ROSALINE
Avevo dormito per tutte le restanti due ore di viaggio. In totale, erano dodici ore di macchina, quindi per la notte mia madre aveva prenotato un motel a metà strada.
E se non fosse stato per i ragni che passeggiavano allegramente sulle pareti, la luce del bagno che sfarfallava come in un film horror di serie B, e una coppia che faceva sesso con così tanta passione da sembrare sul set di un porno — ben udibili attraverso le pareti sottili come carta — forse, forse, avrei anche potuto dormire un paio d'ore in più.
Quando finalmente arrivammo a destinazione, fu mia madre a svegliarmi scuotendomi il braccio con l'agitazione di una bambina alla vigilia di Natale.
La bava che avevo alla bocca, però, non era esattamente allineata con il suo entusiasmo.
Mi pulii con la manica della felpa e mi tirai su lentamente dal sedile, ancora intontita.
Okay, cazzo. Forse, e dico forse, mia madre non aveva del tutto esagerato parlando della villa di Rob.
Eravamo nel cuore delle colline a nord di Seattle, poco fuori dal caos del centro, dove le ville sembrano sospese tra i pini e la nebbia, e le strade profumano di pioggia e caffeina.
Davanti a me non c'era semplicemente una casa.
C'era una reggia. Una roba che sembrava uscita da una versione moderna e minimalista della Reggia di Versailles. Colonne nere con rifiniture dorate all'apice, un vialetto lungo e alberato che sembrava portare dritto al paradiso fiscale, un giardino curato come se fosse sotto contratto con una squadra olimpica di giardinieri, e una facciata talmente bianca che rifletteva il sole — sì, il sole a Seattle, miracolo! — come uno specchio.
Mia madre prese il telefono e chiamò Rob per avvisarlo che eravamo arrivate davanti al cancello. Un secondo dopo, si aprì automaticamente, come nei film.
Mentre la macchina avanzava lungo il vialetto, non riuscivo a staccare gli occhi da quella dimora surreale.
In fondo, me lo aspettavo diverso. Tipo una catapecchia in un quartiere malfamato, con "Rob" che si rivelava un ciccione pelato e pervertito, pronto a vendere organi sul dark web. Almeno così avrei potuto guardare mia madre dritta negli occhi e dirle "Te l'avevo detto."
Ma no. L'esterno della casa prometteva bene. Troppo bene.
Ed era questo il punto.
"Elegante e sofisticata".
Due parole che, detto tra noi, non hanno mai fatto parte del mio vocabolario.
Appena scese dalla macchina, mia madre si voltò verso di me mentre ci slacciavamo le cinture.
«Ti prego, comportati bene. È importante per me.»
Il suo tono era così dolce, quasi fragile. Un sussurro che le tremava in gola, come se temesse il mio solito sarcasmo. E, come al solito, quel suo sguardo da cerbiatta ferita mi fregò.
Annuii. Ma non promisi niente.
Poi accadde.
Mia madre si fiondò tra le braccia di Rob. E no, non era affatto un vecchio ciccione pelato.
Jeans scuri, camicia bianca ben stirata, capelli brizzolati con la piega perfetta e una barba più curata di quanto lo sia mai stata la mia autostima.
In breve? Rob sembrava uscito da una pubblicità di orologi svizzeri.
Mi avvicinai con un leggero disagio, sentendomi come una comparsa fuori posto in un film girato in una lingua che non parlo.
Rob mi tese la mano e io la strinsi, forzando un sorriso. Non per lui, sia chiaro. Solo perché mia madre gli aveva appena fatto gli occhi da Bambi e, per una volta, volevo renderle le cose facili.
«Molto piacere, Rosaline. Sono Rob Lauder.»
Mia madre, sempre più in imbarazzo, gli teneva il braccio con entrambe le mani come se fosse l'ultima àncora rimasta.
«Rose. Solo Rose, va bene,» risposi, continuando a sorridere come un'ebete.
Lui sembrò sollevato. Teso quanto mia madre, se non di più.
«Bene, Rose. Lei è Grace, mia figlia minore.»
E lì la vidi.
Grace era più minuta di uno stecchino. Capelli biondo platino stirati alla perfezione, occhi azzurri da copertina, e ogni centimetro del suo corpo ricoperto da abiti firmati. Persino le sue calze probabilmente costavano più di tutto il mio guardaroba messo insieme.
Sorrisi anche a lei, sperando che questo teatrino finisse il prima possibile.
«Venite, vi faccio vedere la casa.»
Casa?
Emh... forse volevi dire castello, Rob?
Salimmo qualche gradino in marmo lucido prima di raggiungere la porta d'ingresso. Rob si voltò un attimo verso la macchina.
«Ah, dimenticavo,» disse con la naturalezza di chi è abituato a dare ordini.
«Le valigie delle signore vanno nelle loro stanze. L'auto nel garage.»
Ci voltammo tutti nella sua direzione.
E cazzo. Non ci potevo credere.
Ero talmente concentrata su questa villa da sogno e sull'idea di sembrare almeno vagamente disinvolta davanti a Rob e Grace, che non me n'ero accorta affatto.
I fottuti maggiordomi.
In uniforme. Con i guanti bianchi. Seri come becchini di Buckingham Palace.
Non riuscii a trattenermi. Scoppiai a ridere.
Per fortuna, nessuno sembrò sentirmi.
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Burn Me
Literatura FemininaRosaline Webster ha diciotto anni e una paura costante: quella di essere guardata, giudicata, spezzata di nuovo. Dopo il tradimento devastante del suo ragazzo... e della sua migliore amica, ha smesso di fidarsi, chiudendosi in una gabbia dorata fatt...
