18.

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Rosaline

Aspettai Grace davanti alla macchina e tornammo a casa insieme. Non le raccontai nulla di ciò che era successo con Nicholas. Sapevo che avrebbe cominciato a tempestarmi di domande — domande alle quali, onestamente, non avevo idea di come rispondere.

Appena entrata in camera, mi fiondai in bagno per una doccia. Scelsi lo shampoo al cocco e la mia crema idratante preferita per le gambe. Mentre passavo la spugna, sentii la fastidiosa sensazione dei peli sulle gambe e afferrai la lametta al volo, passandola in fretta sulla pelle liscia. Il profumo dolce e tropicale del cocco si diffuse nel vapore del bagno, avvolgendomi come una carezza.

Indossai l'accappatoio e mi mossi verso l'armadio alla ricerca di vestiti puliti, quando il telefono vibrò sul comodino.

Nick: Gulliver Road, numero 56. Alle 6. Sii puntuale.

Mi ritrovai a sorridere come un'idiota fissando lo schermo. Risposi con uno sticker di un bambino con il pollice in su.

Nick: Che bambina che sei, cazzo.

Finsi di non aver letto. Non volevo rovinarmi il pomeriggio. Il mio obiettivo era uno solo: almeno una sufficienza a quel compito di biologia. O mia madre mi avrebbe scuoiata viva.

Mi avvicinai alla stanza di Grace per chiederle se poteva accompagnarmi, ma appena aprii la porta la vista mi investì come uno schiaffo.

Cole. A petto nudo. Grace sopra di lui.

«Oh merda!» richiusi la porta a razzo e mi portai una mano alla bocca mentre sentivo Grace urlare da dentro:
«CAZZO, ROSE!»

«Tranquilla!» risposi trattenendo a fatica una risata. «Non ho visto niente!»

Okay. Piano B: come diavolo ci arrivo da Nicholas?

Né mia madre né Rob erano in casa. L'unica opzione rimasta era David: portinaio, autista, maggiordomo, e probabilmente anche ninja segreto nelle ore libere.

«Ehi!» chiamai, trovandolo nel corridoio vicino all'ingresso.

«Buon pomeriggio, signorina Webster.» David era sempre impeccabile: capelli bianchi pettinati all'indietro, completo stirato alla perfezione. Sembrava uscito da Downton Abbey.

«Ehm... avrei bisogno di un passaggio. Grace sta... studiando» improvvisai con la prima scusa che mi venne.

David unì le mani dietro la schiena e fece un lieve inchino col capo. «Sono desolato, signorina Webster, ma la macchina è attualmente in riparazione.»

Mi sembrava di vivere nel Settecento ogni volta che mi chiamava così.

«Può sempre optare per un mezzo più... ecologico, se così vogliamo definirlo» disse con un sorrisetto.

«Non mi dire che avete anche i cavalli» ribattei alzando un sopracciglio.

David trattenne una risata, senza riuscirci del tutto. «Oh no, intendevo qualcosa di un po' più moderno. Seguimi.»

Mi condusse nel garage, aprì una piccola porta laterale e tirò fuori... una bici. Verde menta. Con cestino.

Mi mise il manubrio tra le mani con un sorriso fiero. «Questa può andare?»

«Perfetta...» risposi sbuffando.

Misi l'indirizzo sul navigatore. Quando il cancello automatico si aprì, appoggiai la bici contro il muretto d'ingresso e controllai che nessuno mi stesse guardando.

Non sapevo andare in bici.
Sì, ho quasi diciott'anni e non so andare in bici.
Che disonore per il mondo.

Camminai a passo svelto per tutto il tragitto, spingendo la bici come se fosse una borsa scomoda, pregando di non essere notata.

Arrivai a casa sua con venti minuti d'anticipo, miracolosamente senza perdermi.

La zona era carina, ordinata, un quartiere residenziale pieno di villette a schiera. Sicuramente il tipo di posto in cui io e mia madre non avremmo mai potuto permetterci di vivere a Seattle.

