada, qualsiasi cosa tocchi, dica o faccia.
Già che ci penso le foglie erano morte, secche e per niente leggiadre e aggraziate, ma soltanto leggere e fragili, così tanto che potevano spezzarsi per un po' di forza in più. Non avevano sufficiente spessore per resistere alla forza del piccolo vortice, che voleva solo smuoverle, per vedere se fossero state meritevoli di possedere la bellezza che lui stava donando loro.
Per concludere, il regalo del vento non è servito. Non ha dato frutti.
Ma non ha importanza.
Ormai è passato, e si sa che il vento non passa due volte nello stesso posto. Le foglie hanno avuto un' occasione, ma non l' hanno colta.
Bhè, fa niente, sono cazzi loro.

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