6.

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Nicholas

Dopo un giro nella foresta, Cole accompagna a casa Tyler e Meghan, poi mi riporta nel nostro quartiere a Ashmont Heights.
Durante il tragitto non ho aperto bocca, quindi non mi sorprende quando, prima che io scenda dall'auto, lui mi chiede titubante:
«Va tutto bene, Nick?»

La domanda è lecita. Il silenzio che mi avvolgeva era troppo pesante per passare inosservato.
«Sì, tranquillo.»
Il mio tono è neutro, spento. Non lascio trapelare la minima emozione che potrebbe far scattare in Cole la modalità mamma apprensiva.

Chiudo lo sportello e mi affaccio al finestrino verso di lui.

Cole mi guarda preoccupato.
«Se hai bisogno... vieni da me.»
Annuisco senza guardarlo e mi incammino lungo il vialetto verso casa.

Cole vive a qualche porta di distanza dalla mia. Per un certo periodo, dopo il caos, sono rimasto a casa sua come un rifugiato di guerra.
Quando dico che non ha bisogno di parole per capire come sto, non esagero: ha visto il peggio di me, mi ha raccolto da terra più di una volta.

Apro la porta d'ingresso e un profumo familiare e avvolgente mi investe in pieno: lasagne appena sfornate.
«Nonna, sono a casa!» urlo dall'ingresso.

Sento il rumore metallico di piatti e pentole che si spostano sul piano cottura. Capisco che nonna Evelyn è in cucina, quindi la raggiungo.
«Ciao, nonna» sussurro, chinandomi per baciarle la testa.

È più bassa di me di almeno venti centimetri. Indossa il grembiule con i fiocchi rossi che le ha regalato il nonno lo scorso Natale. I suoi occhi sono vivaci come sempre, pieni di luce, come se nulla potesse scalfirli.

«Non ti ho sentito rientrare, Nick! Per fortuna non sei uno di quei ladri che entra di soppiatto per rubare la pensione alle vecchiette!»
Sorrido appena, trattenendo la battuta sul fatto che con la sua pensione un ladro camperebbe al massimo dieci giorni.

«Ho urlato, ma non mi hai sentita.»
Lo sguardo mi cade sulla teglia fumante adagiata sulla penisola della cucina. Mi sfrego le mani, già pronto ad assaggiarne un pezzo.
«Lasagne, finalmente!»

Allungo la forchetta, ma la nonna, con lo sguardo acuto da falco, si fionda su di me e mi dà un colpetto sulla mano.
«Devi aspettare tuo nonno, lo sai! E adesso vai a farti una doccia!»

Decido di darle retta. So bene che se non lo faccio, scatenerà l'inferno.

Salgo le scale e raggiungo il piano di sopra.
Mi spoglio e mi infilo sotto la doccia, facendomi scorrere addosso l'acqua bollente fino a riempire la stanza di vapore.
Quando esco, mi avvolgo l'asciugamano attorno ai fianchi e mi avvicino allo specchio appannato. Lo pulisco con il palmo della mano, lasciando una scia umida e trasparente.

Mi osservo in silenzio. I capelli neri mi cadono bagnati sulla fronte, l'acqua mi cola ancora sulle spalle. Gli addominali sono scolpiti, ma privi di qualsiasi energia. Gli occhi verdi... vitrei, vuoti. Senza anima.
Odio tutto di me.

Mi appoggio con entrambe le mani al bordo del lavabo, le dita che stringono il marmo come se cercassi un appiglio per non crollare.
Abbasso lo sguardo, fisso le mattonelle bianche del pavimento cercando di non lasciarmi andare.
Certi giorni... certi giorni lei mi manca così tanto che mi manca il fiato.
Da quando se n'è andata, ha portato con sé ogni briciolo della mia felicità.

Cerco di scacciarla dalla mente. Di andare avanti.
Ma ogni volta che torna nei miei pensieri è come se il mio cuore si strappasse dal petto e iniziasse a sanguinare lentamente.
Mi guardo di nuovo allo specchio, mi passo una mano tra i capelli fradici e sospiro.
Un respiro lungo, profondo, come se bastasse a calmare gli incubi.

«Sono davvero ottime, tesoro, dico sul serio.»
Nonno Bill è il fan numero uno della cucina della nonna. Da quando ho memoria, passa i pasti a farle complimenti e a raccontare quanto sia fortunato ad averla accanto.

«Nick, a proposito...» dice all'improvviso, poggiando la forchetta. «Ho sentito il padre di Cole. Dice che ha bisogno di una mano con l'irrigazione in giardino. Uno dei tubi principali si è rotto e i fiori di sua moglie stanno morendo. E sai quanto quella donna tiene ai suoi fiori... quasi quanto tiene a suo figlio.»
Sottolinea la battuta con un sorrisetto.
«Mi sono offerto di aiutarlo domani mattina. Se ti serve l'auto, è tutta tua.»

Sospirò. L'ha fatto di nuovo. Non riesco a crederci.
Ma perché è così testardo?

«Nonno, te l'ho già detto mille volte: non devi affaticarti! Te l'ha detto anche il medico! Non serve che tu vada in giro a fare il tuttofare per racimolare qualche soldo. A quello penso io.»

Lui scuote la testa come se fossi un ragazzino che non capisce nulla. Ma io capisco fin troppo bene. So che è colpa di mio padre se i miei nonni sono rimasti al verde.
Ed è per questo che non posso permettere che due settantenni si ammazzino di lavoro. È compito mio pensare al denaro, adesso. Loro hanno già fatto fin troppo.

È anche per questo che ho iniziato a spacciare e lavorare.

«Sono solo tubi, Nicholas. Non è una cosa impegnativa.»
La sua voce è calma, ma ferma.

«Impegnativa è la tua pressione alta, il diabete e il principio di osteoporosi alla schiena.» ribatto, incrociando le braccia sul petto.

Il nonno spalanca gli occhi e alza le mani.
«E questo chi te l'ha detto, scusa?»

Ci fu un momento di silenzio. Poi, la spiona — mia nonna — abbassò lo sguardo, colta in flagrante.

«Oh, andiamo, per l'amor di Dio! Si tratta solo di tubi!» sbotta lui, esasperato.

«Dio ti servirà eccome, se mentre aggiusti quei tubi ti si spezza qualcosa e rimani lì bloccato, tutto ricurvo come un uncino.»

Il nonno mi lancia un'occhiata tagliente, poi sbuffa.
«Nick, sono tuo nonno. Ho settant'anni, ma posso mandarti a fanculo lo stesso, lo sai?»

Sorrido, mio malgrado. È impossibile volergli male.

Burn MeDove le storie prendono vita. Scoprilo ora