7.

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Rosaline

Dopo il giro nella foresta siamo tornate a casa. Adesso mi ritrovo seduta alla mia prima cena ufficiale con quella che dovrebbe essere la mia nuova famiglia.
La sala da pranzo è illuminata da una luce calda, quasi teatrale, ma l'atmosfera è tutt'altro che rilassata. I maggiordomi si muovono rapidi, silenziosi, come ombre addestrate: portano via i piatti appena finiamo e li sostituiscono con quelli successivi. Mi dà ai nervi.

Non siamo in un ristorante stellato.

«Com'è stata la foresta, tesoro?» mi chiede mia madre, addentando un pezzo di pollo ai funghi.

«Suggestiva, in realtà. Poi io e Grace siamo tornate indietro urlando...»
Io e Grace ci lanciamo uno sguardo complice e iniziamo a ridacchiare.
«Abbiamo incontrato una puzzola. Non sto scherzando.»
Scoppiamo a ridere perché, appena ci siamo sedute su un tronco, una puzzola ci è corsa accanto, scatenando il panico più teatrale che avessi mai visto.
Grace ha urlato talmente forte da far volare via tutti gli uccelli nella zona e correre due cervi spaventati.
«Giuro, sembrava un film comico. Io ero paralizzata, lei sembrava posseduta.»

«Voi due sembrate andare d'accordo» commenta Rob, osservandoci.

«Beh, Rose non parla molto, ma non è niente male» risponde Grace sorridendo a suo padre, poi lancia a me un'occhiata gentile. Ricambio il sorriso, infilo un altro boccone di pollo in bocca e mi illudo che forse la serata andrà liscia.

Ovviamente, mi sbaglio.

«Rose parla poco solo all'inizio. Poi diventa una chiacchierona, credimi» interviene mia madre versandosi del vino rosso.

Ecco la versione con più dettagli e scene realistiche, potenziando le reazioni emotive, i gesti fisici e l'atmosfera nella stanza:

«Ma lo farei anch'io dopo quello che ha passato... Non si fida molto, sai? È stato uno shock per lei.»

No.
No, no, no.
Non lo sta dicendo davvero. Non qui. Non adesso.

«Mamma...» sussurro, il cucchiaio che ho in mano trema leggermente, mentre cerco di mantenere un tono calmo, quasi implorante. Incrocio il suo sguardo per un istante, ma lei distoglie gli occhi, come se non mi avesse nemmeno sentita.

Grace mi lancia un sorriso forzato, il tipo di sorriso che usi quando sei bloccata in un ascensore con due sconosciuti che litigano. La sua forchetta resta sospesa a metà tra il piatto e la bocca, congelata.

«Quando Bonnie ha cominciato a dire quelle cose in giro, lei si è chiusa in casa per giorni.»

Il coltello di Rob tintinna contro il bordo del piatto. Un rumore piccolo, ma acuto.
Io invece sono rigida. Le mani sulle ginocchia, le unghie che si conficcano nel tessuto dei jeans.
«Mamma, basta.» Lo dico più forte, con la voce incrinata, ma lei continua. La sua voce ha quel tono dolce e falsamente pacato che usa quando vuole sembrare comprensiva davanti agli altri. Una recita.

«Ma il peggio è arrivato quando Jesse l'ha—»

«Mamma! Adesso basta!»
Mi alzo di scatto. La sedia striscia sul parquet con un suono violento, come un urlo. Il rumore rimbalza contro le pareti della sala da pranzo, facendo calare un silenzio glaciale.
Tutti mi guardano.

Mia madre ha ancora la forchetta in mano. Rimane sospesa a mezz'aria, le sopracciglia sollevate in finto stupore, come se fossi io quella esagerata.
«Tesoro, non mi sembra il caso di alzare la voce in questo modo davanti a tutti» dice, con quella voce da attrice stanca ma composta.
Poi si gira verso Rob, afferrandogli la mano come se avesse bisogno di essere rassicurata. «Mi dispiace che tu abbia dovuto assistere a questo...»

