We cry, we learn We think about the things we're crying for

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I giorni passavano, diventando settimane, che lentamente divennero mesi.

Da quell'ultima volta in albergo, Iris non aveva più visto Mark, e aveva cercato in tutti i modi di non pensare a lui, di evitare qualsiasi occasione anche solo di incrociare la sua figura di sfuggita.

Si era dedicata anima e corpo al lavoro, si era iscritta a un corso di coreano e a uno di fotografia, giusto per riempire quegli spazi vuoti della sua vita che l'avrebbero inevitabilmente costretta a star sola con se stessa e pensare – ed era ben conscia che in quei momenti c'era solo una cosa che spingeva prepotentemente per tornare a galla, ed era assolutamente determinata a impedirlo.

Per le vacanze di Natale si concesse persino il lusso di due settimane di ferie, in cui finalmente sarebbe tornata a casa per la prima volta dopo più tre anni.

Quando le porte scorrevoli degli arrivi si aprirono, la prima cosa che vide fu uno striscione grande e colorato che le dava il bentornata, e sotto di esso la sua famiglia al completo che era venuta ad accoglierla in pompa magna. Fu in quel momento che tutte le lacrime non piante in quei mesi, passati in compagnia di un senso di solitudine molesto – quello che fa più male perché ti colpisce anche quando sei in mezzo agli altri –, disintegrarono ogni sorta di margine che fosse riuscita a edificare. Si sgretolò come un castello di sabbia, succube di una marea troppo potente perché riuscisse a conservare la sua integrità. Roberta, sua sorella, le corse incontro poco prima che anche le ginocchia cedessero sotto il peso insostenibile di quel dolore che non aveva più condiviso con qualcuno, nemmeno con Gale; l'abbracciò forte, tenendola stretta, e le accarezzò i capelli come tante – troppe – volte aveva già fatto in passato, prima che Iris decidesse di partire per il Regno Unito.

«Sei a casa, piccola – le sussurrò, - sei a casa!» e Iris sentì che sua sorella, sebbene sapesse poco o niente della sua vita degli ultimi anni, aveva compreso appieno quanto grave fossero i danni di quel terremoto che, dall'Italia, lei non aveva avvertito.

Più tardi, quando erano rimasti solo i suoi occhi gonfi a testimoniare quanto fosse felice di essere a casa – o almeno così sembrava alla sua famiglia, ignara della vera causa della sua cera poco avvenente –, se ne stavano tutti in taverna a bere cioccolata calda e parlare, raccontarsi aneddoti, novità, e soprattutto fare domande. A Iris.

Il più insistente era suo fratello che continuava a chiedere quando gli avrebbe portato a conoscere il fidanzatino inglese, e alla risposta di Iris che non c'era nessun inglese, tantomeno fidanzatino, lui la squadrava strano e ripeteva «Se, se, come no.» Stava iniziando a diventare una situazione pesante, perché anche i suoi genitori, specie sua madre, che sognava nipotini sgambettanti da coccolare e viziare, non perdeva occasione per ricordarle che a ventitré anni lei era già madre di due figli.

«Io non mi sposerò mai, per cui abbiamo già sistemato anche la faccenda dei figli!», pensò tra sé mentre saliva in quella che un tempo era stata la sua camera, quando finalmente la famiglia le accordò il permesso di congedarsi per qualche minuto.

Non aveva ancora sistemato la valigia, non si era nemmeno data una rinfrescata per riconciliarsi dopo il viaggio – e dopo quel patetico pianto all'accoglienza arrivi –, ma decise che per quello avrebbe avuto tempo; in quel momento sentiva solo il bisogno di chiudere gli occhi e svegliarsi in un'altra vita.

***

Quando lui ed Emma scoprirono di aspettare un figlio, Mark aveva iniziato a sognare ad occhi aperti. Immaginava per il nascituro un'infanzia serena e spensierata come l'aveva avuta lui con Tracy e Daniel, in quel loro piccolo giardino di Oldham. Avevano avuto poco – quello che i loro genitori potevano permettersi – ma quel poco per loro aveva significato tutto il mondo. Si divertivano sempre, anche con un semplice pallone da calcio ormai consumato e con qualche toppa mancante. Era tutto più semplice, più facile e, forse, migliore.

Eppure era cresciuto, aveva fatto fortuna. Era diventato famoso e con quello che aveva messo da parte avrebbe potuto garantire alla sua famiglia stabilità, e fare per suo figlio anche l'impossibile. Ma con tutte quelle possibilità avrebbe avuto la stessa fantastica infanzia che aveva avuto lui?

