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Nicholas

Sono arrivato in anticipo al lavoro, come sempre.
Ho preso la macchina del nonno, anche se continuo a non fidarmi di quei dannati tubi dell'irrigazione che tiene nel bagagliaio come se fossero armi da guerra.
Ma almeno ho evitato venti minuti a piedi in salita per raggiungere il Cliff Adventure Camp.

Non è certo uno di quei centri sponsorizzati da grandi aziende, con strutture da copertina e attrezzatura nuova di zecca, ma funziona. E poi, la maggior parte del tempo la passiamo all'aperto, tra rocce e alberi, quindi chi se ne frega se la base logistica cade a pezzi.

«Nick, oggi mancano due bambini. Te ne gestisci solo otto,» dice Pablo, il mio capo, non appena mi vede sistemare i moschettoni.
«Va bene, Pablo. Sai niente del Vertix?»
«Ancora nulla. Ma sarà a maggio come sempre. Appena aprono le iscrizioni, ti faccio sapere.»

Il Vertix Climbing Race. La gara.
Elegge il miglior climber della zona, e di conseguenza il miglior allenatore.
Partecipo da quando avevo quattordici anni, insieme a Cole. Tre vittorie, cinque podi. Ora non gareggio più, ma allenare quei ragazzini con le mani sporche di terra e lo sguardo impavido mi basta.
Ora siamo a marzo. Ho tre mesi per prepararli. E li voglio pronti.

La giornata è andata liscia.
Otto bambini, tre corde incastrate, una piccola crisi di pianto e almeno dieci "Usa la gamba dominante!" urlati nel vuoto.

Ho iniziato questo lavoro tre anni fa.
Avevo appena compiuto sedici anni e le cose, a casa, facevano schifo.
Mio padre se n'era andato da un pezzo — e onestamente, meglio così — e mia madre era sparita da qualche parte.
I soldi finivano sempre prima della fine del mese. A volte saltava la luce, altre volte restavamo senza acqua calda per giorni. Mi ricordo ancora le docce gelate, i piatti accumulati nel lavandino, le candele accese in soggiorno come se fosse romantico, quando in realtà era solo miseria travestita.

L'anno scorso... beh, mi sono preso una pausa.
Non per scelta, ovviamente.
Ero fuori gioco.
Fuori dal mondo, chiuso in un posto dove il tempo non passa mai e nessuno ti chiede come stai, perché tanto non gli frega un cazzo. Il riformatorio ti spezza in due: ti leva la voce o ti insegna a urlare più forte. Io ho imparato a urlare più forte di prima .

Ashmont Heights è un buco di merda, ma ci sono cresciuto.
Qui o impari a mordere, o sei tu quello che finisce sotto.
Spaccio, risse, sbirri che si fanno i cazzi loro, ragazzine incinte e madri che fanno finta di non vedere. È la giungla, ma con i palazzi scrostati e i muri pieni di graffiti marci.

Per fortuna il mio lavoro è dall'altra parte della città.
Non è il paradiso, eh. Un quartiere grigio, dove la gente cammina con la testa bassa e il portafogli stretto in tasca, ma almeno lì nessuno conosce il mio nome.
E per me, va più che bene così.

—————-
A casa, il nonno era ancora da Cole.
E come se avesse il sesto senso, mi arriva un messaggio:

Cole:
Bro, tuo nonno sta dando di matto con quei tubi!
Nick:
Che sta combinando stavolta?
Cole:
Sembra che stia costruendo una diga... nel mio giardino.
Nick:
Chiamate i pompieri se esplode qualcosa.
Cole:
Se succede mi piscio addosso!
      Vieni da me per una birra?
Nick:
Passo. Doccia e poi vedo.
Cole:
Ma dai! STASERA C'È LA FESTA! Non fare il solito stronzo.

Già, la festa.
Me l'ero completamente dimenticata. Non una festa normale. Di quelle dove ci sono gli inviti, la musica commerciale e la gente finge di divertirsi.
Questa è una di quelle organizzate per fare casino e spacciare un po' di roba.
Di quelle che se ti beccano, o ti arrestano, o ti ritrovano il giorno dopo in una cella di contenimento.

Burn MeDove le storie prendono vita. Scoprilo ora