Mi sento le tempie pulsare. La gola è stretta, secca. Ogni parola che dice è benzina sul fuoco che mi brucia dentro.

«Sta tranquilla, è comprensibile. È stata dura per lei» risponde Rob, con tono compassionevole, come se mi stesse giustificando con la maestra per aver rotto un vaso.

Mi blocco.
Come?
Cos'ha appena detto?

È stata dura per lei?

Lui non sa nulla. Nulla.
E adesso si prende anche il diritto di compatirmi?

«Cosa intendi dire, Rob?»
Il suo nome mi esce dalle labbra con un tono tagliente, glaciale. Lo pronuncio lentamente, come se avesse un cattivo sapore. Lo guardo dritto negli occhi, e nella stanza cala una tensione che si taglia con un coltello.

Lui si limita a fare un piccolo sorriso — di quelli che vogliono rassicurare, ma risultano solo condiscendenti.
«Beh... tua madre mi ha raccontato della tua situazione...»

Il mondo mi si stringe addosso.

Mi giro verso di lei, fissandola.
«Dimmi che non l'hai fatto» sibilo, le labbra tese, ogni parola un dardo.

Lei incrocia le braccia sul petto, come a proteggersi, o a sminuire.
«Non c'era nulla di male nel raccontarlo. Non fare scenate, Rose.»

«Scenate?»
La parola mi si spezza in gola, ma poi prende vita.
«Mi stai prendendo in giro?»

Mi alzo completamente, le mani poggiate sul bordo del tavolo per restare in equilibrio, le gambe che tremano appena.
«Con quale diritto hai raccontato della mia vita a uno sconosciuto?»

«Rob non è uno sconosciuto! Tra meno di un mese sarà mio marito! Che ti piaccia o no, le cose andranno così!»
La sua voce ora vibra di autorità, quasi esasperata, ma non mi tocca.

Poi si calma di nuovo, come se potesse spegnere l'incendio che ha acceso con un soffio.
«Ora siediti. Terminiamo la cena. Tutti insieme.»

No.
No, non siederò. Non dopo tutto questo.

Ho la gola in fiamme e gli occhi che bruciano, ma mi prometto che piangerò solo quando sarò sola.
Nessuno vedrà la mia debolezza. Nessuno vedrà quanto fa male.

«Spettava a me decidere se e quando dirlo. Non a te.»
Lo dico sottovoce, ma ogni sillaba pesa come pietra.
Mi volto, ignorando gli sguardi, e lascio la sala. Le scale scricchiolano sotto i miei passi, ma non rallento.

«Torna qui, Rosaline!» urla mia madre.
La sua voce risuona come uno schiaffo alle spalle, ma non mi giro.

Poi, per una volta, sento Rob dire qualcosa di giusto.
«Lasciala andare, Julia. Non avresti dovuto.»

Chiudo la porta della mia camera con un colpo secco e mi ci appoggio contro.
Respiro a fatica.
La pelle mi pulsa, il cuore mi martella nel petto.
Mi butto sul letto e stringo un cuscino come fosse un'ancora.
Il mondo gira, ma io sono ferma.
Sola.
Tradita da chi pensavo mi avrebbe protetta.

E il dolore è insopportabile.

Io e mia madre ne abbiamo passate tante. Quando ha detto ai miei nonni che era incinta, hanno cercato di costringerla ad abortire. Da allora non ha più voluto vederli.
Aveva solo 19 anni. Niente lavoro, niente soldi, niente fidanzato. Solo me.
Mio padre? Un fantasma. Una storia da letto. Lei diceva di essere innamorata, ma quando lui è sparito alla notizia della gravidanza, ha smesso anche di pronunciare il suo nome.
Ha lottato per me. Sempre.
Eppure... è proprio lei ad avermi pugnalato oggi. E il dolore è insopportabile.

Burn MeDove le storie prendono vita. Scoprilo ora