23.

267 14 0
                                        

Nicholas

Sono andato a quella festa solo per una ragione: trovare Cole.

Non mi interessava la musica, l'alcol, o le facce vuote che ballavano sotto le luci psichedeliche. Avevo bisogno di lui. Avevo bisogno di parlargli per schiarirmi le idee, per non perdere del tutto il controllo.
Cole è l'unico che riesce a leggermi come un libro. L'unico che, anche senza parlare, capisce cosa mi brucia dentro. A volte penso che sia l'unica vera fonte di felicità che mi è rimasta.

Sapevo che, andando a casa di Jackson, le cose avrebbero potuto degenerare. E infatti, ci siamo andati vicini. Se non fosse stato per Rose, per la sua voce che mi ha fermato un secondo prima che perdessi la testa...
E per Cole, che è arrivato giusto in tempo per tirarmi fuori da lì.

Ora siamo fuori, appoggiati alla mia macchina. L'ho parcheggiata senza pensarci, proprio davanti al cancello della villa, come se sfidare il mondo fosse l'unica cosa che mi riesce bene.

Le mani mi tremano.
L'adrenalina si sta spegnendo, lasciando spazio al panico. E nella testa... un vortice. Pensieri che urlano, che graffiano, che mordono.
Sta per esplodermi il cranio.

«Allora... cos'è successo?»
La voce di Cole è calma, quasi un sussurro. Ma so che non mollerà.

«Avevo solo voglia di vederti,» mento, cercando rifugio nella bugia più semplice mentre mi appoggio con la schiena alla portiera e accendo una sigaretta.

Il primo tiro mi brucia i polmoni. Il secondo mi fa quasi sentire vivo.

«Nick... non mentirmi. Non saresti mai venuto a casa di Jackson, nemmeno sotto tortura, se non fosse importante.
E poi lo so che hai mentito: oggi non lavoravi.»

Sbuffo. «Detective Conan,» dico cercando di sorridere, ma gli occhi mi bruciano. Le lacrime stanno lì, sospese, come mine sotto pelle.

«Sei stato a Redwood?»

Annuisco piano, abbassando lo sguardo. «Già...»

«Nick, parlami. Sono qui per te.»
Mi accarezza i capelli, come faceva sua madre con entrambi quando eravamo piccoli. Il gesto mi spezza. Un nodo in gola, pulsante, pronto a strangolarmi.

«Ellie ha detto che hanno chiamato dal carcere.
Lui vuole vedermi.»

Cole toglie subito la mano, come se si fosse scottato.
Il suo sguardo cambia. Sembra più sconvolto lui di quanto lo sia io.
«Merda...» sussurra, torturandosi il labbro con i denti.

Chiudo gli occhi per un momento.
Vorrei solo respirare. Solo quello. Un respiro senza dolore.

«Che intendi fare?» chiede Cole mentre mi prende una sigaretta dal pacchetto. Ormai, è diventata roba sua quanto mia.

«Io... vorrei vederlo morto, Cole.»
La voce mi esce bassa, tesa. Stringo i denti con forza.
«Vorrei mettergli le mani al collo e sentire il sangue pulsare sotto le dita. Solo per un secondo. Solo per togliermi di dosso questi anni. Questo schifo.»

Lui scuote la testa, affranto.
«Mi dispiace. Avrei dovuto essere con te oggi. Invece ero qui, a bere e ridere come un coglione.»

Le lacrime scendono.
Non ho più forza per trattenerle.
Scivolano lente sulle guance.
«Non potevi saperlo.»
Trattengo un singhiozzo, ma è come cercare di fermare una valanga a mani nude.

Cole mi abbraccia. Forte.
Mi stringe come se volesse tenere insieme i pezzi al posto mio.
Io ricambio.
Lo stringo come se fosse un'ancora e il mio mondo stesse affondando.

«Arrivano le ragazze...» mi sussurra all'orecchio.

Ci separiamo piano.
Guardo verso la villa.
Grace esce per prima, con uno sguardo che potrebbe trafiggere l'asfalto. Braccia incrociate, falcata decisa.
Va dritta verso Cole. Si allontanano di qualche metro e cominciano a discutere, a voce bassa ma visibilmente tesa.

Rose mi si avvicina.
Non dice niente all'inizio. Si appoggia alla macchina accanto a me.
La sento.
Il suo profumo è come una coperta d'infanzia: troppo familiare, troppo pericoloso.
Il suo calore... mi ricorda mia madre.
Non so se è per questo che mi spaventa, o se è per tutto il resto.

Poi, con voce morbida, rompe il silenzio.
«Ehi...»
«Ehi,» rispondo, senza staccare gli occhi dal marciapiede. Asciugo veloce le lacrime senza essere notato.

«Sembra che stiano litigando quei due.»
«Già.»

Ancora silenzio. Ma il suo silenzio è diverso.
Non pesa.
È... reale.

«Va tutto bene?»
La sua voce è una carezza. Una ferita.

«Benissimo.»

Lei mi guarda.
Sento il suo sguardo su di me prima ancora che mi sfiori. Le sue dita leggere toccano il mio braccio.
Il mio nome esce dalle sue labbra come una preghiera:
«Nicholas...»

Scatto.
«Sto bene, Rose!»
La voce mi esplode in gola, più forte di quanto volessi.
Lei si ritrae, sorpresa.

«Ma non ti voglio più vedere con Jackson.»

«Perché? Cosa è successo tra voi?»
Rose fa per avvicinarsi di nuovo, ma Grace ci raggiunge come una tempesta.

«Rose, andiamo. Ne ho abbastanza.»

Ci passa davanti. Lancia un'occhiata fulminante a me e si dirige verso la sua auto.

«Nicholas, di qualcosa...»
La sua voce è un filo. Una supplica.

Getto a terra la sigaretta e la schiaccio con la suola.
Poi finalmente la guardo.
Non voglio che capisca il mio vero stato d'animo.
Preferisco che pensi che sia incazzato per via di Jackson.

È più bella del solito.
Forse è la luce del lampione. O il buio. O gli occhi lucidi.

Il cuore mi batte più forte.
Lei è caos e casa, ed è un problema che non so gestire.

«Sarà meglio che vai, o Grace ti lascerà a piedi.»

Le passo accanto, urtandola leggermente con la spalla. Non per cattiveria.
Perché se la tocco, mi rompo.

Apro lo sportello, metto in moto.
Mi allontano.

Ma dallo specchietto... la vedo.

In piedi.
Ferma.
Con gli occhi addosso alla mia macchina.
E in quel momento, capisco che non ho lasciato davvero niente dietro di me.
Perché lei è ancora lì.
E io non riesco a smettere di guardarla.

Burn MeDove le storie prendono vita. Scoprilo ora