Davanti al numero 56, appoggiai la bici al muretto e suonai il campanello.

Ti prego che non sia uno scherzo. Ti prego, ti prego, ti prego...

La porta si aprì.

«Oh, buongiorno. Posso aiutarti, cara?» Una voce dolce e gentile mi accolse. Una signora anziana, probabilmente sulla settantina, con occhi verde smeraldo — identici a quelli di Nicholas — un grembiule sporco di farina e capelli bianchi cotonati alla perfezione.

Ops. Non Nicholas.

«Cercavo... Nicholas» dissi un po' spaesata, controllando il numero civico per la quarta volta.

La donna sorrise. «Ma certo. È mio nipote. È ancora a lavoro, ma tornerà a momenti. Vieni, entra pure.»

Entrai, riluttante ma colpita. La casa era calda e profumava di cannella. Sembrava una baita di montagna.

«Stavo preparando la sua torta preferita: mele e cannella» spiegò mentre mi guidava verso la cucina. «Puoi aspettarlo in camera sua, se vuoi.»

«Sì, volentieri» risposi, anche se l'idea mi metteva a disagio. Ma come dire di no a una nonna così tenera?

Mi accompagnò al piano di sopra, aprì la porta e mi fece cenno di entrare. «Eccoci qua.»

La stanza di Nicholas era... vissuta. Ma non disordinata come mi aspettavo.

«Oh, mi sono dimenticata di presentarmi!» disse dandosi una lieve pacca sulla fronte. «Mi chiamo Evelyn.»

«Rosaline» dissi stringendole la mano.

«Tornerà presto. Non preoccuparti per... qualsiasi cosa tu sia venuta a fare.»

«Studiare. Biologia. Compito. Niente di più» risposi di fretta.

Lei sorrise ancora, poi mi lasciò da sola.

Mi sedetti sul bordo del letto, posai lo zaino e iniziai a osservare tutto.

Poster dei Chase Atlantic e The Weeknd alle pareti. Scrivania ordinata. Libreria colma. Decisamente non l'immagine che Nicholas dava di sé a scuola.

Mi alzai e mi avvicinai curioso alla libreria. Cime tempestose, 1984, Il mago di Oz, Madame Bovary... Nicholas leggeva?

Poi la trovai. Una foto incorniciata. La presi tra le mani.

Un bambino piccolo tra le braccia di una donna dai capelli neri e gli occhi color nocciola. Sembravano madre e figlio. Lei lo baciava sulla guancia, il giardino alle loro spalle pieno di foglie rosse e arancioni. Autunno. Famiglia.

«Mettila giù.»

La voce bassa e ruvida mi fece sobbalzare. Mi voltai di scatto.

Nicholas era sulla soglia. Maglietta nera, jeans scuri, capelli ancora bagnati. Lo sguardo duro.

Merda.

Rimisi la foto al suo posto in fretta, cercando di sembrare indifferente.

«Ti capita spesso di farti i cazzi degli altri?» chiese, avanzando verso di me.

«A essere sincera, sì. Sempre» risposi, incrociando le braccia al petto.

«Pettegola.»

«Stronzo» ribattei, scostandomi una ciocca di capelli dal viso.

Sorrise, compiaciuto. Poi si tolse la maglietta davanti a me. La mia bocca si aprì appena. Addominali. Tatuaggi ovunque. E io che credevo di essere immune.

«Prendi i libri. Io intanto mi faccio una doccia» disse con nonchalance.

«Cosa? Adesso? Dobbiamo studiare!» protestai mentre lo guardavo togliersi gli anfibi.

«Lo faremo. Ma prima devo togliermi di dosso l'odore di terra e umidità.»

E senza aggiungere altro, sgattaiolò fuori dalla stanza.
Io rimasi lì. In piedi. Col cuore che correva.
E la gola secca. Dannatamente secca.

Burn MeDove le storie prendono vita. Scoprilo ora