Capitolo 17

20 0 0
                                        

Sono giorni che vivo a casa di Giuseppe. 
Non me la sento di lasciarlo solo. 
Da quando Paola è scomparsa, il tempo si è fermato. 
E anche se siamo insieme ventiquattr’ore su ventiquattro, parliamo poco. 
Preferisco dargli sicurezza con i gesti, piuttosto che con le parole.

La gravidanza… 
non gliel’ho ancora detto. 
Sto aspettando il momento giusto. 
Ammesso che esista.

Mi sveglio. 
La sveglia segna le 08:10. 
Lui è già sveglio, con la testa appoggiata sul mio petto. 
Gli bacio piano la testa. 
Alza lo sguardo. 
Ha gli occhi spenti.

Gli bacio la fronte. 
Quel gesto sincero che vale più di mille parole.

Il suo telefono squilla. 
Sospira. 
Odia quel suono, ormai.

Si alza dal letto e risponde. 
Io mi sollevo sui gomiti. 
Lo osservo. 
Ogni suo movimento.

Chiude la chiamata. 
Mi guarda.

«Forse… l’hanno trovata.»

«Come forse? 
Dove?»

«Hanno trovato il corpo di una bambina. 
Nelle campagne della zona industriale nord.»

«Andiamo» dico, alzandomi di scatto.

Inizio a vestirmi.

«Tu vai a casa. 
Ci vado solo.»

«Scordatelo. 
Vengo con te.»

«Miriam…» dice, con lo sguardo duro.

«Mi puoi cazziare quanto vuoi. 
Ma vengo con te.»

Pausa. 
Poi cede.

«Va bene…»

Ci prepariamo in silenzio. 
E partiamo.

Appena arriviamo, troviamo Marina. 
La madre di Paola.

«Marina, l’hai vista?» chiede Giuseppe.

«No. 
Ho preferito aspettare te.»

Giuseppe
«Aspettami qui» dico a Miriam, baciandole la fronte.

Non dice nulla. 
Sa che è un momento troppo delicato.

Mi avvicino ai carabinieri con Marina.

«Non potete passare» dice uno di loro.

«Ci avete chiamato per riconoscere nostra figlia» rispondo.

Marina mi stringe la mano. 
La paura ci paralizza.

Ci fanno passare. 
Un telo bianco copre il corpo.

«Siete pronti?» chiedono.

Annuiamo.

Sollevano il velo.

È lei.

Marina mi crolla addosso, piangendo.

«È vostra figlia?» chiedono.

«Sì» dico, cercando di restare in piedi. 
Per lei. 
Per Marina.

«Andate dal maresciallo. 
Vi dirà quando potrete avere il corpo.»

Ci spostiamo.

«Vai da Miriam. 
Parlo io con il maresciallo» dico.

«Voglio sentire anch’io. 
È pur sempre mia figlia» risponde Marina.

Ci spiegano che serviranno almeno 24, massimo 48 ore per l’autopsia. 
Devono capire cos’è successo.

Visto lo stato di Marina, decido di accompagnarla a casa dei suoi. 
Non deve restare sola.

Poi, con Miriam, ci allontaniamo. 
Cerchiamo un posto nascosto. 
Lontano da tutto.

Spengo il motore. 
Lei mi abbraccia. 
Forte.

E io crollo. 
Come non mai.

So che dovrei tenerla fuori da tutto questo. 
Ma è l’unica che mi capisce. 
L’unica che riesce a tenermi in piedi… 
anche quando tutto dentro di me sta cadendo a pezzi.

Un passo dal cieloLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora