Rosaline
Le prime tre ore filarono lisce come l'olio, anche se a essere onesta,essere la sorellastra di Grace mi faceva sentire costantemente osservata.
Una ragazzina con l'apparecchio e i capelli scombinati mi è persino venuta a chiedere se potevo presentarle Grace.
Roba da matti.
Entrai nello spogliatoio insieme a delle alle altre ragazze.
Ginnastica era il mio incubo. L'idea di mostrarmi goffa o incapace mi faceva venire l'ansia.
«Dove sono i bagni?» chiesi a una ragazza.
Lei me li indicò con la mano, e io ci corsi a rifugiarmi, lontana da occhi giudicanti, commenti sul fisico e, soprattutto, lontana dai cellulari.
La giornata era -stranamente- splendida e il coach aveva deciso di farci fare lezione nel campo da football.
Una cosa a cui non mi sono ancora abituata, e come qui a Seattle,definiscano "giornata splendida" quando ci sono 14 gradi.
In California il clima è completamente diverso e ho freddo 24 ore su 24.
Ero pronta a tutto: insulti, fatica, sudore e completamente svogliata, mi diressi con gli altri verso il campo.
«Dodici giri di campo!» urlò il coach, soffiando nel suo fischietto.
Mi voltai verso una ragazza affianco a me con gli occhi sbarrati.
«Scusa, quanti?!» esclamó lei.
Avrei preferito due ore di algebra.
Dopo appena un giro e mezzo già ansimavo.
Mi rincuorò sapere che non ero l'unica: alcuni ragazzi cadevano a terra come mosche.
Mi fermai, piegata in due con le mani sulle ginocchia, cercando di riprendere fiato.
«Qualcuno dovrebbe ricordare al coach che non siamo atleti professionisti.»
Una ragazza era stremata quanto me.
Aveva i capelli neri lunghi,tatuaggi sulle braccia e un trucco pesante.
«Piacere, Meghan,» disse, porgendomi la mano.
«Rosaline Webster.»
«La sorella di Grace, immagino.»
Annuii, il respiro ancora affannato.
«EI! TORNATE A CORRERE!»
La voce del coach ci raggiunse e ci costrinse a riprendere — per pochi, miserabili secondi.
Né io,né la mia nuova amica Meghan riuscimmo a concludere quei maledetti dodici giri.
Pensai che i campi da football dovrebbero essere decisamente più piccoli.
Alle 12:45 il coach ci congedò, sudate e zoppicanti, con la promessa di un'altra sessione più tosta il giorno dopo. Il pavimento della palestra era scivoloso di fatica e l'aria sapeva di gomma bruciata e sudore adolescente. Uscimmo una dopo l'altra, alcune lamentandosi a bassa voce, altre già con il telefono in mano, a scrollare messaggi che probabilmente non dicevano nulla di importante.
Camminavo accanto a Meghan, e più il tempo passava, più mi rendevo conto di quanto fosse silenziosa. Ma non il silenzio imbarazzato, quello pieno di attese e sguardi incerti. Era un silenzio deciso. Comodo. Di quelli che non cercano nulla da te. Non mi dispiaceva affatto.
Lo spogliatoio era gelido, illuminato da neon tremolanti che rendevano tutto più grigio, più spento. Mentre ci cambiavamo, notai qualcosa. Le altre ragazze... la evitavano. Non apertamente. Nessuno sguardo diretto o parole cattive. Era più sottile di così. Come se avessero paura di incrociare la sua ombra. Una si era persino voltata per cambiarsi dall'altra parte della stanza quando Meghan si era seduta sulla panca di metallo.
E non potei fare a meno di pensare a me stessa. A com'era stato subito dopo Bonnie e Jesse. Dopo che tutto era crollato. Gli sguardi giudicanti, le voci abbassate quando entravo in aula, le spalle voltate nei corridoi. Come se fossi diventata qualcosa da evitare, una bomba a orologeria piena di vergogna e dolore.
Quattro mesi. Quattro mesi a mangiare da sola, a fingere che stesse bene così, che il silenzio fosse meglio delle bugie.
E ora... ora ero qui, in un posto nuovo, dove nessuno sapeva davvero chi fossi, e dove mia madre aveva avuto la brillante idea di ricominciare da capo con un uomo che non conoscevo. Non approvavo quel matrimonio. Non lo approvavo per niente. Ma almeno... almeno l'inferno era rimasto nella vecchia casa.
Mi voltai a guardare Meghan, che stava allacciando gli anfibi con movimenti calmi e decisi, completamente disinteressata al fatto che nessuna delle altre le rivolgeva la parola.
Come faceva a sopportarlo?
Come faceva a vivere senza nessuno?
Io non ero brava a farmi delle amiche. Mai stata. Ma da qualche parte dovevo cominciare. E Meghan, per quanto misteriosa e distante, mi sembrava... reale. Sincera. O forse solo disinteressata al giudizio, cosa che avrei voluto disperatamente imparare anch'io.
Mi chinai per infilarmi le scarpe, il metallo della panca freddo contro le gambe nude, e lanciai la prima frase che mi venne in mente.
«Sembri più grande di quelle della nostra classe.»
Lei alzò lo sguardo, un mezzo sorriso ironico sulle labbra. «Sono stata bocciata due o tre volte, sai.»
La sua voce era roca, con una punta di sarcasmo appena accennata, come se si stesse prendendo gioco di se stessa prima che potessi farlo io.
«Anche tu sembri più grande.»
«Oh, no...» scossi la testa con un sorriso appena accennato. «Ho solo un anno in più. Ho perso un anno quando vivevo in California.»
Meghan mi guardò un po' più a lungo, con quegli occhi scuri che sembravano sempre sapere qualcosa che tu non sapevi. Non disse nulla subito, ma lo sguardo... era curioso. Forse anche un po' attento.
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Burn Me
ChickLitRosaline Webster ha diciotto anni e una paura costante: quella di essere guardata, giudicata, spezzata di nuovo. Dopo il tradimento devastante del suo ragazzo... e della sua migliore amica, ha smesso di fidarsi, chiudendosi in una gabbia dorata fatt...