Era una domanda a cui non sapeva rispondere, ma di certo, con un padre come lui che, al posto di creare con la moglie un solido rapporto basato su fiducia, lealtà e, soprattutto, fedeltà, l'aveva tradita più volte e, per giunta, si era innamorato come mai gli era successo di un'altra donna, non la vedeva una passeggiata.

Stava finendo di decorare l'albero di Natale – ormai mancavano solo pochi giorni, ma era stavo via con i ragazzi per la promozione di Beautiful World per cui non ne aveva avuto il tempo –, mentre Emma allattava il piccolo Elwood seduta sul divano lì vicino. Negli ultimi mesi, tra la nascita del bambino, la definizione del nuovo progetto con i Take That e il conseguente inizio della promozione, era stato risucchiato in un vortice pazzesco che lo aveva aiutato a non crollare del tutto, a restare sobrio quel tanto che bastasse per tenere insieme i pezzi di se stesso che, dopo Iris, avevano minacciato più volte di disintegrarsi; ma quando si ritrovava solo, in quei momenti, le crepe riprendevano a scricchiolare, i cardini delle porte che aveva chiuso nel suo cuore cigolavano pericolosamente, segno che di lì a poco avrebbero ceduto, e tutto ciò che non voleva sentire, tutto ciò che lo avrebbe distrutto, sarebbe colato fuori come lava. E lui sarebbe finito.

L'unica cosa che alleggeriva quel senso di oppressione era l'alcool.

Era una scelta da codardo, lo sapeva, e a volte – soprattutto quando era in giro con i suoi amici – esagerava, sbronzandosi come un idiota e svegliandosi la mattina dopo accanto a qualche volto sconosciuto.

Si sentiva una larva, anche se poi, sul palco, splendeva come una stella, felice e allegro come la gente là fuori era abituata a vederlo. Era un circolo vizioso da cui non riusciva a uscire; un continuo, enorme, colossale errore che, però, era in grado di seppellire il ricordo di Iris... di nascondere quanto in realtà si sentisse miserabile senza di lei.

***

La cosa peggiore successe la mattina di Natale.

Come ogni anno, tutta la famiglia aspettava l'alba per andare sotto l'albero e aprire i regali. Non c'erano più bambini piccoli, ma Iris aveva sempre mantenuto la dolcissima abitudine di posizionare vicino al camino un piatto di biscotti al cioccolato e un bicchiere di latte per Babbo Natale, che puntualmente venivano spazzolati da suo padre. Lo aveva fatto ancora e, quando tutti furono insieme nel salone, piatto e bicchieri erano vuoti. Fu un tripudio di abbracci e baci, più felici del solito perché la famiglia finalmente era di nuovo al completo; successivamente, sedettero intorno all'abete addobbato per scartare i regali che il fantomatico omone vestito di rosso aveva lasciato per loro.

Iris non aveva dormito granché; nonostante gli sforzi, quel buco al centro del petto non accennava a chiudersi, anzi, pareva ingrossarsi sempre di più a causa delle feste in cui di solito si sta con la gente che si ama; lei era con i suoi cari, infatti, ma c'era un grande assente che, anche contro la propria volontà, bussava di continuo nel suo cuore alla ricerca di un piccolo spiraglio per venire fuori.

Non lo aveva permesso fino a quel giorno, e avrebbe mantenuto ferrea la difesa sulle mura. Peccato, però, che sua sorella aprì il regalo che sua madre le aveva fatto e, con una cannonata, la fortezza capitolò.

Era il nuovo cd dei Take That e, pur senza volerlo, gli occhi di Iris erano già caduti lì dove non avrebbero dovuto; e fu di nuovo baratro.

***

Più cerchi di dimenticare, più ti sforzi ad andare avanti – sconfitto, traballante, ma ci provi –, più il destino sembra metterti alla prova, spingerti verso quei limiti che ancora non sei riuscito nemmeno a porti, e successe che la promozione portò Mark in Italia. A Milano. L'ultimo dei posti in cui sarebbe voluto andare.

Mentre dall'aeroporto viaggiavano in van verso l'albergo – e anche se non sapeva dove lei fosse in quel momento, con chi e come stesse – sentiva la città parlarle di lei, della sua semplicità, del suo modo di sistemarsi la ciocca di capelli sbarazzina dietro l'orecchio – sempre la stessa a causa della rosa –, di quel sorriso genuino che le illuminava il volto e del modo appassionato con cui faceva l'amore. In quei pochi minuti, tutto ciò che aveva così prepotentemente cercato di accantonare in un angolo remoto della sua anima, tornò a galla insieme a quell'amore sbagliato che aveva desiderato non provare; e fu di nuovo baratro. 

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