10.

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Nicholas
Sono in ritardo per ritirare il nostro carico.
Guido per le strade come una furia,so che a Riley non piace aspettare.

Parcheggio la moto davanti all'ingresso laterale. Il rumore dei sassi che schizzano via sotto le ruote mi graffia i timpani. Spengo il motore e resto un attimo immobile, le mani ancora sul manubrio. So di essere in ritardo, e so che Cole lo sa. Ma oggi la voglia di mettermi in mezzo a questo schifo era pari a zero.
Cole è già lì che mi aspetta e appena mi vede intuisco che è teso.

«Sei in ritardo» mi rimprovera.

«Non trovavo le chiavi della moto.» È una mezza verità. La verità intera è che non ero sicuro di voler venire. Ma alla fine sono qui, come sempre. Perché Cole è tutto quello che mi è rimasto. E perché questo schifo paga le bollette, riempie il frigo e mette benzina nel serbatoio.

Due uomini si avvicinano. Li riconosco subito: sono sottoposti di Riley.
«Vi sta aspettando»
Li seguano come cagnolini ed entriamo nel capannone.
L'odore di muffa e metallo arrugginito mi accoglie appena varco la soglia del vecchio capannone. Fa freddo. L'umidità si infila nei vestiti e sotto la pelle.

Nel centro del capannone, su un tavolo da lavoro graffiato e sporco, ci sono diverse buste sigillate. L'erba è divisa per qualità, il fumo avvolto in piccoli pacchetti scuri. Conosco questa roba. La useranno i ragazzini che fingono di essere duri, i figli di papà annoiati, quelli che hanno tutto ma cercano il brivido nei posti sbagliati.

Entriamo nella stanza e lo vediamo subito.

Riley è lì, seduto su una poltrona di pelle consumata come se fosse il re di un regno di rovine. Ha una gamba accavallata sull'altra, una camicia bianca sbottonata quasi fino all'ombelico, il petto magro coperto solo da un rosario che gli scivola lungo il collo ossuto e termina sopra... le sue cazzo di mutande. Solo quelle. Nessun pantalone. Niente scarpe. Solo boxer neri, e un sorriso da schiaffi.

Sempre lo stesso atteggiamento: beffardo, teatrale. Un carisma tossico, di quelli che ti fanno ridere fino a quando ti accorgi che hai una pistola puntata alla testa. Non so come faccia ad avere sotto tiro mezza Seattle. Giuro, è un mistero. È un coglione. Ma è un coglione pericoloso.

«Siete in ritardo,» dice, la voce sottile e un po' cantilenante, come se stesse facendo una battuta a una festa.

Cole incrocia le braccia, io rimango dritto. «Sì,» dico. «Ci dispiace. Il traffico era una merda.»

Riley alza un sopracciglio. «Il traffico. Certo.» Poi indica il tavolo di metallo al centro della stanza. La luce della lampada penzola proprio sopra, oscillando lentamente come se tutto l'edificio respirasse piano. «Vi piace la roba che ho questa volta? Questa è roba buona, ragazzi. Roba che fa sognare... o che fa schiantare, dipende da chi la compra.»

Si alza, stiracchiandosi le braccia. Il rosario ondeggia con lui.

«Ma ascoltate bene: i prezzi cambiano. Non la potete vendere come la robetta dell'ultima volta. Dovete alzare. Altrimenti non ci state dentro, e io non regalo niente.»

Annuisco, serrando la mascella fin quasi a farmi male. Non mi piace. Non mi piace niente di questo. Ma lo faccio lo stesso. Perché in posti come questo, o mangi o vieni mangiato. Non si sopravvive con sogni e speranze, ma con contanti sporchi e silenzi pesanti.

Riley si avvicina, prende una delle buste e me la lancia. Io la afferro al volo.

«Nick, tu ti occupi di Pine Street. Tu, Cole... stai fuori dal liceo. Gli studenti sono più ingenui, ma hanno le tasche piene. E i genitori occupati a fottersi la coscienza.»

Pine Street.

Fantastico.

Il posto dove i miei genitori si facevano di eroina dietro un distributore automatico. Dove ho visto la vita disfarsi senza fare rumore. Un vicolo cieco che puzza di piscio e disperazione.

«Preferirei la scuola, a questo giro,» dico, provando a tenere la voce neutra. «L'ultima volta a Pine Street... penso che un vecchio mi stesse guardando in modo un po' troppo sospetto.»

È una stronzata. Lo so io, lo sa Cole, probabilmente lo sa anche Riley. Ma a lui non piace quando qualcuno attira attenzioni indesiderate. E soprattutto non vuole essere visto.

Riley mi fissa per qualche secondo. Quel genere di sguardo che ti scava dentro e valuta se valga la pena ucciderti o lasciarti vivere ancora un giorno. Poi si volta verso Cole.

«Va bene. Vi scambiate.»

Cole non dice nulla, ma gli vedo un mezzo sorriso di lato. A scuola ci sono più clienti, e più soldi.

Riley si gratta la pancia, poi si volta verso di noi con uno slancio teatrale. «E ricordatevi... se lavorerete bene questo mese, vi aspetta un bel regalino.»

Cole si sporge leggermente in avanti, come per sondare la promessa. «Che tipo di regalo?»

Ma Riley alza una mano e scatta con la lingua. «Nah nah nah... niente spoiler. Una sorpresa è una sorpresa.»

Ride. E il suono mi fa venire voglia di spaccargli la faccia contro il tavolo.

Ma annuisco. Zitto

Burn MeDove le storie prendono vita. Scoprilo ora