But it's just the end of one more lonely dream

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Avevano fatto l'amore tutta la notte, senza stancarsi mai. Più l'uno entrava dentro l'altra, più si faceva largo in quei cuori disillusi una profonda sensazione di calore, di appartenenza. Di abbandono.

Ad un certo punto Mark si era addormentato, aggrovigliato a Iris come una pianta rampicante. Le gambe nude incrociate a quelle di lei lo facevano sentire protetto e al sicuro come non gli era capitato da troppo tempo – forse mai, nemmeno con Emma. Di solito, quando si portava in camera qualcuna, una volta finito era veloce a mandarla via almeno quanto lo era stato ad invitarla. Invece, con Iris fu diverso: una volta finito, ne aveva chiesto ancora, e ancora, e ancora, e lei glielo aveva concesso senza riserve finché entrambi non ebbero più nemmeno la forza di tenere gli occhi aperti.

Erano quasi le otto del mattino e Iris era sveglia da un po'. Mark le dormiva appiccicato, tanto che poteva scandire senza difficoltà i battiti di quel cuore capace di una passione travolgente, che davvero non si era aspettata. Il sonno se n'era andato e l'aveva lasciata in uno stato di molle torpore. Si sentiva indolenzita e rilassata, ma nonostante questo, inquieta.

Le domande che la sera prima vorticavano in quella sua testa matta, e tutte intorno a loro, stavano ancora lì. Poteva quasi vederle, come piccoli folletti dispettosi, con le gambette appoggiate al muro e lo sguardo sospeso tra rimprovero e curiosità. Quelle domande sembravano metterla di fronte a qualcosa di più grande di lei; sembravano dirle: «Te lo avevamo detto, ma non ci hai ascoltato. Hai commesso un errore e ora ne pagherai le conseguenze».

Ma qual era l'errore vero?

Essere andata a letto con una persona che, per quanto ne sapeva, era impegnata e in attesa di un figlio, oppure essersene innamorata?

A quell'ammissione, sfuggita senza controllo dalla sua mente ormai sopraffatta da tutto – anche da se stessa –, sgranò gli occhi ed ebbe un sussulto quasi impercettibile che però Mark, chissà come, riuscì a registrare.

«Sei sveglia?»

«Mm-mm»

«A cosa pensi?» le chiese, premendo delicatamente il suo corpo caldo a quello di lei e stringendola.

Iris si mosse appena, cercando di aderire al meglio contro quella pelle che già era diventata un po' anche sua. Quanto più vicino lo percepiva, tanto più i pensieri si allontanavo, rumorosi. Deliranti.

«Al niente» gli rispose un po' asciutta dentro, meno arida fuori a causa delle lacrime che stavano già sgorgando involontariamente. Non sapeva nemmeno perché stesse piangendo. Forse vedeva già la fine di qualche cosa che ancora non era iniziato?

«Al niente?»

«Sì, - lei sospirò, cercando di evitare che Mark si accorgesse dello smottamento interno da ragazzina senza speranza che la stava facendo franare poco a poco - il niente che conosco di te. Il niente che siamo noi.»

Lui lo sapeva che quel momento sarebbe arrivato, anche se dentro sé sperava di no e che si sarebbero potuti chiudere in quella bolla di beatitudine per sempre, senza dover più preoccuparsi del mondo.

E, invece, come tutte le cose belle anche quell'istante di annullamento uno nell'altra era destinato a svanire, perché entrambi sapevano che le cose non dette, in attesa sopra le loro teste, avrebbero finito con l'abbattersi su quella strana relazione troppo strana, un po' esagerata, un po' troppe cose per due che in fondo non si conoscevano affatto; e avrebbero finito con il distruggerla.

La mano di Mark accarezzò la spalla di lei, invitandola delicatamente a voltarsi. Quella ragazza meritava più di ciò che lui poteva darle, se ne rendeva conto. Meritava di essere amata nei suoi momenti di felicità e coccolata nei momenti di tristezza. Meritava un uomo presente, in grado di farla sentire come se fosse l'unica al mondo – e la cosa che più lo faceva star male all'idea di doverla lasciare andare era proprio che per lui, da quando l'aveva incontrata, sembrava non esserci nessun'altra.

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