14.

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Rosaline

«Rose, hai preso tutto?»
La voce apprensiva di mia madre mi raggiunse mentre stavo ancora cercando di chiudere lo zaino.

«Sì... credo di sì,» risposi, sistemandolo sulle spalle. Era uno zaino da montagna, troppo grande per i miei gusti, ma utile. Uscì dalla stanza e la trovai nel corridoio, con le mani intrecciate davanti a sé e lo sguardo inquieto che correva dallo zaino alla mia faccia e ritorno.

Io e Grace stavamo per fare una specie di escursione nel bosco. Lo stesso in cui mi aveva portata la prima volta, appena arrivata a Seattle. Allora era stato solo un giro veloce, giusto per prendere aria. Stavolta era diverso: zaino in spalla, viveri, scarponcini. Giornata intera.

Rob ci aveva procurato tutto: scarponcini tecnici, magliette traspiranti, un cappellino da escursionismo e persino dei pantaloni mimetici.
Mi sentivo come una specie di soldato in partenza per una missione. Una parte di me trovava la cosa quasi divertente.

Grace era vestita più o meno come me, ma vederla così... era strano. Lei era la ragazza da minigonne, crop top e eyeliner perfetto. Eppure, in quel momento sembrava pronta a scalare l'Everest. Stava ancora cercando di sistemarsi i capelli in una treccia alta, sbuffando ogni due secondi.

«Non riesco a sembrare decente neanche in mezzo ai pini,» commentò con una smorfia.

«Non credo che i cervi si offenderanno se non sei in tinta col bosco,» risposi, cercando di nascondere un sorriso.

I nostri genitori ci accompagnarono all'ingresso di casa. Mia madre sembrava trattenere il fiato da almeno dieci minuti. Le sue dita si muovevano nervose, come se volessero afferrare qualcosa, trattenermi. Rob invece era tranquillo, quasi divertito. Ci guardò entrambe con un sorrisetto.

«Fate le brave. Non allontanatevi troppo dal sentiero, ok?»

«Nessun problema,» rispose Grace con leggerezza. «Ci comporteremo come brave ragazze di città perse nei boschi.»

Mia madre mi abbracciò forte, più forte del solito. Aveva il nodo alla gola, lo sentivo. Non era abituata a lasciarmi andare così, non senza sapere esattamente dove sarei stata.
E forse nemmeno io ero abituata a lasciarla fare.

L'auto del Uber ci lasciò all'ingresso del parco naturale. Lì la strada finiva. Da quel punto in poi, solo alberi, radici e terra battuta.

Cartelli informativi erano stati sistemati all'ingresso del sentiero. Uno in particolare mi fece sgranare gli occhi.

"Attenti agli orsi. In caso di avvistamento, contattare immediatamente la guardia forestale."

Mi voltai verso Grace con le sopracciglia sollevate. «Grace... ho letto bene? Orsi?»

Lei fece spallucce, come se fosse la cosa più normale del mondo. «Sì, ma tranquilla. Non se ne vedono tanti. Almeno... non in questo bosco.»

Perfetto. Rischiamo comunque di trovarcene uno davanti, ma ehi, niente panico. Sorridi. Respira. Fingi che sia un'escursione normale e che un orso non possa sbranarti viva in due secondi.

Il sentiero, all'inizio, era ben battuto. Tranquillo. Le scarpe facevano scricchiolare la ghiaia sotto i nostri passi e il rumore era quasi rilassante. L'aria profumava di resina e terra umida. Ogni tanto il sole filtrava tra le foglie, creando giochi di luce sul terreno.

Man mano che ci inoltravamo, però, le cose cambiarono.

La vegetazione diventava più fitta, i rami si abbassavano fino a sfiorarci la testa. L'erba alta copriva il sentiero in più punti. A volte dovevamo sollevare le braccia per farci strada, o alzare le ginocchia per superare tratti invasi da radici sporgenti e felci.

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